12 giugno 1940.
Il primo bombardamento e il sogno di una facile vittoria.
Alla nostra dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940 alla Francia e alla Gran Bretagna, ufficialmente comunicata agli Ambasciatori dei due paesi, il pomeriggio del 10 giugno 1940 dal Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano, genero del Duce, gli inglesi reagirono con una tempestività sorprendente, tanto da bombardare Torino e Genova a sole ventiquattr'ore dall'inizio ufficiale del conflitto. Mussolini venne così meno agli impegni assunti poco tempo prima di «non belligeranza» con i due paesi divenuti nemici.
Fu un colpo di mano del nostro regime, che allettato dalla situazione interna della Francia, oramai agonizzante perché priva di qualunque possibilità di reazione alla tremenda forza bellica della Wehrmacht e dalla Luftwaffe tedesca - la Francia si sarebbe arresa definitivamente il 21 giugno 1940 - decise «tempestivamente» di avanzare la propria dichiarazione di guerra, schierandosi definitivamente con la Germania nazista di Hitler, ritenuta vincente. Venne compiuto così dal nostro paese un gravissimo atto di slealtà verso una nazione ormai coinvolta in un irreversibile processo di capitolazione militare e politica.
Ebbe così inizio per l’Italia la Seconda Guerra Mondiale che, secondo la tronfia propaganda fascista, avrebbe dovuto essere una «guerra lampo». L’errore di valutazione fu grave; l’Italia credette, a torto, di essere sufficientemente forte e preparata da impegnarsi in una guerra ritenuta di facile risoluzione, che invece si risolse in tutt’altro modo e in tutt’altri tempi.
Per il regime si rendeva necessario a questo punto fornire, alla popolazione e all’alleato tedesco, una prova forte di buona capacità bellica. Il via alle ostilità venne così dato a poche ore dal fatidico discorso del Duce, dal balcone del suo studio di Piazza Venezia a Roma, dalla Regia Aeronautica Italiana che bombardò con 10 trimotori Cant Z 1007, decollati dalle basi aeree della Sicilia, la mal difesa isola di Malta, posta sotto il protettorato inglese.
Le incursioni si succedettero incalzanti per tutta la giornata e a varie ondate. Alla fine degli attacchi, otto in tutto, si contarono 40 morti tra civili e militari nonché numerosi feriti.
Il primo atto era compiuto.
La risposta inglese non si fece attendere a lungo; e questa volta purtroppo sarebbe toccato all’Italia. Solo poche ore dopo la dichiarazione di guerra, Torino e Genova avrebbero guadagnato il triste primato di prime città bombardate.
Queste, molto sinteticamente, le vicende che portarono il nostro paese al coinvolgimento totale nella più grave guerra che l’umanità ricordi e che segnò anche l’imminente quanto definitivo crollo del regime dittatoriale italiano, dopo ventitré lunghi anni di repressioni e d’assenza di qualunque forma di libertà e di giustizia.
Torino alle soglie del conflitto
Torino con i suoi abitanti non avrebbe certo immaginato che poco dopo lo scoccare della fatidica «ora delle decisioni irrevocabili», avrebbe vissuto con Genova il non invidiabile primato di prima città italiana bombardata.
Con ancora in mente le ridondanti e tronfie parole del Duce, radiodiffuse il pomeriggio del 10 giugno, ad una «oceanica adunata» di popolo, pervasa da un irrefrenabile «ardente entusiasmo», la gente di Torino, come del resto quella di tutto il Paese, non aveva ancora una piena e chiara consapevolezza della gravità del momento.
La propaganda del regime attuò, nei mesi che precedettero il nostro ingresso in guerra, un intenso programma volto al raggiungimento del massimo consenso verso un’operazione dagli esiti molto incerti. E lo fece appellandosi ai bassi istinti sciovinistici di tanta parte del popolo, che non fece mancare al regime almeno nella prima parte del conflitto, il dovuto appoggio. Un grave atteggiamento fu tenuto dagli organi di informazione allineati al regime, che rimestando sapientemente fatti storici del passato ad ambizioni nostrane, crearono nella pubblica opinione il sentimento diffuso, che finalmente era giunta l’ora di far pagare tutto ai francesi e agli inglesi, venne enfatizzato su tutti i quotidiani di quel giorno. Scrisse “La Stampa”, La più decisiva delle vittorie, dell’11 giugno 1940:
Il Duce ha parlato e, come aveva promesso, la Sua parola ha segnato un evento irrevocabile. E’ la guerra, l’evento più grandioso e affascinante della vita di un popolo; è la guerra, arbitra suprema e inappellabile delle capacità e dei diritti di un Popolo. Il Popolo italiano sa che cosa è la guerra; solo negli ultimi tre decenni più e più volte ha dovuto ricorrere alle armi per imporre il suo diritto alla libertà e alla vita; questa è la guerra che tutte le altre riassume fin dai primordi del Risorgimento per l’indipendenza vera e completa della Patria imperiale.
