26 settembre 1976: la sciagura dimenticata di Manfredonia
di Michele Guerra
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La mattina di domenica 26 settembre 1976 segnò per la città di Manfredonia e per il territorio circostante l'inizio di un dramma ambientale e sanitario di proporzioni storiche. Alle ore 09.40, all'interno dell'impianto ammoniaca dello stabilimento petrolchimico ANIC-SCD, si verificò un cedimento strutturale di estrema gravità. La causa scatenante fu individuata nello stress da corrosione che aveva indebolito la parte superiore della colonna di lavaggio dell'anidride carbonica. A causa della fortissima pressione interna, la cima della struttura cedette all'improvviso, provocando una violenta esplosione che scagliò elementi metallici a grande distanza e squarciò i condotti di contenimento. Da quel varco spalancato si liberò immediatamente una quantità imponente di sostanze ad alta tossicità: la pressione d'uscita trasformò circa 200 metri cubi di una soluzione satura di sali d'arsenico in una vera e propria nube nebulizzata, che si disperse rapidamente nell'atmosfera prima di ricadere sul suolo e sugli impianti circostanti. Le stime analitiche calcolarono la fuoriuscita diretta di ben 10 tonnellate di anidride arseniosa e 18 tonnellate di ossido di carbonio. Nelle aree adiacenti al luogo dello scoppio, il veleno non si limitò a vaporizzarsi, ma si depositò a terra sotto forma di una massa fluida, viscosa e dal caratteristico colore giallastro, raccogliendosi in ampie chiazze.
L'impatto dell'evento fu devastante e immediato, sebbene avvolto fin dai primi momenti da un clima di rigoroso riserbo da parte dei vertici aziendali. In quel momento circa 2.000 lavoratori occupati nella fabbrica vennero esposti in modo diretto alla contaminazione chimica, mentre una popolazione di quasi 50.000 cittadini residenti nei comuni limitrofi subì un'esposizione indiretta. Gia nelle ore successive, il Laboratorio Provinciale di Foggia confermò che il terreno nei pressi degli impianti presentava una concentrazione eccezionalmente alta di arsenico, con tracce rilevabili anche verso la zona nord-est dell'abitato di Manfredonia. Nonostante i tentativi iniziali della direzione aziendale di ridimensionare l'accaduto e di rassicurare l'opinione pubblica parlando di un semplice incidente tecnico privo di conseguenze, la realtà emerse con drammatica evidenza. Molti operai cominciarono ad accusare malesseri diffusi e si presentarono negli ospedali per essere sottoposti a controlli. Gli esami clinici sulle urine dei cittadini rivelarono valori di arsenico impressionanti, arrivando in alcuni casi a superare di 14.000 volte i limiti standard di tolleranza. L'angoscia e l'allarme sociale si diffusero rapidamente tra la popolazione, spingendo i sindaci di Manfredonia e di Monte Sant'Angelo ad emanare ordinanze contingibili e urgenti per vietare tassativamente il consumo di prodotti ortofrutticoli e l'allevamento di bestiame. Il territorio venne suddiviso in due aree a rischio: la Zona A, che comprendeva l'intero perimetro della fabbrica, e la Zona B, una fascia di rispetto estesa per circa 1.500 ettari tutt'attorno. L'incidente di Manfredonia, avvenuto soltanto pochi mesi dopo la tragedia della diossina a Seveso, richiamò sul posto esperti del Consiglio Superiore della Sanità, docenti universitari provenienti dagli atenei di Milano, Pisa, Bari e Napoli, oltre ai tecnici inviati dall'ENI e a una moltitudine di giornalisti italiani e stranieri. Si costituirono due comitati tecnico-scientifici specifici, uno dedicato al disinquinamento del suolo e del mare e l'altro alla tutela della salute pubblica. La vicenda assunse ben presto un contorno politico e sociale complesso. Il 15 ottobre il Consiglio comunale di Manfredonia votò all'unanimità una mozione per chiedere la riconversione degli impianti verso produzioni manifatturiere non inquinanti, a cui fece seguito una massiccia manifestazione popolare. Di contro, l'amministrazione di Monte Sant'Angelo, preoccupata per le ripercussioni occupazionali e forte del sostegno delle maestranze, dei sindacati di categoria e di vari partiti, sostenne la riapertura dei cancelli. Le tensioni sfociarono nelle dimissioni del sindaco di Manfredonia, Michele Magno, poi ritirate dopo numerose manifestazioni di solidarietà. Mentre la Procura della Repubblica di Foggia manteneva i sigilli sugli impianti, nell'estate del 1977 nacque il Comitato per la tutela della salute e la salvaguardia dell'ambiente, un organo paritetico inedito in Italia che impose all'ANIC un piano di adeguamento e bonifica con investimenti per 21 miliardi di lire. Ciò consentì la ripresa delle attività produttive nel 1978. Tuttavia, l'eredità più dolorosa dell'esplosione del 1976 emerse a distanza di anni. Verso la metà degli anni '90, l'oncologo Maurizio Portalupi e l'operaio Nicola Lovecchio — colpite egli stesso da un tumore all'apparato respiratorio — avviarono un'indagine epidemiologica autonoma sui colleghi mandati a bonificare l'area dopo lo scoppio senza protezioni adeguate. L'indagine fece emergere una scia di 23 lavoratori deceduti o colpiti da patologie oncologiche in età giovanile. Nicola Lovecchio morì il 9 aprile 1997 all'età di 50 anni, diventando il simbolo della lotta per il riconoscimento dei danni da arsenico e della dignità dei lavoratori esposti alle nocività industriali. |
Le immagini sono state fornite dall'autore e provengono dal Museo Sorico dei Pompieri di Manfredonia (FG)











