La sostenibile leggerezza nelle ore di servizio
di Maurizio Fochi
Non esiste un incontro tra vecchi amici e colleghi Vigili del Fuoco che non preveda la rievocazione di tutto l’armamentario di aneddoti e storielle, spassose e semiserie, che arricchiscono anni di fraterna convivenza all’interno delle nostre sedi. Le tante ore passate insieme sono sempre state allietate da ogni genere di scherzo, talvolta ai danni dei nuovi arrivati o, cinicamente, perpetrati più volte nei confronti dei meno disincantati. Quei ricordi suscitano ancora il massimo dell’ilarità, soprattutto per chi ne è stato, in un modo o nell'altro, protagonista.
Gli ambiti in cui si svolgevano queste burle erano i più diversi. Le più praticate durante l’estate erano, senza alcun dubbio, quelle acquatiche. C'erano veri e propri specialisti che, dalla loro elevata postazione strategica, sapevano colpire le vittime con straripanti secchiate d’acqua. Alcuni tra i più esperti riuscivano a centrare i malcapitati nell’assoluto anonimato, andandoli a incrociare pochi secondi dopo nel cortile e mostrando, con un'enorme “faccia di tolla”, tutto il loro stupore. L’uso del palo da discesa, a quei tempi, era uno strumento di assoluta utilità per queste fughe.
Lo scherzo d’acqua era sicuramente il più “gettonato”, messo in atto in ogni sua più disparata forma in qualsiasi occasione si presentasse. Le “incazzature” erano garantite, così come le promesse di “sfida all’Ok Corral” che prolungavano nel tempo queste “perturbazioni temporalesche”.
Un altro scherzo che veniva spesso compiuto ai danni dei nuovi Vigili Ausiliari, quando erano di corvée in cucina, era quello di far portare al giovane inesperto i rimasugli delle verdure nelle "gabbie dei conigli", su al quinto piano del castello di manovra. Questo viaggetto su per le rampe di cinque scale era una sorta di iniziazione: l'ausiliare, una volta tornato in cortile dopo aver scoperto che non c'era nessun coniglio, si trovava sbeffeggiato da tutti i presenti. Altrettanto memorabili rimangono tuttora i tanti tornei di pallavolo giocati tra permanenti e ausiliari, con ogni genere di scherno rivolto ai perdenti (il più delle volte, appunto, i poveri VV.A.).
A Mantova, uno dei personaggi più presi di mira era il barbiere: una persona piuttosto anziana che, avendo stipulato un contratto a cottimo, passava a raccogliere le firme dagli ausiliari per dimostrare di aver tagliato loro i capelli, come previsto per chi svolgeva il servizio militare. Al povero Severino venivano fatti i più disparati e sadici scherzi: gli spalmavano abbondantemente di grasso le manopole del manubrio della bicicletta, oppure gli legavano la bici alle finestre dei piani superiori del castello di manovra. Una volta un vigile, calzata una vecchia muta nera da sub su cui erano state disegnate le ossa a mo’ di scheletro e indossando una maschera da teschio, aspettò nella penombra l’arrivo del povero barbiere, che per poco non morì dallo spavento. All’illustre burlone andò meno bene un'altra volta quando, alle prese con un Capo Reparto sorpreso dalla comparsata, ricevette da quest'ultimo un forte sganassone. Si dice che, per un po’, smise di fare scherzi.
Clamorosa fu la burla che si fece a un collega telefonista. Era uno che difficilmente riconosceva i diversi timbri di voce, per cui era estremamente facile spacciarsi per un qualsiasi richiedente soccorso. Allora le chiamate al 115 non venivano registrate e, non essendoci ancora i cellulari, veniva utilizzata per l’ordinario traffico telefonico la cabina SIP posta all’interno della sala ricreativa della caserma.
Quella sera simulammo una chiamata di soccorso da parte di un fantomatico cittadino che, tornando dal Lago di Garda, aveva visto "gonfiarsi il gommone" all’interno della propria vettura. Il fatto era talmente paradossale che pensavamo venisse subito scoperto; invece, con nostro grande stupore, il centralinista — che non era solito assumersi responsabilità personali — chiamò il Capo Turno che stava già nella sua stanzetta. Andammo subito a origliare dietro la porta e, con altrettanta sorpresa, sentimmo il Capo Turno dire: “Digli che lo buchi!”. A quel punto, sapendo già quale sarebbe stata la risposta, avevamo preparato una preoccupata replica: “Ho paura, dopo scoppia!!!”.