Le vicende dall’armistizio del ‘18 in poi hanno dimostrato in una maniera totale e inequivocabile in quale conto siano stati tenuti i nostri giusti diritti, le nostre sacrosanti aspirazioni da parte di quegli stati a cui noi tanto avevamo donato: essi hanno seguito senza interruzioni e senza attenuazioni un’unica, costante, implacabile direttiva, limitarci, controllarci, soffocarci.
[...] E’ l’eterna passione garibaldina che ci afferra anche in questa nuova impresa: si va al combattimento gridando i nomi della Tunisia tutta fecondata dai contadini siciliani, di Malta generosa e indomita nella sua lingua e nella sua Fede, della Corsica che diede i natali a Pasquale Paoli e (perché non ricordarlo?) a Napoleone, di Nizza patria adorata di Giuseppe Garibaldi che mai riconobbe il baratto della terra che fu culla della nostra Dinastia, la Savoia fedele nei millenni.
L’orgasmo collettivo e la preoccupazione di essere da poche ore in guerra, tuttavia non distoglieva la gente dalle normali occupazioni.
Le prime pagine dei quotidiani naturalmente riportarono con grande enfasi, l’avviato processo di riscatto storico del nostro Paese. Nelle pagine interne della cronaca cittadina, la notizia fu affiancata ad altre cosiddette «comuni», nel pieno rispetto del principio che le guerre si combattono non con le sole armi. Diversi trafiletti ci riportano notizie apparentemente diverse tra loro, ma che riconducono tutte ad una situazione straordinaria che ormai si viveva in Italia da pochissime ore.
L’Agenzia Economico-Finanziaria decise che dall’11 giugno nelle Borse italiane sarebbe cessata la quotazione della Sterlina inglese, del Franco francese e del Dollaro canadese.
Per l’oscuramento delle finestre, i lettori de “La Stampa” avrebbero potuto acquistare i tessuti e i materiali idonei presso la fabbrica Emanuele Turin in Via Vespucci 11 o presso la Casa del Bianco in via Garibaldi 17, a «condizioni favorevoli». Il bollettino demografico annunciava che i nati dell’11 giugno furono 36, mentre i deceduti 26.
In quella tiepida serata di fine primavera, la gente ricercava una possibile apparente normalità, scacciando con lo svago il pensiero ricorrente dell’essere da poche ore in guerra. Per chi non voleva passeggiare per i romantici viali del Valentino, il cartellone degli spettacoli teatrali e cinematografici offriva buone possibilità di divertimento. Oltre ai film di propaganda come Si avanza all’Est, sulla «fulminea vittoria tedesca in Polonia», proiettato al cinema Vittoria, si poteva assistere a molti altri spettacoli anche hollywoodiani proiettati in barba all'autarchia culturale al cinema Balbo, al Massimo e all’Eliseo. Beniamino Gigli e Mafalda Favero replicavano con gran successo al Teatro della Moda al Valentino, la Manon di Messenet.
Intanto di là dalle Alpi, nella base aerea francese di Salon, sei Wellington del 99° Squadrone della «Haddock Force» inglese erano in pista pronti al decollo con un carico di bombe da 250 libbre; obiettivo gli stabilimenti aeronautici Caproni di Milano.
Contrordini del governo francese timoroso d’eventuali rappresaglie italiane, impedirono agli aerei il decollo con grande stizza di Wiston Churchill, che aggirò l’ostacolo facendo decollare questa volta 36 Whitley con a bordo alcune bombe da 500 libbre, dalle basi inglesi nello Yorkshire. Vi fu anche un cambio d’obiettivi che divennero la FIAT Mirafiori di Torino e i cantieri Ansaldo di Genova.
Ore 1,30 del 12 giugno 1940.
Inizia per Torino, per Genova e per l’Italia il Secondo Conflitto Mondiale.
Per i bombardieri inglesi il disimpegno di questa prima missione si rivelò piena di rischi ed incognite; 1600 miglia era la distanza totale da percorrere tra l'andata e il ritorno, le Alpi da sorvolare due volte con le loro pericolose correnti, il freddo intenso all'interno dei velivoli non ancora pressurizzati. Molti aerei abbandonarono quasi subito l’impresa, dodici proseguirono per Torino, tre per Genova ed uno andò disperso forse sulle Alpi.
Quando i bombardieri giunsero sulla verticale del capoluogo piemontese, a seimila metri di altezza, dai portelloni si sganciarono quarantaquattro bombe che subirono però una notevole variazione di traiettoria a causa del loro ridotto peso, tanto da portarle fuori della direzione di lancio di alcuni chilometri. Alcune caddero in aperta campagna altre furono sospinte su alcune case di Via Priocca, di via XI Febbraio a pochi metri dalla Caserma Centrale dei vigili del fuoco. Le bombe causarono, tra l’incredulità generale, la prima strage di gente destata di soprassalto dal lacerante suono delle sirene antiaeree, immediatamente seguite dallo sgancio delle bombe. Per gli aerei incursori era stato relativamente semplice scaricare il loro micidiale carico su Torino, pressoché indifesa ed esposta a qualunque attacco dal cielo.
A Genova i tre aerei che raggiunsero il capoluogo ligure, sganciano cinque tonnellate di bombe, causando pochi danni e vittime.
