Stringiamoci la mano.
Le Società di Mutuo Soccorso fra gli Operai Pompieri
di Michele Sforza
Il dissolvimento del Sacro Romano Impero segnò una profonda crisi per le istituzioni pubbliche, le quali, travolte dall'instabilità militare e politica, accantonarono quasi del tutto la gestione dei problemi sociali. In quel vuoto istituzionale scomparvero anche i collegia e i corpus di epoca romana, antiche strutture corporative che garantivano reciproco aiuto. Di conseguenza, privi di una difesa civile organizzata, furono gli stessi cittadini ad doversi mobilitare spontaneamente per soccorrere chi si trovasse in difficoltà. Tale spirito di mutua cooperazione non nasceva soltanto da un altruismo diffuso, ma dalla necessità pragmatica di offrire un aiuto per poterlo a propria volta ricevere nei momenti di crisi. Tra i rischi più spaventosi vi era il fuoco, un nemico devastante che richiedeva interventi immediati per evitare conseguenze catastrofiche.
Superata la fase della solidarietà spontanea, l'esigenza di protezione sfociò nelle corporazioni di mestiere, note anche come gilde o giure. Come rilevava lo storico torinese Luigi Cibrario nel 1846, queste associazioni rappresentavano patti di garanzia con cui le popolazioni cercavano di assicurarsi una tutelativa legge interna e una protezione pubblica autonoma. Nate in Germania tra la fine del primo e l'inizio del secondo millennio, le gilde si diffusero presto nell'Europa settentrionale e in Inghilterra tra artigiani quali muratori, falegnami e mercanti. Inizialmente nate per tutelare gli associati dai danni degli incendi che colpevolmente distruggevano botteghe e abitazioni, le gilde dei mercanti più abbienti trasformarono col tempo il proprio raggio d'azione, assumendo un enorme peso economico e politico. Custodendo gelosamente i segreti di ciascun mestiere, diventarono strutture chiuse e talvolta persino clandestine, fenomeno che allarmò i regnanti al punto da spingerli a decretarne la soppressione forzata.
Nonostante divieti e persecuzioni, le corporazioni continuarono a operare clandestinamente, trasformandosi in vere forme di associazionismo professionale che anticiparono le moderne Società di Mutuo Soccorso. Nel 1844, una legge dello Stato Sabaudo disciolse d'imperio ogni corporazione, proibendo la costituzione di associazioni di lavoratori in Piemonte, Liguria e Sardegna. Tuttavia, la svolta arrivò soli quattro anni più tardi con i moti rivoluzionari del 1848, la cosiddetta Primavera dei Popoli. Mentre in gran parte d'Europa le costituzioni concesse a seguito delle proteste vennero presto ritirate, il re Carlo Alberto di Savoia mantenne in vita lo Statuto Albertino. Essa fu una carta costituzionale fondamentale che ridisegnò i diritti dei cittadini e la cui validità perdurò per un secolo fino all'avvento della Costituzione Repubblicana del 1948. Tra i passaggi più rilevanti per il mondo del lavoro figurava l'articolo 32, il quale sanciva il diritto di adunarsi pacificamente e senza armi, riaprendo così le porte alla piena libertà di associazione.
La nascita e la funzione delle Società di Mutuo Soccorso
A pochissimi giorni dall'emanazione dello Statuto Albertino, il 12 ottobre 1848 nacque a Pinerolo l'Associazione Generale fra gli Operai, considerata con certezza la prima Società di Mutuo Soccorso d'Italia. Il modello pinerolese fece da apripista e provocò un'incredibile fioritura di sodalizi: se nel 1862 nell'Italia unificata si contavano 133 società, nel 1895 il Ministero ne censiva ben 1330, un dato persino sottostimato poiché non teneva conto delle realtà più piccole o a breve termine. Queste società nascevano con il primario scopo di sostenere i soci e le loro famiglie di fronte a situazioni drammatiche come licenziamenti, infortuni, malattie o decessi del capofamiglia. A quell'epoca, dove le garanzie sociali statali erano inesistenti e i salari miseri non permettevano alcun risparmio, una semplice inabilità temporanea bastava a far sprofondare interi nuclei familiari nell'estrema indigenza.
