Tiziano Nannuzzi: Il Pompiere che Scalava le Cime del Mondo
di Tolomeo Litterio in collaborazione con Stefano Sghinolfi
Tiziano Nannuzzi (1953-1984) è stato un uomo capace di fondere due vocazioni apparentemente distanti, ma unite dal medesimo elemento: la sfida alla gravità. Vigile del Fuoco per professione e alpinista per destino, la sua storia è quella di un "gatto" emiliano che, partendo dalle pareti di Sasso Marconi, arrivò a sfidare i giganti dell’Himalaya.
1973: L’ingresso nelle Scuole Centrali Antincendi
Il 5 novembre 1972, a diciannove anni, Tiziano varca la soglia delle Scuole Centrali Antincendi di Roma (Capannelle) per il servizio di leva come Vigile Volontario Ausiliario. Mentre Roma stordisce i non romani con il suo intenso traffico, Nannuzzi guarda altrove: i suoi occhi sono rapiti dai "castelli di manovra", le torri d'addestramento alte otto piani che lui vede come pareti da arrampicata della scuola.
Durante il corso emerge subito la sua natura. Inserito nella Compagnia Autisti, eccelle non solo alla guida, ma soprattutto nelle prove fisiche. È durante il passaggio sulla "trave di equilibrio" nel castello denominato "K2" che Tiziano dimostra il suo valore: mentre gli altri esitano di fronte al vuoto, lui avanza con passo deciso, senza guardare in basso. Con i suoi 1,68 m per 57 kg, agile e d'acciaio, Tiziano diventa il punto di riferimento per i compagni bolognesi, con i quali crea un legame indissolubile.
La carriera a Bologna e lo "Scalatore-Pompiere"
Nel 1974 viene assegnato al Comando di Bologna. Qui la sua leggenda cresce: si racconta che si arrampicasse sulle pareti esterne in mattoni della caserma (situata sotto lo stadio Dall’Ara) usando solo la punta delle dita, arrivando fino alle finestre superiori tra lo stupore dei superiori. Nel 1975 diventa Vigile Permanente.
Oltre al soccorso tecnico, Nannuzzi si distingue per la curiosità verso le nuove frontiere del Corpo. Partecipa attivamente alla nascita del nucleo speleologico dei Vigili del Fuoco di Bologna, addestrandosi in cavità complesse come la Grotta della Spipola e la Serafino Calindri. Nel tempo libero, la sua Fiat 127 verde è presenza fissa alla rocca di Badolo o verso le Alpi. Nel 1982 compie un'impresa straordinaria: scala in solitaria il Pilone Centrale del Freney sul Monte Bianco in sole quattro ore.
1983: La conquista del Disteghil Sar
La passione per le vette lo porta in Pakistan con la spedizione "HPK 83", diretta da Don Arturo Bergamaschi. È un'avventura estrema tra temperature di 40°C a Rawalpindi, marce estenuanti con 90 portatori e tempeste di neve che bloccano il campo base a 4500 metri.
Nonostante le difficoltà logistiche e climatiche, la determinazione della squadra vince. Dopo l'allestimento di quattro campi d'alta quota, il 24 luglio 1983, i compagni Bianchetti, Ferrari e Sala raggiungono la vetta del Disteghil Sar Sud (7450 m). Pochi giorni dopo, a rotazione, anche Tiziano Nannuzzi tocca la cima, coronando il sogno di una vita. I suoi diari di quel periodo rivelano non solo un tecnico meticoloso, ma un uomo profondamente innamorato della bellezza selvaggia dell'alta quota.
L'eredità di Tiziano Nannuzzi scomparirà l'anno successivo, il 15 settembre 1984, in Bhutan. La sua figura rimane emblematica per il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco: rappresentava l'evoluzione del pompiere moderno, capace di portare le competenze alpinistiche nel soccorso tecnico. Per gli amici era semplicemente "lo scalatore", un uomo che saliva i gradini sulle mani e che guardava il mondo da prospettive che altri non osavano nemmeno immaginare.
1984. Bhutan. Il tentativo di conquista dello Tserim Kang
Quando la montagna disse no
Il Bhutan è un regno buddista situato nell'Himalaya orientale, dove svettano cime spettacolari come lo Tserim Kang: ovvero, la "montagna della Dea della lunga vita", alta 6532 metri e considerata una delle vette più ostiche da scalare per via della sua conformazione.
Nel 1984 Don Arturo Bergamaschi, noto come "il prete scalatore", organizzò una spedizione verso questa meta coinvolgendo tredici esperti, tra cui Tiziano Nannuzzi. Dopo lunghe trafile burocratiche, il gruppo stabilì il campo base a 4000 metri e un campo avanzato a 4700 metri; ma il maltempo bloccò ogni attività per diversi giorni, consumando energie e risorse.
Il 14 settembre, Don Bergamaschi decise tristemente per il rientro a causa delle condizioni avverse; tuttavia, il 15 settembre il sole squarciò improvvisamente la nebbia, rivelando la cima immacolata e spingendo Tiziano Nannuzzi e Giorgio Corradini a partire per recuperare i materiali in quota e tentare, forse, un ultimo sprint verso la vetta.