La prima delle tantissime relazioni di guerra compilate dai vigili del fuoco di Torino, durante i cinque lunghi anni di attacchi aerei, fu la seguente:
«[...] Alle ore 1,32 circa è stato richiesto un servizio in via Petrarca n. 30 allo stabilimento Carello, ma il personale che è accorso non ha potuto costatare che l’incendio stesso era stato causato da bombe poiché nelle vicinanze non si è trovato traccia di esplosioni».
L’incendio è stato lieve.
Poco dopo l’allarme, cinque bombe sono cadute contemporaneamente a meno di cento metri dalla Caserma Centrale di questo Corpo, e precisamente presso il gazometro della Società Gas (allora in via XI Febbraio, dove oggi esiste la Sede Centrale dei Vigili Urbani N.d.A.).
Questo Comando ha subito mandato una squadra e poi un’altra, che con getti d’acqua hanno provveduto a raffreddare le lamiere del gazometro e le strutture portanti di esso per impedire che il contorcimento delle lamiere stesse, rendesse impossibile il regolare abbassamento della campana con conseguente pericolo di scoppio; infine insistendo nel raffreddamento, in unione col personale della Società del Gas, opportunamente intervenuto, si è provveduto a tamponare con argilla i fori e quindi al definitivo spegnimento del fuoco eliminando così il grave pericolo dello scoppio del gazometro.
[...] Alcuni feriti nelle vicinanze della caserma sono stati trasportati in un primo tempo o si sono recati da loro stessi, nella Caserma Centrale di questo Corpo che era il locale più prossimo allo scoppio più grave».
All'ingresso dell'Italia in guerra, Torino, città di frontiera a poche decine di chilometri dal confine francese, aveva una superficie territoriale di 13.013,66 ettari con una popolazione residente di 700.686 unità. Le case per abitazione erano 23.280 con 217.562 alloggi e 626.008 vani. Di queste, gran parte sarebbero andate distrutte negli anni successivi.
Iniziò per la popolazione torinese quel lungo costante pellegrinaggio, costretta per tutta la durata della guerra, a fare la spola dalle proprie abitazioni verso i rifugi.
I morti al termine del primo bombardamento furono diciassette; quaranta i feriti. Questo costituì un grande smacco per i nostri gerarchi, perché era già chiara a tutti l'inconsistenza della macchina difensiva italiana affidata alla DICAT, rinominata con pesante sarcasmo dalla popolazione Distruzione Integrale Case Torino che, dotata di pochissimi pezzi antiaerei, fronteggiava come meglio poteva un’impari lotta. Il numero dei colpi di cannone sparati furono pochi; meno ancora i caccia che si levarono in volo per tentare di fermare il nemico.
Si potrebbe obiettare che la guerra era ancora alle battute iniziali, e l’apparato militare a difesa degli spazi aerei, aveva ancora bisogno di tempo per perfezionarsi. Ma evidentemente non fu così e si spiega il perché. Da molti mesi lo spettro di una guerra generalizzata si aggirava sull’Europa, e Mussolini a conflitto ormai aperto dovette chiedere aiuto a Hitler, per potenziare almeno in parte i nostri sgangherati sistemi difensivi. Un solo dato per confermare l’evidenza dei fatti: dei 2.154 aerei alleati che bombardarono Torino durante le cinquantasei incursioni aeree dal 1940 al 1945, la nostra contraerea ne abbatté solamente quindici.
Nella notte tra l’11 e il 12 giugno, dunque, Torino fu fatta segno della prima incursione. Le autorità cercarono di nascondere la portata dell’avvenimento. Persino i giornali relegarono la notizia tra le colonne interne della cronaca cittadina. La Stampa con un laconico articolo invitava, speculando sul dolore e sul dramma delle vittime, a trarre beneficio «dall’esempio dell’antico valore, incitamento nuovo a proseguire nella lotta fino alla vittoria. L’Italia aveva dei conti da regolare con la Francia e l’Inghilterra: la lista oggi si allunga col numero dei morti che Torino offre con gesto accorato alla Patria».
Ma l’ondata di scredito e i sentimenti di odio che si cercò di infondere nella gente verso la Francia e l’Inghilterra, non poteva far dimenticare le gravi responsabilità morali e storiche di cui il nostro paese e la Germania si erano fatti carico. Hitler e Mussolini già durante la guerra civile spagnola del 1936/39, sperimentarono gli effetti dei bombardamenti sui centri di resistenza repubblicani, con il preciso scopo di distruggere degli obiettivi non solo militari ed industriali. Fu così sperimentata per la prima volta una nuova tecnica: il «tappeto di bombe«, capace di paralizzare per molti mesi qualunque attività umana.
La prima vera «barbara delinquenza» fu, quindi, compiuta proprio dall’aviazione tedesca. A farne le spese fu la tranquilla cittadina basca di Guernica, distrutta il 26 aprile 1937 dagli aerei della Luftwaffe.
Perirono 1.654 inermi cittadini. A Guernica e al suo martirio il pittore Picasso dedicò una delle sue opere più belle e significative.
