L'alluvione di Reggio Emilia del 1973
di Tiziano Grandi
|
|
L’Emilia deve il suo nome all’omonima via romana che tuttora taglia la Pianura Padana, da Piacenza a Rimini. A distanza di un giorno di cammino erano posti presidi o insediamenti per garantire l’agevole e sicuro transito di beni e persone: Piacentia, Regium Lepidi, Mutina, Bononia, Forum Livii, Ariminum sono solo alcuni di questi centri, i cui nomi si collegano facilmente alle città che conosciamo oggi.
Regium Lepidi è naturalmente l’attuale Reggio Emilia, attraversata ancora dalla Via Emilia lungo lo stesso antico percorso; nel centro storico, di fronte alla Chiesa di San Pietro, è tuttora visibile un tratto del fondo stradale d'epoca. Il torrente Crostolo fa parte del tessuto urbano fin da allora, avendone seguito lo sviluppo fino all’attuale conformazione cittadina. Nel Medioevo si registrò una prima, importante deviazione, quando il suo corso venne portato all’esterno delle mura. In epoca rinascimentale seguirono due nuove opere idrauliche: in città, un ulteriore spostamento dell’alveo verso la periferia, nel sito corrispondente in massima parte all’attuale percorso; nel tratto terminale, lo spostamento dell’immissione naturale dal fiume Secchia al fiume Po. Si comprende bene come i reggiani abbiano sempre considerato questo corso d'acqua alla stregua di un "docile amico" che negli anni ha cambiato parzialmente carattere, assumendo un andamento più torrentizio, con periodi di secca ed improvvise piene che tuttavia non avevano mai creato problemi alla città. Le alluvioni erano storicamente quelle della "Bassa" (l'area della Pianura Padana a nord della Via Emilia fino al Po, definita così in contrapposizione alla fascia a sud che sale verso l’Appennino), dominate dal grande fiume. Il Po e le sue terre, raccontati mirabilmente da Giovannino Guareschi nella saga del sindaco Peppone e del parroco Don Camillo: il Po come risorsa e presenza amica, ma talvolta avversario crudele contro le cui piene lottare per salvare paesi e colture, oppure a cui cedere, lasciandone sfogare l'ira lenta e inarrestabile. Presagio di ciò che sarebbe accaduto pochi mesi dopo fu il violento nubifragio scagliatosi sulla provincia reggiana nel settembre del 1972. Le forti precipitazioni misero in ginocchio diversi comuni montani. Il Crostolo si gonfiò come mai prima: la preoccupazione tra le autorità e i cittadini fu altissima, ma alla fine il torrente resse l’impatto della piena e smaltì verso il Po le masse d'acqua provenienti da monte. 9 giugno 1973 Dal dopoguerra, lungo le rive del Crostolo — tra quella che i reggiani chiamano oggi "Passeggiata delle Caprette" e via Monte Cisa — sorgevano le abitazioni, spesso precarie, delle famiglie più indigenti. Lì vivevano i "montanari", scesi a valle attratti dalle opportunità di lavoro offerte dalle fabbriche e dai cantieri del capoluogo nel periodo del boom economico tra gli anni '50 e '70. In lunghi tratti, il Crostolo non disponeva nemmeno di argini. Le settimane tra maggio e giugno furono particolarmente piovose. Un'imponente massa d’acqua ingrossò nuovamente il Crostolo, trascinando con sé tronchi e detriti. Questo materiale contribuì in modo determinante al disastro di via Monte Cisa. All'ingresso sud della città, nel punto in cui la strada statale SS 63 scavalca il torrente con il ponte di San Pellegrino, legnamia, rami e detriti vari si incagliarono tra i piloni. Nella notte tra l’8 e il 9 giugno si consumò l’epilogo. Le acque del Crostolo, raggiunta una piena eccezionale, tracimarono. La "diga" improvvisata formatasi al ponte di San Pellegrino favorì l’inondazione: con violenza devastante, le acque melmose si riversarono nelle strade. Via Monte Cisa, con le povere case costruite nell’area golenale, divenne l’epicentro del dramma. Alle 4:20 del mattino giunse la prima chiamata al Comando: una richiesta per un banale prosciugamento di una cantina allagata a Vezzano sul Crostolo, 15 chilometri a monte di Reggio. La pioggia battente che sferzava la provincia da giorni e un'occhiata al torrente, che passa