I due furono avvistati per l’ultima volta con il teleobiettivo sopra il campo avanzato, in condizioni di luce bellissima, ma alle ore 18:00 il collegamento radio previsto rimase muto e il silenzio divenne totale. Nonostante le ricerche immediate dei compagni, si ipotizzò che una cornice di neve avesse ceduto sotto i loro piedi, facendoli precipitare per novecento metri nel ghiacciaio sottostante.
Il ritorno del maltempo impedì soccorsi prolungati: l'intervento di un elicottero e dell'esercito butanese non portò ad alcun esito. Dopo sei giorni di attesa, la spedizione dovette smobilitare, tornando in Italia con undici componenti e lasciando per sempre i due giovani scalatori tra i ghiacci della Montagna Sacra.
Tiziano Nannuzzi l’alpinista, una leggenda bolognese
Tiziano Nannuzzi iniziò la sua carriera alpinistica con il CAI di Bologna, arrivando a livelli di eccellenza nell'arrampicata libera con difficoltà 7a, frequentando zone iconiche come Arco di Trento e confrontandosi con scalatori del calibro di Manolo. Era un esperto anche di alpinismo invernale, cimentandosi su cascate di ghiaccio e goulotte ripide nelle Alpi occidentali.
Descritto dagli amici come un ragazzo semplice, estroverso e generoso, coltivava una passione profonda per la fotografia, portando la macchina fotografica ovunque; tranne che sulle scene dei terremoti, dove il suo ruolo di Vigile del Fuoco imponeva il rispetto del dolore umano, senza distrazioni. Nel 1983, la curiosità per l'Asia lo portò a unirsi alle spedizioni di Don Bergamaschi, distinguendosi per la sua forza fisica e per le sue mani: sottili, ma potenti come tenaglie forgiate negli allenamenti costanti e nella corsa podistica.
Tiziano amava l'estremo, ma lo affrontava con il rischio calcolato imparato nella scuola dei pompieri, partecipando anche alla creazione del primo Nucleo Speleo dei Vigili del Fuoco di Bologna. La sua capacità di rendere semplici i passaggi più complessi lo rese un mito per gli appassionati della Rocca di Badolo, mentre la sua sensibilità artistica permetteva di rivivere, attraverso le immagini, la sacralità della montagna che per lui rappresentava pura gioia fisica e spirituale.
La sua scomparsa in Bhutan è stata vissuta come il passaggio di una meteora che ha illuminato il cielo dell'alpinismo bolognese, portando una ventata di irruenza e voglia di vivere in un mondo che, fino ad allora, era rimasto confinato a una realtà più provinciale e povera di contenuti epici.
1973: L’ingresso nelle Scuole Centrali Antincendi
Il 5 novembre 1972, a diciannove anni, Tiziano varca la soglia delle Scuole Centrali Antincendi di Roma (Capannelle) per il servizio di leva come Vigile Volontario Ausiliario. Mentre Roma stordisce i non romani con il suo intenso traffico, Nannuzzi guarda altrove: i suoi occhi sono rapiti dai "castelli di manovra", le torri d'addestramento alte otto piani che lui vede come pareti da arrampicata della scuola.
Durante il corso emerge subito la sua natura. Inserito nella Compagnia Autisti, eccelle non solo alla guida, ma soprattutto nelle prove fisiche. È durante il passaggio sulla "trave di equilibrio" nel castello denominato "K2" che Tiziano dimostra il suo valore: mentre gli altri esitano di fronte al vuoto, lui avanza con passo deciso, senza guardare in basso. Con i suoi 1,68 m per 57 kg, agile e d'acciaio, Tiziano diventa il punto di riferimento per i compagni bolognesi, con i quali crea un legame indissolubile.
La carriera a Bologna e lo "Scalatore-Pompiere"
Nel 1974 viene assegnato al Comando di Bologna. Qui la sua leggenda cresce: si racconta che si arrampicasse sulle pareti esterne in mattoni della caserma (situata sotto lo stadio Dall’Ara) usando solo la punta delle dita, arrivando fino alle finestre superiori tra lo stupore dei superiori. Nel 1975 diventa Vigile Permanente.
Oltre al soccorso tecnico, Nannuzzi si distingue per la curiosità verso le nuove frontiere del Corpo. Partecipa attivamente alla nascita del nucleo speleologico dei Vigili del Fuoco di Bologna, addestrandosi in cavità complesse come la Grotta della Spipola e la Serafino Calindri. Nel tempo libero, la sua Fiat 127 verde è presenza fissa alla rocca di Badolo o verso le Alpi. Nel 1982 compie un'impresa straordinaria: scala in solitaria il Pilone Centrale del Freney sul Monte Bianco in sole quattro ore.
1983: La conquista del Disteghil Sar
La passione per le vette lo porta in Pakistan con la spedizione "HPK 83", diretta da Don Arturo Bergamaschi. È un'avventura estrema tra temperature di 40°C a Rawalpindi, marce estenuanti con 90 portatori e tempeste di neve che bloccano il campo base a 4500 metri.