L’Italia dal canto suo non fu meno efferata nel bombardare, a guerra appena iniziata, l’isola di Malta dove perirono non solo militari ma anche numerosi civili. Si era solo agli inizi dell’impiego di questa nuova spaventosa tecnica di guerra. Londra fu colpita, a partire dall’8 settembre 1940, per ben ottantacinque volte consecutive, tanto da detenere il triste primato di unica città al mondo bombardata in maniera sistematica e continua. La Luftwaffe rovesciò sulla capitale inglese ben 18.921 tonnellate di bombe e materiale incendiario, che provocarono oltre 20.000 morti. I ripetuti attacchi furono ben assorbiti dalla grande metropoli inglese, che vide distrutti 243 ettari di superficie edificata, sui 1794 chilometri quadrati, quanto era la sua estensione totale.
Quell'incursione della notte tra l’11 e il 12 giugno, seppur blanda per via delle poche bombe sganciate sulle due città, ridimensionò precipitosamente i sogni della tanta sbandierata «guerra lampo».
I morti - 17 solo a Torino - erano lì tra le macerie a scuotere tutti, a confermare che quella non sarebbe stata una guerra facile, sebbene gli illusori quanto roboanti proclami dei mesi precedenti, avessero disegnato un ottimale scenario militare della nostra nazione. Nella realtà la nostra capacità bellica e la situazione economica erano ben distanti dalle effettive esigenze di una guerra troppo sottovalutata. Ma questa ormai è storia; Mussolini suggestionato dalla rapidità della conclusione del conflitto, sbagliò del tutto i suoi calcoli.
Le bombe del 12 giugno diedero uno scossone a tutte le strutture preposte alla difesa civile come l’U.N.P.A. e la P.A.A., ma non solo; anche i vigili del fuoco, colti di sorpresa, dovettero fare i conti con gli effetti di una situazione sottovalutata e inaspettata, tanto che si rese necessario richiamare in gran fretta, come accennato precedentemente, un alto numero di vigili del fuoco volontari.
A Torino molte scuole chiuse in anticipo per l’inizio del conflitto, furono occupate da centinaia di vigili richiamati, che insieme a quello neo assunto, furono istituiti anche dei «posti di guardia» dislocati sul territorio cittadino in modo da garantirne una copertura per quanto possibile capillare. Per sua fortuna già prima dello scoppio della guerra, il Comando di Torino cautelativamente individuò alcune strutture pubbliche e private, in grado di permettere l’indispensabile decentramento delle forze soccorritrici, qualora la necessità ne avesse imposto l’utilizzo. Inizialmente il territorio cittadino fu suddiviso in sei settori principali con alle dirette dipendenze dei posti fissi ubicati in edifici pubblici e privati.
Gli stessi Comandi di settori, ad eccezione della Caserma Centrale e del Distaccamento del Lingotto, le uniche sedi permanenti esistenti, furono ubicati in scuole e strutture industriali. Questo criterio di dislocazione delle forze, venne ben presto messo in crisi con le incursioni dell’autunno del 1942, che indussero il Comando ad intensificare il decentramento e il rafforzamento delle numerose sedi di vigili volontari, disseminate nella provincia.
A situazione oramai compromessa con l’inizio del conflitto, furono adottate a livello nazionale delle soluzioni tampone attraverso «il richiamo in servizio continuativo di personale delle categorie dei volontari e degli incaricati, nonché dei pensionati del Corpo stesso che siano risultati idonei allo speciale servizio, nella misura massima complessiva di 150 ufficiali, 2350 sottufficiali e 7500 fra civili scelti e vigili». Ma se con questo primo potenziamento di personale, distribuito tra tutti i Comandi d’Italia, venivano in un certo modo ancora garantiti dei parametri di professionalità, dal 1942 la situazione subì una netta involuzione in termini qualitativi dei richiamati in servizio. A tale proposito merita citare il rappresentativo caso di alcuni richiamati, aventi un’età talmente avanzata da far comprendere quale fosse l’urgenza e la precarietà delle scelte effettuate. E’ il caso di Masset Camillo classe 1872, Samberon Antonio classe 1881, Samberan Pietro classe 1886, più altri vigili richiamati nati attorno al 1890 ed inviati presso il distaccamento di Bardonecchia a due passi dalla Francia.
Fu così arruolato del personale senza un benché minimo requisito professionale e d’età. Si narra di come fosse facile, in quei giorni, essere arruolato nei vigili del fuoco; bastava, infatti, transitare nei pressi della vecchia sede di Porta Palazzo per ritrovarsi immediatamente tra le fila dei pompieri.
Ad onore della verità bisogna ammettere che non tutto fu negativo. Moltissimi di questi uomini, seppur poco formati e senza esperienze, svolsero in modo ammirevole il difficilissimo e pericoloso compito del soccorritore, inoltre tra questi vi furono dei soggetti che contribuirono, in modo consistente, al consolidamento di un sentimento antifascista tra le fila dei pompieri professionisti, che sfociò dal 1943 in una manifesta avversità al regime.
