Un rinoceronte nell'armadietto
di Virginio Bunino
Erano gli anni ’70 e nella vecchia sede di Porta Palazzo vigeva una regola non scritta, figlia di una fratellanza d’altri tempi: gli armadietti personali nelle camerate restavano aperti. Ci si fidava gli uni degli altri, ed era proprio quella fiducia a fornire il fianco alle imboscate più creative.
Qualcuno, con una pazienza degna di un orologiaio, decise che era giunto il mio turno. Mentre ero assorbito dalle scartoffie all’ufficio autisti, una "squadra speciale" di burloni entrò in azione nella penombra della camerata. Operarono con precisione chirurgica: aprirono il mio armadietto e vi infilarono, ripiegata come un paracadute, la camera d’aria di un camion, nella parte posteriore dell'armadietto praticarono un foro perfetto e fecero uscire la valvola. Finito il lavoro accostarono di nuovo il mobile al muro rimettendo tutto a posto.
Poi iniziò la fase pneumatica: gonfiarono la camera d’aria con il compressore, lentamente, finché il metallo dell'armadietto non iniziò a lamentarsi, deformandosi fino a diventare sferico e teso come un pallone pronto a esplodere. Per coronare l'opera e non lasciare nulla al caso, misero persino il cappuccetto di plastica sulla valvola, nascosta dietro l'armadio. Un lavoro a regola d'arte, quasi un pezzo d'esposizione.
Quando a fine giornata salii in camerata, stanco e pronto a smontare dal servizio, mi trovai davanti a una visione surreale: il mio armadietto sembrava aver mangiato troppo. Era gonfio, panciuto, quasi irriconoscibile nella sua nuova forma aerodinamica. Rimasi lì, immobile, a cercare di dare una spiegazione logica a quella metamorfosi metallica.
Mi avvicinai con cautela. La serratura era sotto una pressione tale che dovetti lottare con la chiave. Non appena lo scatto liberò l'anta, accadde l'imprevedibile: senza che avessi il tempo di capire, vidi schizzare fuori "impazzito" un rinoceronte di gomma nera. Era la camera d’aria che, libera dalla costrizione del metallo, si espandeva violentemente proiettandosi verso l'esterno.
In un istante, il "rinoceronte" trascinò con sè ogni cosa: divise, biancheria e oggetti personali vennero sparati in aria come coriandoli, sparpagliandosi per tutta la camerata sotto gli occhi divertiti dei colleghi che, ne sono certo, stavano spiando la scena trattenendo il fiato dietro qualche colonna.
Qualcuno, con una pazienza degna di un orologiaio, decise che era giunto il mio turno. Mentre ero assorbito dalle scartoffie all’ufficio autisti, una "squadra speciale" di burloni entrò in azione nella penombra della camerata. Operarono con precisione chirurgica: aprirono il mio armadietto e vi infilarono, ripiegata come un paracadute, la camera d’aria di un camion, nella parte posteriore dell'armadietto praticarono un foro perfetto e fecero uscire la valvola. Finito il lavoro accostarono di nuovo il mobile al muro rimettendo tutto a posto.
Poi iniziò la fase pneumatica: gonfiarono la camera d’aria con il compressore, lentamente, finché il metallo dell'armadietto non iniziò a lamentarsi, deformandosi fino a diventare sferico e teso come un pallone pronto a esplodere. Per coronare l'opera e non lasciare nulla al caso, misero persino il cappuccetto di plastica sulla valvola, nascosta dietro l'armadio. Un lavoro a regola d'arte, quasi un pezzo d'esposizione.
Quando a fine giornata salii in camerata, stanco e pronto a smontare dal servizio, mi trovai davanti a una visione surreale: il mio armadietto sembrava aver mangiato troppo. Era gonfio, panciuto, quasi irriconoscibile nella sua nuova forma aerodinamica. Rimasi lì, immobile, a cercare di dare una spiegazione logica a quella metamorfosi metallica.
Mi avvicinai con cautela. La serratura era sotto una pressione tale che dovetti lottare con la chiave. Non appena lo scatto liberò l'anta, accadde l'imprevedibile: senza che avessi il tempo di capire, vidi schizzare fuori "impazzito" un rinoceronte di gomma nera. Era la camera d’aria che, libera dalla costrizione del metallo, si espandeva violentemente proiettandosi verso l'esterno.
In un istante, il "rinoceronte" trascinò con sè ogni cosa: divise, biancheria e oggetti personali vennero sparati in aria come coriandoli, sparpagliandosi per tutta la camerata sotto gli occhi divertiti dei colleghi che, ne sono certo, stavano spiando la scena trattenendo il fiato dietro qualche colonna.


