"Si levava dalle macerie il grido dei bimbi straziati"
di Michele Sforza
13 dicembre 1957, venerdì. Alle 8.30 di quel giorno al Collegio «S. Giovanni Bosco» delle Suore di Maria Ausiliatrice, chiamato dagli altofontini semplicemente “l’asilo”, posto quasi alle spalle del Palazzo Comunale di Altofonte, i bambini lasciati sull’uscio erano davvero pochi. Quel giorno si festeggiava Santa Lucia e la maggioranza delle bambine e dei bambini vennero tenuti a casa in onore della santa.
Ad Altofonte, all’epoca un piccolo comune di poco più di 5.000 abitanti a due passi da Palermo, quello sarà un giorno che rimarrà per sempre nella memoria della popolazione.
Già dal pomeriggio del 12 un vento fortissimo e implacabile aveva spazzato la provincia di Palermo e ai 350 metri di altitudine, ad Altofonte la violenza del vento era stata avvertita ancora più furiosa. Per tutta la notte successiva, nell’ora in cui le angosce e le paure vengono amplificate dal buio e dal silenzio, tutta la popolazione la trascorse con l’assenza quasi totale del sonno e con la grande preoccupazione che potesse accadere qualcosa. Le campagne circostanti avevano sofferto maggiormente la furia del vento con alberi sradicati e piegati e con le chiome trascinate dalle raffiche, che spazzavano il terreno.
Al mattino del 13 le ultime folate, ormai svuotate della forza, accompagnavano gli altofontini all’inizio del giorno e alle loro normali occupazioni. Quella notte insonne e inquieta era però l’oggetto dei commenti della piccola folla che si era radunata davanti al portone del collegio. Bambini e genitori, mano nella mano, che attendevano Suor Giuseppina Giordano che si affacciasse sull’uscio per dare, come sempre, il buongiorno a tutti, ma soprattutto accogliere i bimbi, saranno stati una trentina su trecento, sotto le sue amorevoli cure.
Suor Giuseppina con quelle poche bambine e bambini richiuse alle sue spalle il pesante portone e andò, con quella schiera di piccoli, incontro ad un tragico destino. Quella mattina si affacciò all’interno la signora Dorotea La Barbera insieme alla figlioletta Maria Pietra che di anni ne aveva solo cinque. Si attardò un attimo con Suor Giuseppina, anche per scambiare due parole.
Gli altri genitori risalirono lo stretto viottolo e andarono verso le loro occupazioni. Qualche papà, complice il giorno semi festivo, si attardò con altri nell’angolo del Municipio per fare ancora due chiacchiere e per indugiare in qualche ragionamento iniziato prima e non ancora concluso. Questi furono i primi a voltare la testa verso il collegio e vedere una nuvola di polvere levarsi dal punto in cui poco prima avevano lasciato i loro piccoli.
Erano le 9.25 quando un tremendo boato, seguito da rumori di macerie che cadevano e da un’alta nuvola di polvere, invase lo stretto vicolo e si propagò per le vie del paese.
Quei genitori con il raccapriccio negli occhi, bloccati per qualche istante dall’incredulità e da un terribile presagio, si precipitarono nel vicolo urlando i nomi dei propri figli.
Esternamente sembrava che non fosse accaduto nulla. Il portone e le finestre erano quasi integri. Il dramma però si era consumato tutto all’interno del vecchio edificio, lì a sinistra dell’ingresso dove il tetto era rovinato sopra il pavimento dell’aula grande, crollato a sua volta sulle aule dove le piccole vittime si trovavano.
Voglio qui riportare un brano che ha del drammatico pur nella colorita prosa uscita dalla penna del cronista del “Giornale di Sicilia”.
«”Destino?” – ci ha chiesto un vecchietto avvolto nel suo grande scialle a quadri scuri. “Forse”.