Nuova chiamata al Capo Turno che, a quel punto, dispose l’uscita della partenza. Il Capo Squadra chiamato a intervenire (che era lo stesso che stava al telefono nella cabina a fare la finta richiesta) si rifiutò di uscire, suscitando la grande ira del centralinista, il quale era ben lungi dall’aver capito di essere stato "messo in mezzo". Noi tutti ci stavamo sbellicando dalle risate. Alla mattina, quando suonò una vera chiamata di soccorso, il centralinista si rivolse allo stesso capo squadra dicendogli acido: “...e adesso, vuoi andare fuori?”.
In aggiunta, vorrei rivolgere un caro ricordo al C.R. Gianfranco Novanta (Mantova 1932-2020), riportando una sua testimonianza raccolta durante le riprese del documentario “I Ricordi e la Memoria”, realizzato nel 2016. In quel filmato raccontava, in modo divertito, il trascorrere dei giorni all’interno della vecchia caserma di via Grioli a Mantova durante gli anni Cinquanta:
"Era uno spasso, anche perché io e Boni di scherzi ne abbiamo fatti tanti. Insomma, noi eravamo più giovani e ci piaceva scherzare con quelle persone anziane che ormai non aspettavano altro che la pensione. Qualcuno di loro tendeva un po’ a bere, per di più senza segnare le bevute. Quando a fine turno dovevamo annotare sulla lavagna la quota del vino consumato, ne mancava sempre parecchio; perciò, per pareggiare i livelli scomparsi, noi aggiungevamo acqua.
Una sera, c’era un brigadiere di Verona che si era addormentato in sala mensa. Boni mi fa: 'Guardalo là... sai come facciamo per svegliarlo?'. 'Come facciamo?' gli rispondo. Allora c’erano tutte sedie di legno: ne abbiamo fatta una pila davanti alla porta, poi abbiamo fatto suonare l’allarme. Immaginatevi cosa è successo! Scattato il segnale, con l’accensione delle luci dentro la sala, il brigadiere nel sobbalzare di scatto è corso alla porta senza accorgersi della catasta, andando a sbattere rovinosamente contro le sedie. Noi ci eravamo nascosti per vedere quella scena così divertente, stando bene attenti a non farci scoprire."
Questi racconti rimangono un simpatico ricordo che ancora oggi ci fa divertire. Una moltitudine di episodi che, col passaggio di testimone tra le diverse generazioni, ci trovano accomunati in quello spirito guascone volto a rallegrare i lunghi turni di servizio trascorsi insieme; prima di 24 ore e poi con l’orario attuale. Uno dei tanti coloriti modi per passare, con sostenibile leggerezza, le ore di servizio.
Gli ambiti in cui si svolgevano queste burle erano i più diversi. Le più praticate durante l’estate erano, senza alcun dubbio, quelle acquatiche. C'erano veri e propri specialisti che, dalla loro elevata postazione strategica, sapevano colpire le vittime con straripanti secchiate d’acqua. Alcuni tra i più esperti riuscivano a centrare i malcapitati nell’assoluto anonimato, andandoli a incrociare pochi secondi dopo nel cortile e mostrando, con un'enorme “faccia di tolla”, tutto il loro stupore. L’uso del palo da discesa, a quei tempi, era uno strumento di assoluta utilità per queste fughe.
Lo scherzo d’acqua era sicuramente il più “gettonato”, messo in atto in ogni sua più disparata forma in qualsiasi occasione si presentasse. Le “incazzature” erano garantite, così come le promesse di “sfida all’Ok Corral” che prolungavano nel tempo queste “perturbazioni temporalesche”.
Un altro scherzo che veniva spesso compiuto ai danni dei nuovi Vigili Ausiliari, quando erano di corvée in cucina, era quello di far portare al giovane inesperto i rimasugli delle verdure nelle "gabbie dei conigli", su al quinto piano del castello di manovra. Questo viaggetto su per le rampe di cinque scale era una sorta di iniziazione: l'ausiliare, una volta tornato in cortile dopo aver scoperto che non c'era nessun coniglio, si trovava sbeffeggiato da tutti i presenti. Altrettanto memorabili rimangono tuttora i tanti tornei di pallavolo giocati tra permanenti e ausiliari, con ogni genere di scherno rivolto ai perdenti (il più delle volte, appunto, i poveri VV.A.).