La RAF nelle operazioni sui suoli di Torino e Genova aveva subito la perdita di un solo aereo, e questo era già un primo successo se si considerano le difficoltà incontrate dalla squadriglia inglese per raggiungere il nostro spazio aereo. Ma soprattutto cominciava a delinearsi in modo chiaro, la capacità organizzativa dell’aviazione britannica nel portare un attacco così lontano dalle proprie basi aeree.
E si era solo alle battute iniziali della guerra.
Fu un colpo di mano del nostro regime, che allettato dalla situazione interna della Francia, oramai agonizzante perché priva di qualunque possibilità di reazione alla tremenda forza bellica della Wehrmacht e dalla Luftwaffe tedesca - la Francia si sarebbe arresa definitivamente il 21 giugno 1940 - decise «tempestivamente» di avanzare la propria dichiarazione di guerra, schierandosi definitivamente con la Germania nazista di Hitler, ritenuta vincente. Venne compiuto così dal nostro paese un gravissimo atto di slealtà verso una nazione ormai coinvolta in un irreversibile processo di capitolazione militare e politica.
Ebbe così inizio per l’Italia la Seconda Guerra Mondiale che, secondo la tronfia propaganda fascista, avrebbe dovuto essere una «guerra lampo». L’errore di valutazione fu grave; l’Italia credette, a torto, di essere sufficientemente forte e preparata da impegnarsi in una guerra ritenuta di facile risoluzione, che invece si risolse in tutt’altro modo e in tutt’altri tempi.
Per il regime si rendeva necessario a questo punto fornire, alla popolazione e all’alleato tedesco, una prova forte di buona capacità bellica. Il via alle ostilità venne così dato a poche ore dal fatidico discorso del Duce, dal balcone del suo studio di Piazza Venezia a Roma, dalla Regia Aeronautica Italiana che bombardò con 10 trimotori Cant Z 1007, decollati dalle basi aeree della Sicilia, la mal difesa isola di Malta, posta sotto il protettorato inglese.
Le incursioni si succedettero incalzanti per tutta la giornata e a varie ondate. Alla fine degli attacchi, otto in tutto, si contarono 40 morti tra civili e militari nonché numerosi feriti.
Il primo atto era compiuto.
La risposta inglese non si fece attendere a lungo; e questa volta purtroppo sarebbe toccato all’Italia. Solo poche ore dopo la dichiarazione di guerra, Torino e Genova avrebbero guadagnato il triste primato di prime città bombardate.
Queste, molto sinteticamente, le vicende che portarono il nostro paese al coinvolgimento totale nella più grave guerra che l’umanità ricordi e che segnò anche l’imminente quanto definitivo crollo del regime dittatoriale italiano, dopo ventitré lunghi anni di repressioni e d’assenza di qualunque forma di libertà e di giustizia.
Torino alle soglie del conflitto
Torino con i suoi abitanti non avrebbe certo immaginato che poco dopo lo scoccare della fatidica «ora delle decisioni irrevocabili», avrebbe vissuto con Genova il non invidiabile primato di prima città italiana bombardata.
Con ancora in mente le ridondanti e tronfie parole del Duce, radiodiffuse il pomeriggio del 10 giugno, ad una «oceanica adunata» di popolo, pervasa da un irrefrenabile «ardente entusiasmo», la gente di Torino, come del resto quella di tutto il Paese, non aveva ancora una piena e chiara consapevolezza della gravità del momento.
La propaganda del regime attuò, nei mesi che precedettero il nostro ingresso in guerra, un intenso programma volto al raggiungimento del massimo consenso verso un’operazione dagli esiti molto incerti. E lo fece appellandosi ai bassi istinti sciovinistici di tanta parte del popolo, che non fece mancare al regime almeno nella prima parte del conflitto, il dovuto appoggio. Un grave atteggiamento fu tenuto dagli organi di informazione allineati al regime, che rimestando sapientemente fatti storici del passato ad ambizioni nostrane, crearono nella pubblica opinione il sentimento diffuso, che finalmente era giunta l’ora di far pagare tutto ai francesi e agli inglesi, venne enfatizzato su tutti i quotidiani di quel giorno. Scrisse “La Stampa”, La più decisiva delle vittorie, dell’11 giugno 1940:
Il Duce ha parlato e, come aveva promesso, la Sua parola ha segnato un evento irrevocabile. E’ la guerra, l’evento più grandioso e affascinante della vita di un popolo; è la guerra, arbitra suprema e inappellabile delle capacità e dei diritti di un Popolo. Il Popolo italiano sa che cosa è la guerra; solo negli ultimi tre decenni più e più volte ha dovuto ricorrere alle armi per imporre il suo diritto alla libertà e alla vita; questa è la guerra che tutte le altre riassume fin dai primordi del Risorgimento per l’indipendenza vera e completa della Patria imperiale.
Le vicende dall’armistizio del ‘18 in poi hanno dimostrato in una maniera totale e inequivocabile in quale conto siano stati tenuti i nostri giusti diritti, le nostre sacrosanti aspirazioni da parte di quegli stati a cui noi tanto avevamo donato: essi hanno seguito senza interruzioni e senza attenuazioni un’unica, costante, implacabile direttiva, limitarci, controllarci, soffocarci.