Mi dice: “Qualche anno fa gli operai di un cantiere di lavoro ne hanno aggiustato il pavimento che oggi è crollato. Hanno fatto un buon lavoro: sulle tavole fradice hanno disteso un bel lastrone di cemento armato. S’immagini che peso! E poi che vuole, si trattava di disoccupati luogo: mica erano tutti muratori. A far precipitare il pavimento dell’aula grande è stato il crollo del tetto. Anche questo sei mesi fa ha avuto bisogno di una urgente riparazione: era tutto squinternato. Sulle fini solette di legno, tarlate e bacate dal tempo e dalla furia degli elementi, si posero delle robuste e pesanti tegole: tutto qui. Il vento e la pioggia dell’altra notte se lo sono sbocconcellato come fosse di pastafrolla, questo tetto che ha mandato al creatore una schiera di piccoli angeli dalle ali nuove di zecca».
La voce del crollo della scuola e che là sotto, sotto tonnellate di macerie c’erano molti bambini, corse come un fulmine per tutto il paese. Uomini e donne urlanti si precipitarono con una morsa che stringeva il cuore e il furore nelle loro gambe.
Cominciarono a spostare tegole, travi e detriti nella spasmodica speranza che i loro rispettivi figli fossero ancora vivi. Qualche cappottino cominciava ad intravedersi tra la polvere e le macerie sminuzzate. Qualche bambina veniva estratta; alcune ancora vive, altre morte.
Pochi minuti dopo il paese venne attraversato dal lacerante suono delle sirene dei Vigili del Fuoco che arrivavano da Palermo al comando dell’ing. Ajovalasit, il mitico Comandante di Palermo.
I vigili cominciarono a spostare le prime macerie, aprendosi un varco verso una delle aule al primo piano, dove secondo le indicazioni di alcune suore in stato di choc, dovevano trovarsi delle bimbe sepolte.
L'opera di rimozione delle macerie era immane. Il vicolo non permetteva l’ingresso di mezzi per il loro spostamento e allora tutto doveva essere fatto a mano, procedendo con grande cautela nella rimozione delle macerie, al fine di evitare altri crolli e di scongiurare la pericolosa minaccia di ulteriori crolli che sovrastava sui bambini e sulle bambine che si supponeva fossero ancora vivi sotto quella montagna di macerie.
«Avete trovato una bambina col vestitino rosso?».
«La mia ragazzetta ha le trecce legate con nastrini azzurri. L’avete vista?».
«Quanti sono i morti?».
«Quanti sono i vivi?».
Queste tra le tante furono le domande che i genitori rivolgevano ai vigili che si affacciavano sul vicolo per scaricare le macerie, un cumulo che man mano diventava montagna.
Una per una le bambine venivano estratte dalle macerie, alcune erano illese, altre ferite o contuse. Tutte vennero portate via al sicuro, mentre, pian piano, un macabro spettacolo si offriva agli occhi dei soccorritori, anch’essi atterriti: otto bimbe, una suora e una donna giacevano senza vita, sfigurate nel volto e nel corpo.
Le trovarono strette, come in un disperato tentativo di difesa, accanto alla Suor Giuseppina e alla mamma Dorotea.
Nove famiglie scaraventate nel lutto più atroce e nel dolore dell’intera comunità.
Il Comandante dei vigili palermitani: l’ing. Ajovalasit, confermò che il crollo per il cedimento del tetto di copertura di un’aula a primo piano e del solaio sottostante, travolgendo le bambine appena entrate con la suora addetta e la madre di una di esse.
«Dopo appena due ore di lavoro affannoso – sempre l’ing. Ajovalasit – lavoro svolto sotto l'incombente pericolo del crollo di alcune parti di muratura rimaste instabili, sono state poste in salvo sei bambine e recuperate le salme di otto bambine, una suora e una donna».
«Sulle cause della sciagura – ha aggiunto il Comandante Ajovalasit – sono in corso accertamenti da parte dell'Autorità Giudiziaria».
Ritiene - è stato chiesto al comandante dei Vigili del Fuoco - che il vento di stamattina abbia influito questa notte a determinare il grave disastro?
«Certamente - ha risposto l'ing. Ajovalasit - il vento ha influito data la velocità e la natura del vento stesso a raffiche che ha sollecitato dinamicamente le strutture dell'edificio».
