"Qui giace la gioventù di Aberfan"
di Michele Sforza
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Un cumulo, un maledetto e inquietante cumulo alto oltre trenta metri fatto di materiali di risulta di una miniera di carbone di una zona del Galles, il 21 ottobre del 1966, provocò uno dei disastri più gravi mai occorsi su una scuola inglese.
Sopra Aberfan incombono ben sette discariche, sette enormi cumuli alti decine di metri alcuni dei quali poggiano su sorgenti di acqua che ne minano la stabilità. Ma nessuno se ne preoccupa. Fanno parte ormai del paesaggio e tutti ne hanno famigliarità. Erano le 9.00 di quel venerdì, un giorno come tanti nel villaggio di Aberfan fatto di 5000 anime nel Galles meridionale e un giorno come tanti per la scuola elementare “Pantglass Junior School”. A quell’ora i 240 bambini che frequentavano la scuola elementare in quel momento erano occupati a rispondere agli appelli delle loro maestre e dei loro maestri e si apprestavano ad iniziare la consueta giornata di studio. Nessuno di loro e né tantomeno i loro insegnanti potevano percepire il pericolo incombente che gravava sulle loro teste e sulla loro sicurezza. In quel momento una squadra di tecnici e operai si trovava proprio sul cumulo di detriti identificato con il numero 7, quello più vicino al villaggio. Era stato segnalato il cedimento di una linea di binari ed era lì per verificare cosa fosse accaduto realmente. Quella linea di binari appoggiata sull’enorme ammasso, che permetteva il transito dei vagoni per il trasporto a valle del carbone estratto, in effetti era stato inghiottito in una voragine. Si trattava in effetti di uno sprofondamento di quell’instabile massa verso una specie di cratere all’interno del quale del materiale ribollente, saturo di acqua aveva già raggiunto la condizione di liquefazione. Nei giorni precedenti delle abbondanti piogge avevano intriso quella montagna di scorie, tutta quell’abbondante acqua piovana era stata assorbita dai detriti, causandone nella notte un abbassamento di circa tre metri. Il cumulo n. 7 era alto all’incirca 34 metri ed era formato di quasi 227.000 m³ di scorie. Quasi 30000 m³ erano rifiuti dell’estrazione chimica del carbone, particelle molto fini di carbone e cenere, che quando sono saturi d'acqua, diventavano come delle sabbie mobili. La situazione col passare dei minuti diventava sempre più grave e precaria. I tecnici si precipitarono ad avvertire il responsabile, ma non c’era ormai più tempo. Troppo tardi. Il tempo era scaduto! Una gran massa di quel materiale liquefatto iniziò a muoversi velocemente scivolando verso il villaggio e verso la scuola e man mano che scorreva trascinava sempre più materiale che a sua volta veniva disciolto dalla massa. Man mano che la massa si avvicinava alle case, il rombo diventava sempre più profondo e lugubre. Un rombo che faceva vibrare l’aria, le finestre i pavimenti e le persone, come se fosse un terremoto. La massa informe sempre più vicina faceva saltare in aria tutto ciò che trovava sul suo cammino. Arrivò sulle prime case e il soffio del vento prodotto faceva esplodere i vetri, le finestre, le porte aprendo di fatto la strada alla melma che invase e occupò ogni spazio, anche il pertugio più piccolo. Il sole sul villaggio scomparve perché oscurato da un polverone nero, appiccicoso e sporco che scendeva dalla collina. 110.000 m³ di materiale slittarono per quasi 700 metri lungo il fianco di quella instabile collina, trascinando nella sua corsa le prime due case isolate e uccidendone gli occupanti. Una parte consistente della frana andò ad impattare contro la scuola distruggendola e inghiottendola quasi per intera. Il resto invase il villaggio distruggendo diverse case. Le classi vennero invase dal liquame, dalle macerie e da tutto quello che la frana trascinò nella sua corsa seppellendo decine di bambini. L’edificio scomparve quasi del tutto sotto l’immane massa di materiali che raggiunse un’altezza di circa nove metri. Solo il tetto si intravedeva ancora. Purtroppo il materiale cominciò presto a solidificarsi rendendo ancora più arduo il salvataggio di eventuali bambini sopravvissuti e il recupero dei corpicini di quelli che morirono immediatamente. Molti cittadini impotenti e sgomenti furono testimoni del disastro. Quando la valanga si fermo ci fu un silenzio irreale, uno sbigottimento collettivo rotto poco dopo dalle urla strazianti delle mamme che con l’angoscia che stringeva i loro cuori si precipitarono sulle macerie della scuola. Quasi tutte avevano almeno una figlia o un figlio in quella scuola. Poco dopo arrivarono i minatori che lasciarono il loro lavoro per precipitarsi a scavare con le mani nude per ritrovare i loro figli. Un lavoro immane compiuto