La solidarietà tra lavoratori, pur fondamentale, non poteva tuttavia colmare da sola le tragedie di vasta portata. Fu emblematico il caso del tremendo incendio che il 26 luglio 1882 distrusse gran parte della cittadina di Nichelino, alle porte di Torino, riducendo in macerie decine di abitazioni, scuole, la farmacia e vari esercizi commerciali. In quel frangente, oltre all'intervento delle compagnie assicuratrici come La Compagnia Anonima di Mutuo Soccorso, si mobilitò una vasta rete di solidarietà pubblica e privata, alimentata dalle donazioni della Deputazione provinciale, dei ministeri, dei giornali dell'epoca e dell'Associazione Generale degli Operai di Torino.
Gli statuti delle società riservavano l'iscrizione attiva alle categorie di lavoratori quali operai, muratori, imbianchini e pompieri, ma ammettevano con la carica di soci benemeriti o onorari esponenti della ricca borghesia. Questi benefattori rimpinguavano le cassa sociali con elargizioni e offrivano prestazioni professionali totalmente gratuite. Medici, avvocati e insegnanti prestavano il proprio operato senza compenso, rappresentando l'unico riparo per i soci bisognosi di cure, di assistenza legale o di alfabetizzazione. L'istruzione divenne infatti un perno delle società, consapevoli che l'emancipazione sociale passasse per la cultura: si organizzarono così corsi serali, scuole di preparazione al lavoro e vere biblioteche popolari ricche di quotidiani. Le società gestivano inoltre spacci alimentari e cooperative di consumo a prezzi calmierati, fornendo generi di prima necessità indispensabili per la sopravvivenza dei ceti meno abbienti, senza trascurare la dimensione del tempo libero tramite l'organizzazione di corali, bande musicali, gite alle esposizioni universali, feste e circoli ricreativi alternativi alle osterie.
Le Società di Mutuo Soccorso vissero una stagione straordinaria ponendo la dignità del lavoratore al centro di un sistema di tutela diffuso. Tuttavia, questo grande patrimonio sociale subì una drastica interruzione dopo la prima guerra mondiale con l'avvento del regime fascista. Spaventato dall'autonomia e dalla forza delle organizzazioni operaie, il regime attuò una sistematica repressione, culminata con il Regio Decreto Legge del 24 gennaio 1924 che sciolse la Federazione Italiana delle Società di Mutuo Soccorso per far confluire patrimoni e strutture nelle mutue corporative statali, spianando la strada che nel 1943 avrebbe condotto all'istituzione dell'INAM.
Il valore della bandiera sociale e il caso di Torino
Ogni associazione operante in quell'epoca avvertiva la profonda esigenza di identificarsi in un simbolo solenne e rappresentativo: la bandiera sociale o labaro. Per quanto le disponibilità finanziarie dei soci potessero essere scarse, il vessillo doveva essere di fattura eccelsa, ricamato con materiali pregiati e gelosamente custodito in teche speciali per essere ostentato solo durante le cerimonie più importanti. La bandiera racchiudeva la memoria e i valori del sodalizio, e non vi era fotografia d'epoca in cui essa non figurasse al centro della scena, circondata dall'abbraccio protettivo degli associati. Negli statuti era prevista persino la figura dell'Alfiere, un socio incaricato annualmente di scortare, difendere e conservare il vessillo.