Persero la vita Suor Giuseppina Giordano, 44 anni; La Barbera Dorotea, 42 anni; Marfia Marianna, 12 anni; La Barbera Anna Maria Francesca, 4 anni; Polizzi Rosalia, 3 anni; Sala Anna Maria, 3 anni; Di Matteo Maria Pietra, 5 anni; Trapani Rosa, 4 anni; Di Liberto Francesca Giuseppa, 4 anni; Polizzi Maria Concetta, 3 anni.
Ad Altofonte, all’epoca un piccolo comune di poco più di 5.000 abitanti a due passi da Palermo, quello sarà un giorno che rimarrà per sempre nella memoria della popolazione.
Già dal pomeriggio del 12 un vento fortissimo e implacabile aveva spazzato la provincia di Palermo e ai 350 metri di altitudine, ad Altofonte la violenza del vento era stata avvertita ancora più furiosa. Per tutta la notte successiva, nell’ora in cui le angosce e le paure vengono amplificate dal buio e dal silenzio, tutta la popolazione la trascorse con l’assenza quasi totale del sonno e con la grande preoccupazione che potesse accadere qualcosa. Le campagne circostanti avevano sofferto maggiormente la furia del vento con alberi sradicati e piegati e con le chiome trascinate dalle raffiche, che spazzavano il terreno.
Al mattino del 13 le ultime folate, ormai svuotate della forza, accompagnavano gli altofontini all’inizio del giorno e alle loro normali occupazioni. Quella notte insonne e inquieta era però l’oggetto dei commenti della piccola folla che si era radunata davanti al portone del collegio. Bambini e genitori, mano nella mano, che attendevano Suor Giuseppina Giordano che si affacciasse sull’uscio per dare, come sempre, il buongiorno a tutti, ma soprattutto accogliere i bimbi, saranno stati una trentina su trecento, sotto le sue amorevoli cure.
Suor Giuseppina con quelle poche bambine e bambini richiuse alle sue spalle il pesante portone e andò, con quella schiera di piccoli, incontro ad un tragico destino. Quella mattina si affacciò all’interno la signora Dorotea La Barbera insieme alla figlioletta Maria Pietra che di anni ne aveva solo cinque. Si attardò un attimo con Suor Giuseppina, anche per scambiare due parole.
Gli altri genitori risalirono lo stretto viottolo e andarono verso le loro occupazioni. Qualche papà, complice il giorno semi festivo, si attardò con altri nell’angolo del Municipio per fare ancora due chiacchiere e per indugiare in qualche ragionamento iniziato prima e non ancora concluso. Questi furono i primi a voltare la testa verso il collegio e vedere una nuvola di polvere levarsi dal punto in cui poco prima avevano lasciato i loro piccoli.
Erano le 9.25 quando un tremendo boato, seguito da rumori di macerie che cadevano e da un’alta nuvola di polvere, invase lo stretto vicolo e si propagò per le vie del paese.
Quei genitori con il raccapriccio negli occhi, bloccati per qualche istante dall’incredulità e da un terribile presagio, si precipitarono nel vicolo urlando i nomi dei propri figli.
Esternamente sembrava che non fosse accaduto nulla. Il portone e le finestre erano quasi integri. Il dramma però si era consumato tutto all’interno del vecchio edificio, lì a sinistra dell’ingresso dove il tetto era rovinato sopra il pavimento dell’aula grande, crollato a sua volta sulle aule dove le piccole vittime si trovavano.
Voglio qui riportare un brano che ha del drammatico pur nella colorita prosa uscita dalla penna del cronista del “Giornale di Sicilia”.
«”Destino?” – ci ha chiesto un vecchietto avvolto nel suo grande scialle a quadri scuri. “Forse”.
Mi dice: “Qualche anno fa gli operai di un cantiere di lavoro ne hanno aggiustato il pavimento che oggi è crollato. Hanno fatto un buon lavoro: sulle tavole fradice hanno disteso un bel lastrone di cemento armato. S’immagini che peso! E poi che vuole, si trattava di disoccupati luogo: mica erano tutti muratori. A far precipitare il pavimento dell’aula grande è stato il crollo del tetto. Anche questo sei mesi fa ha avuto bisogno di una urgente riparazione: era tutto squinternato. Sulle fini solette di legno, tarlate e bacate dal tempo e dalla furia degli elementi, si posero delle robuste e pesanti tegole: tutto qui. Il vento e la pioggia dell’altra notte se lo sono sbocconcellato come fosse di pastafrolla, questo tetto che ha mandato al creatore una schiera di piccoli angeli dalle ali nuove di zecca».