Nonostante le difficoltà logistiche e climatiche, la determinazione della squadra vince. Dopo l'allestimento di quattro campi d'alta quota, il 24 luglio 1983, i compagni Bianchetti, Ferrari e Sala raggiungono la vetta del Disteghil Sar Sud (7450 m). Pochi giorni dopo, a rotazione, anche Tiziano Nannuzzi tocca la cima, coronando il sogno di una vita. I suoi diari di quel periodo rivelano non solo un tecnico meticoloso, ma un uomo profondamente innamorato della bellezza selvaggia dell'alta quota.
L'eredità di Tiziano Nannuzzi scomparirà l'anno successivo, il 15 settembre 1984, in Bhutan. La sua figura rimane emblematica per il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco: rappresentava l'evoluzione del pompiere moderno, capace di portare le competenze alpinistiche nel soccorso tecnico. Per gli amici era semplicemente "lo scalatore", un uomo che saliva i gradini sulle mani e che guardava il mondo da prospettive che altri non osavano nemmeno immaginare.
1984. Bhutan. Il tentativo di conquista dello Tserim Kang
Quando la montagna disse no
Il Bhutan è un regno buddista situato nell'Himalaya orientale, dove svettano cime spettacolari come lo Tserim Kang: ovvero, la "montagna della Dea della lunga vita", alta 6532 metri e considerata una delle vette più ostiche da scalare per via della sua conformazione.
Nel 1984 Don Arturo Bergamaschi, noto come "il prete scalatore", organizzò una spedizione verso questa meta coinvolgendo tredici esperti, tra cui Tiziano Nannuzzi. Dopo lunghe trafile burocratiche, il gruppo stabilì il campo base a 4000 metri e un campo avanzato a 4700 metri; ma il maltempo bloccò ogni attività per diversi giorni, consumando energie e risorse.
Il 14 settembre, Don Bergamaschi decise tristemente per il rientro a causa delle condizioni avverse; tuttavia, il 15 settembre il sole squarciò improvvisamente la nebbia, rivelando la cima immacolata e spingendo Tiziano Nannuzzi e Giorgio Corradini a partire per recuperare i materiali in quota e tentare, forse, un ultimo sprint verso la vetta.
I due furono avvistati per l’ultima volta con il teleobiettivo sopra il campo avanzato, in condizioni di luce bellissima, ma alle ore 18:00 il collegamento radio previsto rimase muto e il silenzio divenne totale. Nonostante le ricerche immediate dei compagni, si ipotizzò che una cornice di neve avesse ceduto sotto i loro piedi, facendoli precipitare per novecento metri nel ghiacciaio sottostante.
Il ritorno del maltempo impedì soccorsi prolungati: l'intervento di un elicottero e dell'esercito butanese non portò ad alcun esito. Dopo sei giorni di attesa, la spedizione dovette smobilitare, tornando in Italia con undici componenti e lasciando per sempre i due giovani scalatori tra i ghiacci della Montagna Sacra.
Tiziano Nannuzzi l’alpinista, una leggenda bolognese
Tiziano Nannuzzi iniziò la sua carriera alpinistica con il CAI di Bologna, arrivando a livelli di eccellenza nell'arrampicata libera con difficoltà 7a, frequentando zone iconiche come Arco di Trento e confrontandosi con scalatori del calibro di Manolo. Era un esperto anche di alpinismo invernale, cimentandosi su cascate di ghiaccio e goulotte ripide nelle Alpi occidentali.
Descritto dagli amici come un ragazzo semplice, estroverso e generoso, coltivava una passione profonda per la fotografia, portando la macchina fotografica ovunque; tranne che sulle scene dei terremoti, dove il suo ruolo di Vigile del Fuoco imponeva il rispetto del dolore umano, senza distrazioni. Nel 1983, la curiosità per l'Asia lo portò a unirsi alle spedizioni di Don Bergamaschi, distinguendosi per la sua forza fisica e per le sue mani: sottili, ma potenti come tenaglie forgiate negli allenamenti costanti e nella corsa podistica.
Tiziano amava l'estremo, ma lo affrontava con il rischio calcolato imparato nella scuola dei pompieri, partecipando anche alla creazione del primo Nucleo Speleo dei Vigili del Fuoco di Bologna. La sua capacità di rendere semplici i passaggi più complessi lo rese un mito per gli appassionati della Rocca di Badolo, mentre la sua sensibilità artistica permetteva di rivivere, attraverso le immagini, la sacralità della montagna che per lui rappresentava pura gioia fisica e spirituale.
La sua scomparsa in Bhutan è stata vissuta come il passaggio di una meteora che ha illuminato il cielo dell'alpinismo bolognese, portando una ventata di irruenza e voglia di vivere in un mondo che, fino ad allora, era rimasto confinato a una realtà più provinciale e povera di contenuti epici.