Particolarmente prestigiosa era la bandiera della Società di Mutuo Soccorso fra gli ex Pompieri di Torino, realizzata nel 1905 in pura seta rossa con finissimi ricami in oro. Al centro del drappo campeggiavano le tradizionali mani in fede sovrastate da una dettagliata pompa a mano ricamata con sete colorate. Questa bandiera, di cui si erano perse le tracce per decenni al punto da ritenerla distrutta o smarrita nel corso dei conflitti, fu protagonista di un eccezionale ritrovamento nel 1891. Durante i preparativi per la mostra storica del 50° anniversario del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco presso il Palazzo Reale di Torino, il vecchio pompiere Aldo Montagnini, classe 1906, si presentò nel laboratorio fotografico del Comando portando un involto protetto da un panno bianco.
Srotolando il telo tra lo stupore e l'emozione dei presenti, apparve la splendida e perfettamente conservata bandiera sociale del 1905. Montagnini, uno degli ultimi soci del sodalizio, la portò segretamente a casa nel 1939 quando il regime decretò la soppressione forzata delle società operaie, mettendola al sicuro dai saccheggi e preservandola dalla polvere per oltre cinquant'anni. Dopo averla mostrata solo in rare occasioni commemorative, Montagnini decise di donare quello straordinario cimelio all'Archivio Storico. Successivamente, nel 2004, la custodia del prezioso vessillo venne ufficialmente affidata alla Fratellanza fra ex Vigili del Fuoco, che tuttora la conserva con cura nella propria sede presso il Comando Provinciale di Torino.
Le Società di Mutuo Soccorso nei Corpi dei Civici Pompieri
Il travolgente sviluppo delle società operaie contagiò naturalmente anche i Civici Pompieri italiani. Essendo considerati a tutti gli effetti lavoratori manuali, i pompieri vivevano in condizioni economiche e sociali del tutto analoghe a quelle degli operai di fabbrica. Fino agli anni '30 del Novecento, le paghe dei pompieri non garantivano un tenore di vita sufficiente a coprire le spese mediche o a mettere da parte risparmi per la vecchiaia, rendendo l'invecchiamento una prospettiva colma di privazioni. A metà dell'Ottocento la paga media giornaliera di un operaio sfiorava la mezza lira per dodici o quattordici ore di duro lavoro, una cifra irrisoria se si considera che un solo chilogrammo di pane nero ne costava circa trenta centesimi. Per garantire la sussistenza della famiglia era indispensabile il lavoro di tutti i componenti o il ricorso alla carità.
Per far fronte a questa drammatica vulnerabilità, molti pompieri indirizzavano accorate suppliche scritte ai propri comandanti per impetrare aumenti di paga o piccoli sussidi, mentre gli stessi commercianti cittadini inviavano lettere ai Comandi nel tentativo di recuperare i crediti pendenti dei pompieri insolventi. Unirsi in società di mutuo soccorso fu quindi una scelta spontanea e necessaria che si diffuse rapidamente nelle principali città italiane come Milano, Roma, Bologna e Torino. Torino si distinse come una delle primissime realtà in Italia a fondare una società per pompieri nel 1868, seguita da Roma che nel 1885 istituì con atto notarile la Primaria Società di Mutuo Soccorso fra Vigili ed ex Vigili.
La Società di Mutuo Soccorso Operai Pompieri di Torino
La società torinese nacque nel 1868 stabilendo la propria sede in via del Carmine 13, a brevissima distanza dal Municipio e accanto alla caserma principale della Compagnia. Il sodalizio consentiva ai pompieri in congedo di mantenere saldi i legami affettivi con il Corpo, trasmettendo ai giovani colleghi le tradizioni di servizio e la memoria storica. Lo Statuto del 1902 specificava all'articolo 1 la derivazione diretta dalle tutele garantite dallo Statuto Albertino, mentre l'articolo 2 ne fissava le finalità primarie: sussidiare i soci in caso di malattia, garantire la copertura medica e cementare la moralità, l'istruzione, la fratellanza, la solidarietà e il benessere comune per la cooperazione al bene pubblico.