La voce del crollo della scuola e che là sotto, sotto tonnellate di macerie c’erano molti bambini, corse come un fulmine per tutto il paese. Uomini e donne urlanti si precipitarono con una morsa che stringeva il cuore e il furore nelle loro gambe.
Cominciarono a spostare tegole, travi e detriti nella spasmodica speranza che i loro rispettivi figli fossero ancora vivi. Qualche cappottino cominciava ad intravedersi tra la polvere e le macerie sminuzzate. Qualche bambina veniva estratta; alcune ancora vive, altre morte.
Pochi minuti dopo il paese venne attraversato dal lacerante suono delle sirene dei Vigili del Fuoco che arrivavano da Palermo al comando dell’ing. Ajovalasit, il mitico Comandante di Palermo.
I vigili cominciarono a spostare le prime macerie, aprendosi un varco verso una delle aule al primo piano, dove secondo le indicazioni di alcune suore in stato di choc, dovevano trovarsi delle bimbe sepolte.
L'opera di rimozione delle macerie era immane. Il vicolo non permetteva l’ingresso di mezzi per il loro spostamento e allora tutto doveva essere fatto a mano, procedendo con grande cautela nella rimozione delle macerie, al fine di evitare altri crolli e di scongiurare la pericolosa minaccia di ulteriori crolli che sovrastava sui bambini e sulle bambine che si supponeva fossero ancora vivi sotto quella montagna di macerie.
«Avete trovato una bambina col vestitino rosso?».
«La mia ragazzetta ha le trecce legate con nastrini azzurri. L’avete vista?».
«Quanti sono i morti?».
«Quanti sono i vivi?».
Queste tra le tante furono le domande che i genitori rivolgevano ai vigili che si affacciavano sul vicolo per scaricare le macerie, un cumulo che man mano diventava montagna.
Una per una le bambine venivano estratte dalle macerie, alcune erano illese, altre ferite o contuse. Tutte vennero portate via al sicuro, mentre, pian piano, un macabro spettacolo si offriva agli occhi dei soccorritori, anch’essi atterriti: otto bimbe, una suora e una donna giacevano senza vita, sfigurate nel volto e nel corpo.
Le trovarono strette, come in un disperato tentativo di difesa, accanto alla Suor Giuseppina e alla mamma Dorotea.
Nove famiglie scaraventate nel lutto più atroce e nel dolore dell’intera comunità.
Il Comandante dei vigili palermitani: l’ing. Ajovalasit, confermò che il crollo per il cedimento del tetto di copertura di un’aula a primo piano e del solaio sottostante, travolgendo le bambine appena entrate con la suora addetta e la madre di una di esse.
«Dopo appena due ore di lavoro affannoso – sempre l’ing. Ajovalasit – lavoro svolto sotto l'incombente pericolo del crollo di alcune parti di muratura rimaste instabili, sono state poste in salvo sei bambine e recuperate le salme di otto bambine, una suora e una donna».
«Sulle cause della sciagura – ha aggiunto il Comandante Ajovalasit – sono in corso accertamenti da parte dell'Autorità Giudiziaria».
Ritiene - è stato chiesto al comandante dei Vigili del Fuoco - che il vento di stamattina abbia influito questa notte a determinare il grave disastro?
«Certamente - ha risposto l'ing. Ajovalasit - il vento ha influito data la velocità e la natura del vento stesso a raffiche che ha sollecitato dinamicamente le strutture dell'edificio».
Persero la vita Suor Giuseppina Giordano, 44 anni; La Barbera Dorotea, 42 anni; Marfia Marianna, 12 anni; La Barbera Anna Maria Francesca, 4 anni; Polizzi Rosalia, 3 anni; Sala Anna Maria, 3 anni; Di Matteo Maria Pietra, 5 anni; Trapani Rosa, 4 anni; Di Liberto Francesca Giuseppa, 4 anni; Polizzi Maria Concetta, 3 anni.