[...] E’ l’eterna passione garibaldina che ci afferra anche in questa nuova impresa: si va al combattimento gridando i nomi della Tunisia tutta fecondata dai contadini siciliani, di Malta generosa e indomita nella sua lingua e nella sua Fede, della Corsica che diede i natali a Pasquale Paoli e (perché non ricordarlo?) a Napoleone, di Nizza patria adorata di Giuseppe Garibaldi che mai riconobbe il baratto della terra che fu culla della nostra Dinastia, la Savoia fedele nei millenni.
L’orgasmo collettivo e la preoccupazione di essere da poche ore in guerra, tuttavia non distoglieva la gente dalle normali occupazioni.
Le prime pagine dei quotidiani naturalmente riportarono con grande enfasi, l’avviato processo di riscatto storico del nostro Paese. Nelle pagine interne della cronaca cittadina, la notizia fu affiancata ad altre cosiddette «comuni», nel pieno rispetto del principio che le guerre si combattono non con le sole armi. Diversi trafiletti ci riportano notizie apparentemente diverse tra loro, ma che riconducono tutte ad una situazione straordinaria che ormai si viveva in Italia da pochissime ore.
L’Agenzia Economico-Finanziaria decise che dall’11 giugno nelle Borse italiane sarebbe cessata la quotazione della Sterlina inglese, del Franco francese e del Dollaro canadese.
Per l’oscuramento delle finestre, i lettori de “La Stampa” avrebbero potuto acquistare i tessuti e i materiali idonei presso la fabbrica Emanuele Turin in Via Vespucci 11 o presso la Casa del Bianco in via Garibaldi 17, a «condizioni favorevoli». Il bollettino demografico annunciava che i nati dell’11 giugno furono 36, mentre i deceduti 26.
In quella tiepida serata di fine primavera, la gente ricercava una possibile apparente normalità, scacciando con lo svago il pensiero ricorrente dell’essere da poche ore in guerra. Per chi non voleva passeggiare per i romantici viali del Valentino, il cartellone degli spettacoli teatrali e cinematografici offriva buone possibilità di divertimento. Oltre ai film di propaganda come Si avanza all’Est, sulla «fulminea vittoria tedesca in Polonia», proiettato al cinema Vittoria, si poteva assistere a molti altri spettacoli anche hollywoodiani proiettati in barba all'autarchia culturale al cinema Balbo, al Massimo e all’Eliseo. Beniamino Gigli e Mafalda Favero replicavano con gran successo al Teatro della Moda al Valentino, la Manon di Messenet.
Intanto di là dalle Alpi, nella base aerea francese di Salon, sei Wellington del 99° Squadrone della «Haddock Force» inglese erano in pista pronti al decollo con un carico di bombe da 250 libbre; obiettivo gli stabilimenti aeronautici Caproni di Milano.
Contrordini del governo francese timoroso d’eventuali rappresaglie italiane, impedirono agli aerei il decollo con grande stizza di Wiston Churchill, che aggirò l’ostacolo facendo decollare questa volta 36 Whitley con a bordo alcune bombe da 500 libbre, dalle basi inglesi nello Yorkshire. Vi fu anche un cambio d’obiettivi che divennero la FIAT Mirafiori di Torino e i cantieri Ansaldo di Genova.
Ore 1,30 del 12 giugno 1940.
Inizia per Torino, per Genova e per l’Italia il Secondo Conflitto Mondiale.
Per i bombardieri inglesi il disimpegno di questa prima missione si rivelò piena di rischi ed incognite; 1600 miglia era la distanza totale da percorrere tra l'andata e il ritorno, le Alpi da sorvolare due volte con le loro pericolose correnti, il freddo intenso all'interno dei velivoli non ancora pressurizzati. Molti aerei abbandonarono quasi subito l’impresa, dodici proseguirono per Torino, tre per Genova ed uno andò disperso forse sulle Alpi.
Quando i bombardieri giunsero sulla verticale del capoluogo piemontese, a seimila metri di altezza, dai portelloni si sganciarono quarantaquattro bombe che subirono però una notevole variazione di traiettoria a causa del loro ridotto peso, tanto da portarle fuori della direzione di lancio di alcuni chilometri. Alcune caddero in aperta campagna altre furono sospinte su alcune case di Via Priocca, di via XI Febbraio a pochi metri dalla Caserma Centrale dei vigili del fuoco. Le bombe causarono, tra l’incredulità generale, la prima strage di gente destata di soprassalto dal lacerante suono delle sirene antiaeree, immediatamente seguite dallo sgancio delle bombe. Per gli aerei incursori era stato relativamente semplice scaricare il loro micidiale carico su Torino, pressoché indifesa ed esposta a qualunque attacco dal cielo.
A Genova i tre aerei che raggiunsero il capoluogo ligure, sganciano cinque tonnellate di bombe, causando pochi danni e vittime.
La prima delle tantissime relazioni di guerra compilate dai vigili del fuoco di Torino, durante i cinque lunghi anni di attacchi aerei, fu la seguente:
«[...] Alle ore 1,32 circa è stato richiesto un servizio in via Petrarca n. 30 allo stabilimento Carello, ma il personale che è accorso non ha potuto costatare che l’incendio stesso era stato causato da bombe poiché nelle vicinanze non si è trovato traccia di esplosioni».