La capacità di intervento della società si rivelò determinante nelle tragedie sul lavoro, sebbene nei primi anni le risorse fossero ancora limitate. Emblematico fu il caso del tragico incendio avvenuto nel 1875 in una drogheria di via Milano 14 a Torino, dove perse la vita il pompiere Giovanni Salza e diversi altri rimasero gravemente feriti. La Giunta Municipale stanziò una pensione vitalizia per la vedova di Salza, mentre re Vittorio Emanuele II inviò 2500 lire da destinare ai feriti ricoverati all'Ospedale Mauriziano. Attraverso le pagine dei giornali dell'epoca, come la Gazzetta Piemontese, fu lanciato un appello alla cittadinanza per raccogliere donazioni a favore delle famiglie dei feriti, poiché la neonata Società di Mutuo Soccorso fra gli Operai Guardie-Fuoco non possedeva fondi sufficienti a coprire le spese per il ricovero e le cure di ben otto membri contemporaneamente.
Nel corso dei decenni la società prosperò grazie alla guida di figure carismatiche e dedicate, come il presidente Lorenzo Rossi, che resse l'associazione per vent'anni aumentandone notevolmente il patrimonio e la reputazione prima di cedere la carica nei primi anni Venti. Tuttavia, nel 1939, l'entrata in vigore delle leggi repressive del regime fascista impose lo scioglimento di tutte le società di mutuo soccorso operaie, decretandone la conversione forzata nelle Associazioni Provinciali dei Vigili del Fuoco in congedo.
La repressione fascista e le Associazioni in congedo
Con la circolare del 31 luglio 1939 emanata dal Sottosegretario Guido Buffarini Guidi, la Direzione Generale del Ministero dell'Interno ordinò a tutti i Prefetti del Regno di procedere con la soppressione tassativa delle Società di Mutuo Soccorso e la liquidazione dei relativi patrimoni. Questa disposizione generò situazioni complesse e controversie gestionali. Nel caso torinese, nell'aprile del 1940, il Presidente della soppressa società, Stefano Bovo, indirizzò un'accorata lettera al Direttore Generale Alberto Giombini. Nella prosa della missiva, Bovo ripercorreva la storia del sodalizio nato nel 1867 e trasformato nel 1901 per adeguarsi alle evoluzioni del Corpo, ricordando che la società era riuscita ad accumulare un fondo di ben 14000 lire. Egli chiedeva accoratamente che tale somma non venisse confiscata o dispersa, ma potesse essere conservata per la futura costituzione di un'associazione d'arma degli ex vigili del fuoco.
Interpellato sulla vicenda, il Comandante reggente di Torino, Silvestro Rolando, chiarì che il provvedimento di chiusura non derivava da una specifica punizione locale ma dall'applicazione della legge generale, rassicurando la Direzione sul fatto che il patrimonio di 14000 lire fosse al sicuro e potesse essere impiegato per finanziare il primo nucleo dell'Associazione d'Arma dei Vigili del Fuoco in congedo. Nel 1941 la Direzione Generale dei Servizi Antincendi redasse uno statuto tipo per tutte le sezioni provinciali dei Vigili in congedo. Dalla lettura del documento emergeva chiaramente la natura oppressiva della riforma: l'articolo 1 obbligava le associazioni ad attenersi alle direttive del Ministero dell'Interno, l'articolo 2 imponeva di mantenere vivo tra i soci lo spirito fascista e l'attaccamento al Regime, mentre l'articolo 12 stabiliva che i Consigli di Amministrazione fossero nominati direttamente dal Prefetto, riservando al Ministero la facoltà di sciogliere d'imperio l'associazione in caso di deviazione dalle direttive ufficiali.
Con la caduta del regime fascista e la fine del secondo conflitto mondiale, le antiche società operaie riaffiorarono rapidamente dalle ceneri della repressione, ripristinando la loro identità democratica e i loro principi solidali. A Milano la società si ricostituì per poi trasformarsi nel 1984 in Cooperativa Vigili del Fuoco, mentre a Torino il 28 aprile 1946 nacque la Fratellanza fra ex Vigili del Fuoco del Comando di Torino. Promossa da figure storiche del Corpo come Lorenzo Sesia, la Fratellanza richiamò all'adesione i vecchi soci con una quota simbolica di cinque lire al mese. Rispetto agli statuti dell'Ottocento, il testo del 1946 concentrava la propria azione sull'assistenza medica e sui sussidi in caso di infortunio o morte, rispecchiando le trasformazioni sociali del dopoguerra. La Fratellanza continua oggi la propria attività nel solco tracciato nel 1867, rappresentando una tradizione secolare di mutualismo, dignità e solidarietà che non si è mai spenta.
