Il disastro dei timbri a caldo e il Muro di... "Bison"
di Michele Sforza
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Eccomi nell'estate del 1976 durante il corso
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Il disastro dei timbri a caldo
Era l'estate del 1976, forse agosto, e durante il corso di formazione da vigile che feci insieme ad altre decine di giovani allievi nella sede storica di Porta Palazzo, per catturare la benevolenza dei capi sezione e dei responsabili dei diversi settori, noi allievi ci offrivamo spesso volontari per svolgere dei lavori extra a fine turno del corso. Questa disponibilità, non certo disinteressata, serviva soprattutto a noi residenti “fuori sede” per ottenere qualche permesso e tornare a casa. Sono pugliese di Foggia. In uno di questi "scambi di merci", venne chiesto a me e ad Angelo Marcucci — un collega-paesano della provincia di Foggia, ma residente a Torino da molti anni — di marchiare con i timbri a caldo delle nuove scale in legno. L’incarico ci venne dato direttamente da un Ufficiale (all’epoca si faceva ancora fatica a chiamarli Funzionari): il geometra Nello Palandri, uno spilungone fiorentino che, con i suoi modi di fare, ci incuteva un certo terrore. Presi dallo zelo del momento, sicuri di fare un ottimo lavoro e di guadagnare così la nostra meritata ricompensa, ritirammo dal magazzino il necessario: la forgia, la carbonella e, soprattutto, il pacco dei punzoni in metallo da scaldare. Ogni numero aveva uno stelo di ferro che terminava con un manico di legno per non bruciarsi. Il magazziniere si raccomandò di fare attenzione, perché quei punzoni erano nuovi di zecca. Fummo molto convincenti nel tranquillizzarlo sulle nostre indubbie capacità manuali. Così, pieni di buona volontà, ci mettemmo all’opera di buona lena: forgia, carbone, fiammiferi, timbri e scale. Tutto a posto. Via con il fuoco! Un bel po’ di giri del soffiatore manuale e il carbone raggiunse in breve una temperatura altissima. "Inzuppammo" i timbri nella carbonella ormai rovente e, valutato "a spanne" il tempo che i timbri avrebbero impiegato per scaldarsi, per ingannare l’attesa andammo a cazzeggiare con qualcuno in un angolo del cortile, forse anche a prendere un caffè. Dopo un tempo indefinito e certi che ormai i timbri fossero ben riscaldati, tornammo al nostro desco. Prendemmo l'lenco delle sigle da incidere sulla prima scala e tirai fuori dal fornello il primo timbre. Con grande stupore, però, in mano avevo solo il manic di legno e un moncherino di metallo: la parte dei manici più distante dalle fiamme. Tutto il resto era fuso e gocciolante sotto la forgia. Nella nostra beata ignoranza non riuscivamo a darci una spiegazione. Che casino avevamo combinato! Dovevamo subito escogitare un piano per non pagare dazio. Confidando sulla poca memoria del nostro Ufficiale, ce la squagliammo (letteralmente, come i timbri), andando ad aiutare altri colleghi impegnati in altre occupazioni, proprio per costruirci un alibi. Il nostro piano riuscì a meraviglia: nessuno ricordava a chi fosse stato affidato il delicato compito di marchiare le scale che, nel frattempo, erano ancora tutte lì in attesa. Erano i primi giorni e ancora nessuno associava i nomi ai volti di noi allievi. Intanto, il fuoco finiva di divorare i resti del misfatto. Il "Muro Bison": la nostra Berlino a Porta Palazzo Alcuni anni prima della caduta del Muro di Berlino — era il 1982, foriero di quello che sarebbe accaduto nel 1989 — anche noi a Torino avemmo un muro da far cadere. Certo, un muretto più che un muro; anzi, più che un muretto, sicuramente un divisorio in mattoni messo su a tamponamento di una porta. Di sicuro qualche differenza c’era, non discuto. Intanto la lunghezza; poi il numero di mattoni e di sacchi di cemento occorsi per l’edificazione; ma soprattutto, la durata del manufatto. Se a dividere le due Germanie quei chilometri di cemento stettero in piedi trentotto anni, il diaframma di casa nostra durò meno di un caffè al bar. Indubbiamente un vantaggio. L’anticoncezionale in mattoni e calce si trovava nella sede di Porta Palazzo ed era stato edificato perché, da un po’ di tempo, alcuni materiali del