L’incendio è stato lieve.
Poco dopo l’allarme, cinque bombe sono cadute contemporaneamente a meno di cento metri dalla Caserma Centrale di questo Corpo, e precisamente presso il gazometro della Società Gas (allora in via XI Febbraio, dove oggi esiste la Sede Centrale dei Vigili Urbani N.d.A.).
Questo Comando ha subito mandato una squadra e poi un’altra, che con getti d’acqua hanno provveduto a raffreddare le lamiere del gazometro e le strutture portanti di esso per impedire che il contorcimento delle lamiere stesse, rendesse impossibile il regolare abbassamento della campana con conseguente pericolo di scoppio; infine insistendo nel raffreddamento, in unione col personale della Società del Gas, opportunamente intervenuto, si è provveduto a tamponare con argilla i fori e quindi al definitivo spegnimento del fuoco eliminando così il grave pericolo dello scoppio del gazometro.
[...] Alcuni feriti nelle vicinanze della caserma sono stati trasportati in un primo tempo o si sono recati da loro stessi, nella Caserma Centrale di questo Corpo che era il locale più prossimo allo scoppio più grave».
All'ingresso dell'Italia in guerra, Torino, città di frontiera a poche decine di chilometri dal confine francese, aveva una superficie territoriale di 13.013,66 ettari con una popolazione residente di 700.686 unità. Le case per abitazione erano 23.280 con 217.562 alloggi e 626.008 vani. Di queste, gran parte sarebbero andate distrutte negli anni successivi.
Iniziò per la popolazione torinese quel lungo costante pellegrinaggio, costretta per tutta la durata della guerra, a fare la spola dalle proprie abitazioni verso i rifugi.
I morti al termine del primo bombardamento furono diciassette; quaranta i feriti. Questo costituì un grande smacco per i nostri gerarchi, perché era già chiara a tutti l'inconsistenza della macchina difensiva italiana affidata alla DICAT, rinominata con pesante sarcasmo dalla popolazione Distruzione Integrale Case Torino che, dotata di pochissimi pezzi antiaerei, fronteggiava come meglio poteva un’impari lotta. Il numero dei colpi di cannone sparati furono pochi; meno ancora i caccia che si levarono in volo per tentare di fermare il nemico.
Si potrebbe obiettare che la guerra era ancora alle battute iniziali, e l’apparato militare a difesa degli spazi aerei, aveva ancora bisogno di tempo per perfezionarsi. Ma evidentemente non fu così e si spiega il perché. Da molti mesi lo spettro di una guerra generalizzata si aggirava sull’Europa, e Mussolini a conflitto ormai aperto dovette chiedere aiuto a Hitler, per potenziare almeno in parte i nostri sgangherati sistemi difensivi. Un solo dato per confermare l’evidenza dei fatti: dei 2.154 aerei alleati che bombardarono Torino durante le cinquantasei incursioni aeree dal 1940 al 1945, la nostra contraerea ne abbatté solamente quindici.
Nella notte tra l’11 e il 12 giugno, dunque, Torino fu fatta segno della prima incursione. Le autorità cercarono di nascondere la portata dell’avvenimento. Persino i giornali relegarono la notizia tra le colonne interne della cronaca cittadina. La Stampa con un laconico articolo invitava, speculando sul dolore e sul dramma delle vittime, a trarre beneficio «dall’esempio dell’antico valore, incitamento nuovo a proseguire nella lotta fino alla vittoria. L’Italia aveva dei conti da regolare con la Francia e l’Inghilterra: la lista oggi si allunga col numero dei morti che Torino offre con gesto accorato alla Patria».
Ma l’ondata di scredito e i sentimenti di odio che si cercò di infondere nella gente verso la Francia e l’Inghilterra, non poteva far dimenticare le gravi responsabilità morali e storiche di cui il nostro paese e la Germania si erano fatti carico. Hitler e Mussolini già durante la guerra civile spagnola del 1936/39, sperimentarono gli effetti dei bombardamenti sui centri di resistenza repubblicani, con il preciso scopo di distruggere degli obiettivi non solo militari ed industriali. Fu così sperimentata per la prima volta una nuova tecnica: il «tappeto di bombe«, capace di paralizzare per molti mesi qualunque attività umana.
La prima vera «barbara delinquenza» fu, quindi, compiuta proprio dall’aviazione tedesca. A farne le spese fu la tranquilla cittadina basca di Guernica, distrutta il 26 aprile 1937 dagli aerei della Luftwaffe.
Perirono 1.654 inermi cittadini. A Guernica e al suo martirio il pittore Picasso dedicò una delle sue opere più belle e significative.