Superata la fase della solidarietà spontanea, l'esigenza di protezione sfociò nelle corporazioni di mestiere, note anche come gilde o giure. Come rilevava lo storico torinese Luigi Cibrario nel 1846, queste associazioni rappresentavano patti di garanzia con cui le popolazioni cercavano di assicurarsi una tutelativa legge interna e una protezione pubblica autonoma. Nate in Germania tra la fine del primo e l'inizio del secondo millennio, le gilde si diffusero presto nell'Europa settentrionale e in Inghilterra tra artigiani quali muratori, falegnami e mercanti. Inizialmente nate per tutelare gli associati dai danni degli incendi che colpevolmente distruggevano botteghe e abitazioni, le gilde dei mercanti più abbienti trasformarono col tempo il proprio raggio d'azione, assumendo un enorme peso economico e politico. Custodendo gelosamente i segreti di ciascun mestiere, diventarono strutture chiuse e talvolta persino clandestine, fenomeno che allarmò i regnanti al punto da spingerli a decretarne la soppressione forzata.
Nonostante divieti e persecuzioni, le corporazioni continuarono a operare clandestinamente, trasformandosi in vere forme di associazionismo professionale che anticiparono le moderne Società di Mutuo Soccorso. Nel 1844, una legge dello Stato Sabaudo disciolse d'imperio ogni corporazione, proibendo la costituzione di associazioni di lavoratori in Piemonte, Liguria e Sardegna. Tuttavia, la svolta arrivò soli quattro anni più tardi con i moti rivoluzionari del 1848, la cosiddetta Primavera dei Popoli. Mentre in gran parte d'Europa le costituzioni concesse a seguito delle proteste vennero presto ritirate, il re Carlo Alberto di Savoia mantenne in vita lo Statuto Albertino. Essa fu una carta costituzionale fondamentale che ridisegnò i diritti dei cittadini e la cui validità perdurò per un secolo fino all'avvento della Costituzione Repubblicana del 1948. Tra i passaggi più rilevanti per il mondo del lavoro figurava l'articolo 32, il quale sanciva il diritto di adunarsi pacificamente e senza armi, riaprendo così le porte alla piena libertà di associazione.
La nascita e la funzione delle Società di Mutuo Soccorso
A pochissimi giorni dall'emanazione dello Statuto Albertino, il 12 ottobre 1848 nacque a Pinerolo l'Associazione Generale fra gli Operai, considerata con certezza la prima Società di Mutuo Soccorso d'Italia. Il modello pinerolese fece da apripista e provocò un'incredibile fioritura di sodalizi: se nel 1862 nell'Italia unificata si contavano 133 società, nel 1895 il Ministero ne censiva ben 1330, un dato persino sottostimato poiché non teneva conto delle realtà più piccole o a breve termine. Queste società nascevano con il primario scopo di sostenere i soci e le loro famiglie di fronte a situazioni drammatiche come licenziamenti, infortuni, malattie o decessi del capofamiglia. A quell'epoca, dove le garanzie sociali statali erano inesistenti e i salari miseri non permettevano alcun risparmio, una semplice inabilità temporanea bastava a far sprofondare interi nuclei familiari nell'estrema indigenza.