sotto la minaccia di ulteriori smottamenti da quella maledetta collina. Si incominciò ad estrarre i primi corpi dalle rovine della scuola; i feriti furono portati ai vari ospedali della zona. Arrivarono tanti vigili del fuoco, forze dell’ordine, i sanitari e la protezione civile. Per ore scavarono incessantemente e fino alle 11.00 vennero estratti vive diverse persone tra bambini e personale scolastico. Dopo quell’ora più nessuno venne trovato in vita. Delle 144 persone che morirono nella sciagura, 116 erano bambini, quasi tutti di età compresa tra 7 e 10 anni; 109 bambini morirono all'interno della scuola. Cinque degli adulti morti erano insegnanti. Altri 6 adulti e 29 bambini rimasero feriti. Ci volle un’intera settimana per recuperare tutti i corpi. L’ultimo venne ritrovato il 28 ottobre. Il preside della scuola media, che si trovava a poca distanza, raccontò la sua esperienza vissuta nei momenti subito successivi al disastro: «L'ingresso delle ragazze era, per i suoi due terzi o forse tre quarti, pieno di macerie e materiale di scarto. Mi arrampicai sulle macerie nel portone quando guardai direttamente davanti a me vidi che le case della Moy Road erano svanite in una massa di materiale del cumulo e che le estremità del timpano, o parte del tetto, della scuola elementare sporgevano da questo macello. Abbassai lo sguardo alla mia destra e vidi che le case sulla Moy Road erano state distrutte.» Le piccole vittime con i loro maestri vennero ricomposte in una cappella vicina che si riempiva sempre di più, tanto che fu permesso l’ingresso ai soli genitori per il riconoscimento dei loro figli. L’impatto mediatico fu fortissimo; l’interesse dell’opinione pubblica fu altissima. Il grande dolore collettivo non impedì però di fare anche altre considerazioni e cioè se si poteva evitare quella strage e di chi fu la responsabilità. Proponiamo la lettura del reportage dalla zona del disastro di Ennio Caretto inviato de “La Stampa”, realizzato il giorno successivo alla tragedia. “Dalle 15 di oggi, nella tetra, arida valle di Merthyr, piove senza interruzione, a tratti con violenza rabbiosa, e il mare di fango nero e di detriti di carbone che copre la scuola e alcune case di Moy Road s'è messo di nuovo in movimento. L'immane frana ha dato una prima leggera scossa verso le 17, e poi, molto lentamente, ha ricominciato a scivolare in qualche punto. La polizia ha fatto sgomberare otto famiglie (non tutto il villaggio, come in un primo momento stato detto) e spostare di mezzo miglio, in posizione più sicura, il posto di pronto soccorso. Le ricerche dei bambini e degli adulti sepolti dalla melma non sono però state interrotte. Duemila uomini, forse più, in maggioranza minatori, hanno lavorato tutto il giorno per arginare il mare di fango, in condizioni disperate. Molte persone, accorse da ogni parte del Galles per aiutare, sono state rimandate indietro nel timore che intralciassero nelle operazioni. Se sorgerà il pericolo d'una nuova grossa frana, la polizia ordinerà il ritiro immediato dei soccorritori: suoneranno i clacson delle decine di trasporti pesanti impiegati nello sgombero dei detriti di carbone, e delle autoambulanze, inattive invece da ieri sera. Nelle ultime 24 ore, solo cadaveri sono stati estratti dalle rovine della scuola e delle case vicine. Pietosamente ricomposti, al riparo d’una palizzata, sono stati portati ad uno ad uno nella chiesa battista del villaggio, trasformata in camera mortuaria. Il loro numero è salito spaventosamente, sono 118, 109 dei quali bambini. I feriti ammontano ad una trentina, gli scomparsi oscillano trai cinquanta e i cento. Alla prima pioggia i minatori hanno alzato gli 0cchi al cielo, e uno vicino a noi ha teso il pugno verso la montagna. Piangeva. «Qui sotto ci sono ancora i nostri figli», ha urlato, «fermati, fermati!». L’ufficiale medico di Merthyr Tydfil, il dott. Rowland, lo ha portato via. Quando è tornato, ha scosso il capo. «Quell'uomo ha ragione», ha detto, «anche se non ci sarà una nuova frana, questa pioggia ucciderà ogni residua speranza. Solo un miracolo può avere conservato finora qualcuno dei bambini in vita: la formazione d'una nicchia, o d'una sacca d'aria, ad esempio, contro una parete. Continuiamo a lavorare, ma non ci resta che pregare». Siamo ritornati ad Aberfan da Cardiff stamattina, con un gruppo di minatori, su un camion carico di pietre destinate a far da argine alla frana. Il villaggio era semiparalizzato dall'orrore. Nelle strade camminava avanti e indietro, senza scopo, la stessa gente dei giorni precedenti, genitori che hanno perduto figli e non si danno pace. Alle porte e alle finestre si affacciavano gli stessi visi sconvolti con gli 0cchi arrossati da pianto. Più