A Mantova, uno dei personaggi più presi di mira era il barbiere: una persona piuttosto anziana che, avendo stipulato un contratto a cottimo, passava a raccogliere le firme dagli ausiliari per dimostrare di aver tagliato loro i capelli, come previsto per chi svolgeva il servizio militare. Al povero Severino venivano fatti i più disparati e sadici scherzi: gli spalmavano abbondantemente di grasso le manopole del manubrio della bicicletta, oppure gli legavano la bici alle finestre dei piani superiori del castello di manovra. Una volta un vigile, calzata una vecchia muta nera da sub su cui erano state disegnate le ossa a mo’ di scheletro e indossando una maschera da teschio, aspettò nella penombra l’arrivo del povero barbiere, che per poco non morì dallo spavento. All’illustre burlone andò meno bene un'altra volta quando, alle prese con un Capo Reparto sorpreso dalla comparsata, ricevette da quest'ultimo un forte sganassone. Si dice che, per un po’, smise di fare scherzi.
Clamorosa fu la burla che si fece a un collega telefonista. Era uno che difficilmente riconosceva i diversi timbri di voce, per cui era estremamente facile spacciarsi per un qualsiasi richiedente soccorso. Allora le chiamate al 115 non venivano registrate e, non essendoci ancora i cellulari, veniva utilizzata per l’ordinario traffico telefonico la cabina SIP posta all’interno della sala ricreativa della caserma.
Quella sera simulammo una chiamata di soccorso da parte di un fantomatico cittadino che, tornando dal Lago di Garda, aveva visto "gonfiarsi il gommone" all’interno della propria vettura. Il fatto era talmente paradossale che pensavamo venisse subito scoperto; invece, con nostro grande stupore, il centralinista — che non era solito assumersi responsabilità personali — chiamò il Capo Turno che stava già nella sua stanzetta. Andammo subito a origliare dietro la porta e, con altrettanta sorpresa, sentimmo il Capo Turno dire: “Digli che lo buchi!”. A quel punto, sapendo già quale sarebbe stata la risposta, avevamo preparato una preoccupata replica: “Ho paura, dopo scoppia!!!”.
Nuova chiamata al Capo Turno che, a quel punto, dispose l’uscita della partenza. Il Capo Squadra chiamato a intervenire (che era lo stesso che stava al telefono nella cabina a fare la finta richiesta) si rifiutò di uscire, suscitando la grande ira del centralinista, il quale era ben lungi dall’aver capito di essere stato "messo in mezzo". Noi tutti ci stavamo sbellicando dalle risate. Alla mattina, quando suonò una vera chiamata di soccorso, il centralinista si rivolse allo stesso capo squadra dicendogli acido: “...e adesso, vuoi andare fuori?”.
In aggiunta, vorrei rivolgere un caro ricordo al C.R. Gianfranco Novanta (Mantova 1932-2020), riportando una sua testimonianza raccolta durante le riprese del documentario “I Ricordi e la Memoria”, realizzato nel 2016. In quel filmato raccontava, in modo divertito, il trascorrere dei giorni all’interno della vecchia caserma di via Grioli a Mantova durante gli anni Cinquanta:
"Era uno spasso, anche perché io e Boni di scherzi ne abbiamo fatti tanti. Insomma, noi eravamo più giovani e ci piaceva scherzare con quelle persone anziane che ormai non aspettavano altro che la pensione. Qualcuno di loro tendeva un po’ a bere, per di più senza segnare le bevute. Quando a fine turno dovevamo annotare sulla lavagna la quota del vino consumato, ne mancava sempre parecchio; perciò, per pareggiare i livelli scomparsi, noi aggiungevamo acqua.
Una sera, c’era un brigadiere di Verona che si era addormentato in sala mensa. Boni mi fa: 'Guardalo là... sai come facciamo per svegliarlo?'. 'Come facciamo?' gli rispondo. Allora c’erano tutte sedie di legno: ne abbiamo fatta una pila davanti alla porta, poi abbiamo fatto suonare l’allarme. Immaginatevi cosa è successo! Scattato il segnale, con l’accensione delle luci dentro la sala, il brigadiere nel sobbalzare di scatto è corso alla porta senza accorgersi della catasta, andando a sbattere rovinosamente contro le sedie. Noi ci eravamo nascosti per vedere quella scena così divertente, stando bene attenti a non farci scoprire."
Questi racconti rimangono un simpatico ricordo che ancora oggi ci fa divertire. Una moltitudine di episodi che, col passaggio di testimone tra le diverse generazioni, ci trovano accomunati in quello spirito guascone volto a rallegrare i lunghi turni di servizio trascorsi insieme; prima di 24 ore e poi con l’orario attuale. Uno dei tanti coloriti modi per passare, con sostenibile leggerezza, le ore di servizio.