La solidarietà tra lavoratori, pur fondamentale, non poteva tuttavia colmare da sola le tragedie di vasta portata. Fu emblematico il caso del tremendo incendio che il 26 luglio 1882 distrusse gran parte della cittadina di Nichelino, alle porte di Torino, riducendo in macerie decine di abitazioni, scuole, la farmacia e vari esercizi commerciali. In quel frangente, oltre all'intervento delle compagnie assicuratrici come La Compagnia Anonima di Mutuo Soccorso, si mobilitò una vasta rete di solidarietà pubblica e privata, alimentata dalle donazioni della Deputazione provinciale, dei ministeri, dei giornali dell'epoca e dell'Associazione Generale degli Operai di Torino.
Gli statuti delle società riservavano l'iscrizione attiva alle categorie di lavoratori quali operai, muratori, imbianchini e pompieri, ma ammettevano con la carica di soci benemeriti o onorari esponenti della ricca borghesia. Questi benefattori rimpinguavano le cassa sociali con elargizioni e offrivano prestazioni professionali totalmente gratuite. Medici, avvocati e insegnanti prestavano il proprio operato senza compenso, rappresentando l'unico riparo per i soci bisognosi di cure, di assistenza legale o di alfabetizzazione. L'istruzione divenne infatti un perno delle società, consapevoli che l'emancipazione sociale passasse per la cultura: si organizzarono così corsi serali, scuole di preparazione al lavoro e vere biblioteche popolari ricche di quotidiani. Le società gestivano inoltre spacci alimentari e cooperative di consumo a prezzi calmierati, fornendo generi di prima necessità indispensabili per la sopravvivenza dei ceti meno abbienti, senza trascurare la dimensione del tempo libero tramite l'organizzazione di corali, bande musicali, gite alle esposizioni universali, feste e circoli ricreativi alternativi alle osterie.
Le Società di Mutuo Soccorso vissero una stagione straordinaria ponendo la dignità del lavoratore al centro di un sistema di tutela diffuso. Tuttavia, questo grande patrimonio sociale subì una drastica interruzione dopo la prima guerra mondiale con l'avvento del regime fascista. Spaventato dall'autonomia e dalla forza delle organizzazioni operaie, il regime attuò una sistematica repressione, culminata con il Regio Decreto Legge del 24 gennaio 1924 che sciolse la Federazione Italiana delle Società di Mutuo Soccorso per far confluire patrimoni e strutture nelle mutue corporative statali, spianando la strada che nel 1943 avrebbe condotto all'istituzione dell'INAM.
Il valore della bandiera sociale e il caso di Torino
Ogni associazione operante in quell'epoca avvertiva la profonda esigenza di identificarsi in un simbolo solenne e rappresentativo: la bandiera sociale o labaro. Per quanto le disponibilità finanziarie dei soci potessero essere scarse, il vessillo doveva essere di fattura eccelsa, ricamato con materiali pregiati e gelosamente custodito in teche speciali per essere ostentato solo durante le cerimonie più importanti. La bandiera racchiudeva la memoria e i valori del sodalizio, e non vi era fotografia d'epoca in cui essa non figurasse al centro della scena, circondata dall'abbraccio protettivo degli associati. Negli statuti era prevista persino la figura dell'Alfiere, un socio incaricato annualmente di scortare, difendere e conservare il vessillo.
Particolarmente prestigiosa era la bandiera della Società di Mutuo Soccorso fra gli ex Pompieri di Torino, realizzata nel 1905 in pura seta rossa con finissimi ricami in oro. Al centro del drappo campeggiavano le tradizionali mani in fede sovrastate da una dettagliata pompa a mano ricamata con sete colorate. Questa bandiera, di cui si erano perse le tracce per decenni al punto da ritenerla distrutta o smarrita nel corso dei conflitti, fu protagonista di un eccezionale ritrovamento nel 1891. Durante i preparativi per la mostra storica del 50° anniversario del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco presso il Palazzo Reale di Torino, il vecchio pompiere Aldo Montagnini, classe 1906, si presentò nel laboratorio fotografico del Comando portando un involto protetto da un panno bianco.