avanti, furgoni, scavatrici, bulldozers, autoambulanze ingombravano il cammino. Ai piedi della montagna il mare di fango pareva più pauroso ancora alla luce del gior|n0, spezzato in due tronconi a metà circa del pendio. È stato il primo dei tronconi, il maggiore, alto quindici metri, ad abbattersi sulla scuola e su sedici case dopo avere strisciato per mezzo chilometro: il secondo fortunatamente è finito sull'altro fianco della montagna. Siamo saliti dove c'erano la scuola e le case, affondando fino al ginocchio nella melma. Questa è la tomba di una intera generazione, qui giace la gioventù di Aberfan. Pantglass School, ci dicono, significa «Scuola della conca verde». Come conciliare un nome così poetico con una tragedia tanto disumana? Non dimenticheremo mai ciò che abbiamo visto. La frana era coperta di minatori armati di picconi, badili, zappe, forche, che scavavano con furia; di ragazzi che avevano formato lunghissime catene umane, snodate come giganteschi vermi, e si passavano sacchi di sabbia, secchielli di detriti, pietre; di infermiere che distribuivano bevande, curavano ferite e contusioni. Ogni tanto un uomo si chinava e afferrava qualcosa, un quaderno, un orsacchiotto di stoppa, una scarpina. Affioravano pezzi di lavagna, di banchi, mattoni, e, all’altezza delle case, delle tavole. Da un edificio, sepolto si alzava una densa colonna di fumo, qualcuno aveva acceso la stufa prima del disastro e si era sviluppato un incendio sotterraneo. Questi segni si perdevano tuttavia, erano un nulla nel terribile mare di fango. «Se dei bambini sono ancora vivi, si trovano là», ci ha detto un minatore additando una massa informe di terriccio, dove una volta si apriva una aula, «ma impiegheremo quindici, venti ore a scoprirli». In quel punto non usavano le scavatrici per paura di uccidere dei feriti o deturpare dei cadaveri. Spalavano a torso nudo nella pioggia incipiente, spinti dalla forza della disperazione. Un vecchio, seduto nel fango, esausto, ci ha mostrato un quaderno. Sopra era scritto sei volte: «Io devo essere buono e obbedire alla maestra», e in un'altra. pagina: «Io voglio bene alla mia mamma e mi ricorderò del suo compleanno». In bella calligrafa, più avanti ancora, si legge: «Ieri, questa notte, domani: vidi, ho visto, vedrò». «Me lo ha dato la madre», ha mormorato. «È toccato a me portarle il figlio morto. Non ci credeva, lo teneva in braccio e lo baciava. Grazie, mi diceva, e io le ripetevo che se l'era preso il Signore, che bisognava andare alla cappella mortuaria. Grazie, continuava a dire, e non voleva restituirmelo. Ma mi ha dato il quaderno. Era un bel bambino. Quando gli ho pulito la faccia, ho capito che non si era spaventato per la frana. Nessuno dei bambini s'era spaventato. Gi adulti, forse sì. Hanno trovato una maestra seduta alla cattedra, nel gesto di proteggere tre alunne. Due si tenevano per mano, ed allora le hanno portate via insieme in barella, unite anche nella morte». Il vecchio si è infilato il quaderno nella camicia, ha afferrato un piccone ed ha ricominciato a scavare. Agli abiti dei piccoli morti le infermiere puntavano con degli spilli i pochi oggetti personali e di scuola. Anthony Armstrong Jones. Si calcola che occorreranno due settimane perché la scuola e le case siano liberate dalla loro morsa mortale, sempre che la frana non ricominci. |…| «In un'aula ha detto un giovane padre hanno trovato 8 cadaveri contro una parete, uno addossato all'altro. La morte deve averli colti mentre cercavano di mettersi in salvo. So che i minatori che li hanno dissotterrati hanno dovuto abbandonare la scuola in preda al pianto. L'hanno descritta come una vista orribile. Dovrei sperare ancora che mio figlio sia vivo. Sono invece qua che attendo di constatare se è tra gli otto cadaveri. Almeno potrò seppellirlo». Alla signora Gough il tormento impedisce la parola. Nel disastro ha perduto due figli, Bryan, di 9 anni e mezzo, e Julian, di 8, le è rimasta una bambina di 5, che si trovava presso l’uscita quando il mare di fango ha investito la scuola. Ha scosso la testa alle nostre domande, nascondendola tra le braccia. «Seppellirli? – ha mormorato? – che differenza fa ormai?». Le tenebre sono calate questa notte su Aberfan in una pioggia torrenziale. Malgrado le indicibili difficoltà, le ricerche degli scomparsi proseguiranno senza interruzione. «Non ce ne andremo di qui finché questo fango non minaccerà più, di travolgere l'intero villaggio», ha esclamato un minatore. Tutti sono pronti per un'emergenza, se necessario oltre metà di Aberfan si scuoterà in pochi minuti. Sulla montagna incombono, le ombre di altri mucchi di detriti della miniera, simili a quello che è franato. Costituiscono un terribile ammonimento e una perpetua minaccia. |