vicino alla caserma, non lasciavano presagire nulla di buono. Per scrupolo, nella sede di via della Canalina si iniziò subito a preparare imbarcazioni e motopompe. Venti minuti dopo arrivò la seconda chiamata per una casa allagata in città; poi, improvvisamente, la tragedia. Non si trattò più di semplici prosciugamenti, ma di centinaia di persone da soccorrere, sorprese nel sonno e costrette ad arrampicarsi sui tetti, abbarbicate a grondaie e antenne. Il livello dell’acqua continuò a salire, raggiungendo in breve tempo i secondi piani degli edifici. Le testimonianze dei sopravvissuti, riportate dai giornali dell'epoca, mostrano dinamiche identiche: il risveglio di colpo nel cuore della notte per un boato, il tentativo di uscire sbarrato dall'acqua che sale vorticosa, le poche cose afferrate al volo e la fuga sul tetto, al buio, sotto la pioggia battente. Poi il terrore, nell’attesa di una barca che mettesse in salvo se stessi e i propri cari. Dalle relazioni redatte dall’Ing. Antonino Consiglio, allora Comandante Provinciale dei Vigili del Fuoco di Reggio Emilia, è possibile ricostruire nel dettaglio l’opera prestata dai soccorritori. Nei quindici minuti compresi tra la chiamata di Vezzano e lo scatenarsi del disastro, i Vigili del Fuoco, intuendo l’imminente pericolo, riuscirono a predisporre tutti i natanti in dotazione al Comando di via della Canalina. Quattro barche, due battelli pneumatici e un automezzo anfibio uscirono uno dopo l'altro con il personale di turno. Alle 4:40 la prima imbarcazione raggiunse via Tassoni, ponendo in salvo due anziani dall’acqua che aveva ormai invaso il piano terra della loro abitazione, per poi dirigersi verso via Monte Cisa. Il personale libero dal servizio fu prontamente richiamato in caserma per formare ulteriori squadre di soccorso. L’Ispettorato Regionale dei Vigili del Fuoco dell’Emilia-Romagna, informato della gravità della situazione, inviò sul posto le sezioni operative dei Comandi vicini di Modena e Parma. Lo stesso Ispettore Regionale, Ing. Carmelo Miggiano, si pose alla guida di due ulteriori sezioni operative provenienti dal Comando di Bologna. In brevissimo tempo, sotto le direttive del Comandante Antonino Consiglio e dell’Ispettore Miggiano, i Vigili del Fuoco dispiegarono sul campo 84 uomini tra Ufficiali, Sottufficiali e Vigili, avvalendosi di un imponente schieramento di mezzi. Non erano ancora le 7:00 del mattino quando la prima fase dei soccorsi si concluse: tutte le persone in pericolo che avevano trovato riparo sui tetti furono tratte in salvo. Alle prime luci dell'alba si procedette al triste recupero delle salme delle due vittime di quella notte: una donna di 60 anni, sorpresa dalla piena e annegata in uno scantinato, e un uomo di 86 anni colto da malore. Contemporaneamente, i sopralluoghi vennero estesi a diversi chilometri a monte, dove gli straripamenti avevano travolto ponti, interrotto la viabilità e allagato vaste aree agricole. La preoccupazione si spostò quindi verso valle, seguendo l’onda di piena. Diversi equipaggi dotati di motopompe furono inviati a gestire i prosciugamenti richiesti nella zona nord della città, mentre i Vigili del Fuoco del distaccamento di Guastalla presidiavano gli argini del Crostolo nel territorio comunale di Gualtieri. La piena scaricò infine la sua portata nel Po durante il pomeriggio, consentendo il rientro dell'allarme in serata. L’opera dei Vigili del Fuoco proseguì ininterrottamente nei giorni successivi per assistere la popolazione nel rientro nelle abitazioni, verificare la stabilità delle strutture, prosciugare i locali allagati e recuperare i beni personali. Il bilancio finale fu drammatico: 2 vittime, 60 abitazioni alluvionate e oltre 300 persone direttamente coinvolte, più di 220 delle quali tratte in salvo nelle prime ore dell'emergenza dalle imbarcazioni dei Vigili del Fuoco. I soccorritori si distinsero per professionalità e abnegazione, ricevendo la gratitudine dell'intera cittadinanza e un encomio formale da parte del Prefetto di Reggio Emilia, Dott. Umberto Grieco. |