Srotolando il telo tra lo stupore e l'emozione dei presenti, apparve la splendida e perfettamente conservata bandiera sociale del 1905. Montagnini, uno degli ultimi soci del sodalizio, la portò segretamente a casa nel 1939 quando il regime decretò la soppressione forzata delle società operaie, mettendola al sicuro dai saccheggi e preservandola dalla polvere per oltre cinquant'anni. Dopo averla mostrata solo in rare occasioni commemorative, Montagnini decise di donare quello straordinario cimelio all'Archivio Storico. Successivamente, nel 2004, la custodia del prezioso vessillo venne ufficialmente affidata alla Fratellanza fra ex Vigili del Fuoco, che tuttora la conserva con cura nella propria sede presso il Comando Provinciale di Torino.
Le Società di Mutuo Soccorso nei Corpi dei Civici Pompieri
Il travolgente sviluppo delle società operaie contagiò naturalmente anche i Civici Pompieri italiani. Essendo considerati a tutti gli effetti lavoratori manuali, i pompieri vivevano in condizioni economiche e sociali del tutto analoghe a quelle degli operai di fabbrica. Fino agli anni '30 del Novecento, le paghe dei pompieri non garantivano un tenore di vita sufficiente a coprire le spese mediche o a mettere da parte risparmi per la vecchiaia, rendendo l'invecchiamento una prospettiva colma di privazioni. A metà dell'Ottocento la paga media giornaliera di un operaio sfiorava la mezza lira per dodici o quattordici ore di duro lavoro, una cifra irrisoria se si considera che un solo chilogrammo di pane nero ne costava circa trenta centesimi. Per garantire la sussistenza della famiglia era indispensabile il lavoro di tutti i componenti o il ricorso alla carità.
Per far fronte a questa drammatica vulnerabilità, molti pompieri indirizzavano accorate suppliche scritte ai propri comandanti per impetrare aumenti di paga o piccoli sussidi, mentre gli stessi commercianti cittadini inviavano lettere ai Comandi nel tentativo di recuperare i crediti pendenti dei pompieri insolventi. Unirsi in società di mutuo soccorso fu quindi una scelta spontanea e necessaria che si diffuse rapidamente nelle principali città italiane come Milano, Roma, Bologna e Torino. Torino si distinse come una delle primissime realtà in Italia a fondare una società per pompieri nel 1868, seguita da Roma che nel 1885 istituì con atto notarile la Primaria Società di Mutuo Soccorso fra Vigili ed ex Vigili.
La Società di Mutuo Soccorso Operai Pompieri di Torino
La società torinese nacque nel 1868 stabilendo la propria sede in via del Carmine 13, a brevissima distanza dal Municipio e accanto alla caserma principale della Compagnia. Il sodalizio consentiva ai pompieri in congedo di mantenere saldi i legami affettivi con il Corpo, trasmettendo ai giovani colleghi le tradizioni di servizio e la memoria storica. Lo Statuto del 1902 specificava all'articolo 1 la derivazione diretta dalle tutele garantite dallo Statuto Albertino, mentre l'articolo 2 ne fissava le finalità primarie: sussidiare i soci in caso di malattia, garantire la copertura medica e cementare la moralità, l'istruzione, la fratellanza, la solidarietà e il benessere comune per la cooperazione al bene pubblico.
La capacità di intervento della società si rivelò determinante nelle tragedie sul lavoro, sebbene nei primi anni le risorse fossero ancora limitate. Emblematico fu il caso del tragico incendio avvenuto nel 1875 in una drogheria di via Milano 14 a Torino, dove perse la vita il pompiere Giovanni Salza e diversi altri rimasero gravemente feriti. La Giunta Municipale stanziò una pensione vitalizia per la vedova di Salza, mentre re Vittorio Emanuele II inviò 2500 lire da destinare ai feriti ricoverati all'Ospedale Mauriziano. Attraverso le pagine dei giornali dell'epoca, come la Gazzetta Piemontese, fu lanciato un appello alla cittadinanza per raccogliere donazioni a favore delle famiglie dei feriti, poiché la neonata Società di Mutuo Soccorso fra gli Operai Guardie-Fuoco non possedeva fondi sufficienti a coprire le spese per il ricovero e le cure di ben otto membri contemporaneamente.