L’Italia dal canto suo non fu meno efferata nel bombardare, a guerra appena iniziata, l’isola di Malta dove perirono non solo militari ma anche numerosi civili. Si era solo agli inizi dell’impiego di questa nuova spaventosa tecnica di guerra. Londra fu colpita, a partire dall’8 settembre 1940, per ben ottantacinque volte consecutive, tanto da detenere il triste primato di unica città al mondo bombardata in maniera sistematica e continua. La Luftwaffe rovesciò sulla capitale inglese ben 18.921 tonnellate di bombe e materiale incendiario, che provocarono oltre 20.000 morti. I ripetuti attacchi furono ben assorbiti dalla grande metropoli inglese, che vide distrutti 243 ettari di superficie edificata, sui 1794 chilometri quadrati, quanto era la sua estensione totale.
Quell'incursione della notte tra l’11 e il 12 giugno, seppur blanda per via delle poche bombe sganciate sulle due città, ridimensionò precipitosamente i sogni della tanta sbandierata «guerra lampo».
I morti - 17 solo a Torino - erano lì tra le macerie a scuotere tutti, a confermare che quella non sarebbe stata una guerra facile, sebbene gli illusori quanto roboanti proclami dei mesi precedenti, avessero disegnato un ottimale scenario militare della nostra nazione. Nella realtà la nostra capacità bellica e la situazione economica erano ben distanti dalle effettive esigenze di una guerra troppo sottovalutata. Ma questa ormai è storia; Mussolini suggestionato dalla rapidità della conclusione del conflitto, sbagliò del tutto i suoi calcoli.
Le bombe del 12 giugno diedero uno scossone a tutte le strutture preposte alla difesa civile come l’U.N.P.A. e la P.A.A., ma non solo; anche i vigili del fuoco, colti di sorpresa, dovettero fare i conti con gli effetti di una situazione sottovalutata e inaspettata, tanto che si rese necessario richiamare in gran fretta, come accennato precedentemente, un alto numero di vigili del fuoco volontari.
A Torino molte scuole chiuse in anticipo per l’inizio del conflitto, furono occupate da centinaia di vigili richiamati, che insieme a quello neo assunto, furono istituiti anche dei «posti di guardia» dislocati sul territorio cittadino in modo da garantirne una copertura per quanto possibile capillare. Per sua fortuna già prima dello scoppio della guerra, il Comando di Torino cautelativamente individuò alcune strutture pubbliche e private, in grado di permettere l’indispensabile decentramento delle forze soccorritrici, qualora la necessità ne avesse imposto l’utilizzo. Inizialmente il territorio cittadino fu suddiviso in sei settori principali con alle dirette dipendenze dei posti fissi ubicati in edifici pubblici e privati.
Gli stessi Comandi di settori, ad eccezione della Caserma Centrale e del Distaccamento del Lingotto, le uniche sedi permanenti esistenti, furono ubicati in scuole e strutture industriali. Questo criterio di dislocazione delle forze, venne ben presto messo in crisi con le incursioni dell’autunno del 1942, che indussero il Comando ad intensificare il decentramento e il rafforzamento delle numerose sedi di vigili volontari, disseminate nella provincia.
A situazione oramai compromessa con l’inizio del conflitto, furono adottate a livello nazionale delle soluzioni tampone attraverso «il richiamo in servizio continuativo di personale delle categorie dei volontari e degli incaricati, nonché dei pensionati del Corpo stesso che siano risultati idonei allo speciale servizio, nella misura massima complessiva di 150 ufficiali, 2350 sottufficiali e 7500 fra civili scelti e vigili». Ma se con questo primo potenziamento di personale, distribuito tra tutti i Comandi d’Italia, venivano in un certo modo ancora garantiti dei parametri di professionalità, dal 1942 la situazione subì una netta involuzione in termini qualitativi dei richiamati in servizio. A tale proposito merita citare il rappresentativo caso di alcuni richiamati, aventi un’età talmente avanzata da far comprendere quale fosse l’urgenza e la precarietà delle scelte effettuate. E’ il caso di Masset Camillo classe 1872, Samberon Antonio classe 1881, Samberan Pietro classe 1886, più altri vigili richiamati nati attorno al 1890 ed inviati presso il distaccamento di Bardonecchia a due passi dalla Francia.
Fu così arruolato del personale senza un benché minimo requisito professionale e d’età. Si narra di come fosse facile, in quei giorni, essere arruolato nei vigili del fuoco; bastava, infatti, transitare nei pressi della vecchia sede di Porta Palazzo per ritrovarsi immediatamente tra le fila dei pompieri.
Ad onore della verità bisogna ammettere che non tutto fu negativo. Moltissimi di questi uomini, seppur poco formati e senza esperienze, svolsero in modo ammirevole il difficilissimo e pericoloso compito del soccorritore, inoltre tra questi vi furono dei soggetti che contribuirono, in modo consistente, al consolidamento di un sentimento antifascista tra le fila dei pompieri professionisti, che sfociò dal 1943 in una manifesta avversità al regime.
La RAF nelle operazioni sui suoli di Torino e Genova aveva subito la perdita di un solo aereo, e questo era già un primo successo se si considerano le difficoltà incontrate dalla squadriglia inglese per raggiungere il nostro spazio aereo. Ma soprattutto cominciava a delinearsi in modo chiaro, la capacità organizzativa dell’aviazione britannica nel portare un attacco così lontano dalle proprie basi aeree.
E si era solo alle battute iniziali della guerra.








