Il borotalco... non borotalco e il berretto fuori misura
di Giulio Filippone
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Una fotografia giovanile di Giulio Filippone
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Il borotalco... non borotalco
C’era un collega che si chiamava Alessandro C., detto “Plinio”. Plinio era furiere e si avvaleva volentieri del suo ruolo per rendere difficile la vita dei colleghi. Se gli si chiedeva di non essere inserito in un turno teatrale perché impossibilitati a farlo quel giorno, potevi stare tranquillo: proprio quel giorno ti sarebbe toccata una vigilanza in qualche teatro. Plinio aveva un acerrimo nemico, Alfredo B., che un giorno decise di saldare il conto e fargliela pagare per il suo modo di fare. Alfredo escogitò allora uno scherzo da mettere in atto con Nicola, un altro collega. Avevano fatto passare un tubicino nell’applique sopra il letto di Plinio, il quale amava farsi la doccia e stendersi sulla branda per godere del fresco post-lavaggio. A quel punto entrava in azione Nicola che, per distrarlo, lo "accarezzava" con parole o piccoli gesti mandando Plinio in “brodo di giuggiole”. Era un piacere che si aggiungeva al relax post-doccia; Plinio non si accorgeva che dal tubicino — collegato a una pompetta tipo clistere — Alfredo gli faceva cadere addosso una nuvola di "borotalco". Il piacere di Plinio era massimo. Il problema, però, era che invece del borotalco gli cadeva addosso della scagliola: dopo un po' Plinio rimase duro e immobile sulla branda, perché la scagliola si rapprese facendogli un vero e proprio calco addosso. Il berretto fuori misura Negli anni ’60 c’era un collega, Matteo L., che noi chiamavamo “Puppa”. Era un uomo molto sensibile e facilmente impressionabile dai problemi della vita. Decidemmo così di fargli uno scherzo. All’epoca dei fatti, il medico del Comando era il Professor Volterrani, che si rese disponibile al gioco. In caserma centrale c’era una cappelliera a disposizione di tutti, dove ognuno poteva lasciare il berretto e la giacca senza che nessuno toccasse niente. In Magazzino Generale esisteva però una testa in legno munita di una vite, che serviva per allargare i berretti che stavano un po’ stretti: si calzavano umidi sulla sagoma e, tramite la vite posteriore, li si allargava un po’ alla volta finché non cedevano. Questo era necessario perché all’epoca non c’erano le taglie per tutti; si prendeva la misura più prossima alla propria e la si aggiustava così. Il giorno in cui decidemmo di iniziare lo scherzo, il collega Luigi M. incontrò Puppa e gli disse: — Ciao Puppa. Mah... non stai bene? — No, sto bene. Perché? — Niente, mi sarò sbagliato, scusami! Mentre attraversava il cortile, Puppa incontrò altri colleghi che gli fecero tutti la stessa domanda. A quel punto, cominciò a preoccuparsi davvero di avere un aspetto poco sano. La storia andò avanti per un paio di mesi senza che lui sospettasse nulla. Intanto i colleghi, autori della burla, giorno dopo giorno prendevano il suo berretto dalla cappelliera e, senza farsi accorgere, lo mettevano sotto la morsa della testa in legno, allargandolo sempre un po’ di più. Puppa, a quel punto davvero spaventato e con il berretto che gli ballava in testa, decise di andare dal dottor Volterrani, che lo stava aspettando impaziente. — Professore, io non sto bene, mi sento davvero molto male. — Venga pure, Matteo. Stia tranquillo che la visito subito. Il dottore, mentre lo stava visitando con aria seria, esclamò: — Ahia! Matteo, la cosa è seria: lei ha una brutta malattia. Puppa, quasi disperato, chiese: — Dottore, cos'ho? Che devo fare? — Lei ha il morbo di "Kirstein", bisogna fare molta attenzione. — Professore, e che cos'è? Cosa mi succederà? — chiese Puppa terrorizzato. — Eh! Vede, è un morbo che rimpicciolisce la testa. Lo può vedere lei stesso dal cappello: le sta diventando larghissimo! Uscendo in cortile incontrò un collega complice che, per l’ennesima volta, gli chiese come stesse. Puppa rispose che stava malissimo: aveva il morbo di "Kirstein" che rimpicciolisce la testa. E mentre lo diceva, il cappello gli scendeva giù fino a fermarsi sulle orecchie. |