Nel corso dei decenni la società prosperò grazie alla guida di figure carismatiche e dedicate, come il presidente Lorenzo Rossi, che resse l'associazione per vent'anni aumentandone notevolmente il patrimonio e la reputazione prima di cedere la carica nei primi anni Venti. Tuttavia, nel 1939, l'entrata in vigore delle leggi repressive del regime fascista impose lo scioglimento di tutte le società di mutuo soccorso operaie, decretandone la conversione forzata nelle Associazioni Provinciali dei Vigili del Fuoco in congedo.
La repressione fascista e le Associazioni in congedo
Con la circolare del 31 luglio 1939 emanata dal Sottosegretario Guido Buffarini Guidi, la Direzione Generale del Ministero dell'Interno ordinò a tutti i Prefetti del Regno di procedere con la soppressione tassativa delle Società di Mutuo Soccorso e la liquidazione dei relativi patrimoni. Questa disposizione generò situazioni complesse e controversie gestionali. Nel caso torinese, nell'aprile del 1940, il Presidente della soppressa società, Stefano Bovo, indirizzò un'accorata lettera al Direttore Generale Alberto Giombini. Nella prosa della missiva, Bovo ripercorreva la storia del sodalizio nato nel 1867 e trasformato nel 1901 per adeguarsi alle evoluzioni del Corpo, ricordando che la società era riuscita ad accumulare un fondo di ben 14000 lire. Egli chiedeva accoratamente che tale somma non venisse confiscata o dispersa, ma potesse essere conservata per la futura costituzione di un'associazione d'arma degli ex vigili del fuoco.
Interpellato sulla vicenda, il Comandante reggente di Torino, Silvestro Rolando, chiarì che il provvedimento di chiusura non derivava da una specifica punizione locale ma dall'applicazione della legge generale, rassicurando la Direzione sul fatto che il patrimonio di 14000 lire fosse al sicuro e potesse essere impiegato per finanziare il primo nucleo dell'Associazione d'Arma dei Vigili del Fuoco in congedo. Nel 1941 la Direzione Generale dei Servizi Antincendi redasse uno statuto tipo per tutte le sezioni provinciali dei Vigili in congedo. Dalla lettura del documento emergeva chiaramente la natura oppressiva della riforma: l'articolo 1 obbligava le associazioni ad attenersi alle direttive del Ministero dell'Interno, l'articolo 2 imponeva di mantenere vivo tra i soci lo spirito fascista e l'attaccamento al Regime, mentre l'articolo 12 stabiliva che i Consigli di Amministrazione fossero nominati direttamente dal Prefetto, riservando al Ministero la facoltà di sciogliere d'imperio l'associazione in caso di deviazione dalle direttive ufficiali.
Con la caduta del regime fascista e la fine del secondo conflitto mondiale, le antiche società operaie riaffiorarono rapidamente dalle ceneri della repressione, ripristinando la loro identità democratica e i loro principi solidali. A Milano la società si ricostituì per poi trasformarsi nel 1984 in Cooperativa Vigili del Fuoco, mentre a Torino il 28 aprile 1946 nacque la Fratellanza fra ex Vigili del Fuoco del Comando di Torino. Promossa da figure storiche del Corpo come Lorenzo Sesia, la Fratellanza richiamò all'adesione i vecchi soci con una quota simbolica di cinque lire al mese. Rispetto agli statuti dell'Ottocento, il testo del 1946 concentrava la propria azione sull'assistenza medica e sui sussidi in caso di infortunio o morte, rispecchiando le trasformazioni sociali del dopoguerra. La Fratellanza continua oggi la propria attività nel solco tracciato nel 1867, rappresentando una tradizione secolare di mutualismo, dignità e solidarietà che non si è mai spenta.