Comando — volontariamente o involontariamente — prendevano la via dell'ignoto (per non dire che cambiavano proprietario). Dovete sapere che nella vecchia sede il garage delle auto private si trovava al di sotto del piano stradale, proprio sotto il secondo cortile, in particolare al di sotto della sala mensa. I locali erano stati realizzati a inizio ‘900 sfruttando la diversa altezza dei piani tra corso Regina Margherita e via Fiocchetto, tanto che da un lato risultavano interrati, mentre dall’altro vi si accedeva dalla strada. Per limitare lo “strano” fenomeno, il Comando esasperato diede l'incarco al geometra Palandri — ancora lui sulla mia strada — e al Vicecapo Reparto Ruggero Bison, provetto muratore, di murare la porta che dalla botola davanti alla sala mensa portava alla rimessa. Così, per andare a prendere la propria auto, non ci si infilava più dal boccaporto del cortile, ma bisognava fare il periplo della sede: ossia uscire, fare un pezzo di corso Regina, un pezzo di corso XI Febbraio, via Fiocchetto e infine il tanto sospirato garage. Insomma, se un’autopompa o un prosciutto voleva cambiare proprietario, dovevi passare sotto lo sguardo indagatore di decine di colleghi e di mezza Torino. Se il “muro Bison” (così lo denominammo poi) poteva avere un senso per fermare l’esodo dei prosciutti e dei provoloni, noi tutti lo vivevamo come un'iniquità e come un limite alla libertà di movimento — ecco la rispettosa analogia con Berlino. Aspettammo che il collega Bison, finito il lavoro, riaffiorasse dalla botola imbiancato di calce e cemento per coprirlo di frizzi e lazzi, dandogli del venduto e del lacchè. Il poverino si difese adducendo ragioni che arrivavano “dall’alto”, che noi comuni mortali non potevamo comprendere. Sono trascorse qualche decina di anni e oggi lo posso confessare. D’impeto e senza dire niente a nessuno — rischiando grosso perché era pomeriggio e non ero protetto dal buio della notte — chiesi al collega e amico Carlo Andrione di fare da palo. Ansioso, mi chiese cosa avessi in mente. Gli dissi di non preoccuparsi e di guardarmi le spalle. Andai giù e, con un paio di calcioni ben assestati, il muro venne giù come pasta frolla. Riemersi dagli inferi e con Carlo ci allontanammo di un paio di metri per goderci lo spettacolo. Il povero Bison si era appena nettato dagli schizzi di cemento e ritornò sul "cantiere" per contemplare il suo capolavoro, pensando al compiacimento che si era guadagnato con Palandri e per controllare che la malta asciugasse bene. Si calò nel pozzo e, pochi secondi dopo, sentimmo solo un lugubre urlo seguito da una lunga sequela di bestemmie urlate, un misto tra veneto e piemontese che non riporto per rispetto. Nessuno sapeva cosa fosse accaduto lì sotto e tutti vollero capire la ragione di cotanta costernazione del mite Bison. Tanti pensarono che fosse caduto dalla scala a pioli, altri ad un infarto. Era bello vedere i colleghi scendere costernati e curiosi di sapere e vederli risalire con le pance in mano dalle risate. Per non destare sospetti e con una gran "faccia da tola", anch’io mi unii al pellegrinaggio per vedere i resti del “muro Bison”, manifestando tutta la mia solidarietà a lui, che era rimasto giù a raccogliere le condoglianze “sincere” dei compagni. Poco dopo accadde il finimondo. Venne giù Palandri, poi il Capo Sezione Lombardi, altri Funzionari e il Comandante. Tutti giuravano impalamenti e condanne esemplari nei confronti dei responsabili, che mai vennero scoperti e rimasero per decenni ignoti. Lo scherno fu troppo grande, soprattutto per il povero Palandri, che da quel giorno compiva lunghi giri nel cortile pur di non sfiorare il luogo della caduta del muro e... dei suoi nervi. Nel 2014, in occasione del pensionamento di due colleghi confessai — alla presenza del sempreverde Palandri — i due misfatti: quello del “muro Bison” e quello dei timbri fusi. Un “peso” che gravava come una piuma sulla mia coscienza. Per quarant’anni non avevo chiuso occhio, tormentato dai rimorsi. Pur confidando nella prescrizione dei due reati e nella clemenza del caro Palandri, decisi, con grande sofferenza interiore, di confessare i due efferati delitti. |


