14 novembre 1951.
L'alluvione del Polesine.
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In Italia erano ancora presenti i segni lasciati dal recente conflitto bellico, quando ecco che un nuovo disastro, il primo dell’Italia del dopoguerra, si abbatté su una vasta zona del Nord-Est del Paese.
L’alluvione causata dall’esondazione del Po nelle province di Rovigo, Ferrara e Mantova, è considerata una delle più grandi catastrofi idrogeologiche. Il grande lembo di terra compreso tra due grandi fiumi: il Po e l’Adige, divenne un’immensa distesa di fango e acqua. Ancora pochi italiani conoscevano il Polesine, ma l’evento fu talmente grave e vasto, che ben presto tutti impararono a conoscere un territorio ancora povero, ma fiero e ricco di bellezze naturali. Lo straripamento del Po ebbe inizio fra i comuni di Occhiobello e Canaro. Poi ci furono le rotte degli argini. Milioni di metri cubi di acqua e fango dilagarono nelle povere campagne del Polesine. Il bilancio del disastro fu drammatico: circa cento morti di cui ben ottantaquattro nell’episodio del famigerato “camion della morte”. Il disastro toccò il cuore di tutti gli italiani, che si prodigarono con grandi offerte di aiuto. Da Nord a Sud, ognuno, come poteva, volle contribuire a lenire le sofferenze della gente toccata da una grande tragedia. L’aria di solidarietà, il desiderio di notizie, la voglia di fare qualcosa per qualcuno, una improvvisa familiarità con il Polesine fu grande. L’Italia da pochi anni riemersa dal dramma della guerra, si mobilitò per la prima grande campagna di solidarietà. I vigili del fuoco, tenaci, infaticabili e modesti, risposero con uno sforzo eccezionale, confluendo da ogni angolo del Paese. |
UN RICORDO DI GIUSEPPE MADRIGANO E LUIGINO NAVARO, VIGILI DEL FUOCO DI ROVIGO
GLI ANNI '50 - IL CAMMINO DELLA SPERANZA
Gli anni '50 costituiscono per l'Italia e per gli Italiani l'inizio di una nuova era piena di speranze e di volontà di ricostruire tutto il distrutto. La guerra è finita da 6 anni ma le ferite sono ancora nelle strade e negli occhi di tutti. Messi da parte i sacrifici trascorsi e le vendette subite, si è pronti a rimboccarsi le maniche per edificare un avvenire nuovo, dimentichi delle cattiverie passate.
Anche i Vigili del Fuoco di Rovigo sono consapevoli del grande impegno che li attende; la situazione nella caserma di Vicolo Santa Barbara si può ritenere istituzionalmente soddisfacente. Il Comando è retto dall'Ufficiale di II° classe geom. De Peruta Nicola che si avvale della collaborazione saltuaria dell'ufficiale volontario Vincenzi Vladimiro, Comandante anche dei Vigili Urbani della città.
Stante la situazione di continui allarmi per alluvioni e allagamenti in tutto il territorio provinciale, la Direzione Generale dei Servizi Antincendi, (D.G.S.A.) con disposizione del 21 Gennaio 1950, ha comunicato al Comandante De Peruta la proposta di rinnovo definitivo del macchinario antiquato il cui numero è il seguente:
Stesso interessamento per il personale il cui organico è cosi articolato:
Già dall'inizio dell'anno '50 si verificano varie alluvioni nella bassa ferrarese e nel basso Polesine per cui oltre al citato rinnovo del macchinario si dispone la dotazione urgente di un mezzo anfibio.
Gli interventi vengono effettuati con grande rapidità dato che quasi tutti i pompieri di Rovigo e Ferrara sono abili pescatori e nell'acqua si muovono con disinvoltura. In febbraio per lo straripamento del fiume Reno, i Vigili del Fuoco di Rovigo accorrono a dar man forte ai colleghi di Ferrara per portare soccorso alle popolazioni di Marcone, Gallo e Coronella.
L'impegno dei pompieri polesani è stato al massimo delle loro possibilità sì da meritarsi un diretto elogio da parte del Direttore Generale PIECHE, poche parole che danno quel giusto riconoscimento per l'opera utile ed altamente meritoria.
COMUNICASI COMPONENTI CODESTO CORPO AT ELEMENTI CORPI LIMITROFI COSTÀ AFFLUITI HANNO NELLA GRAVE CONTINGENZA ATTUALE DISASTRO ALLUVIONI RINNOVATA ENNESIMA PROVA ALTO SENSO DOVERE ET SPIRITO ABNEGAZIONE SACRIFICIO PUNTO AT TUTTI I PARTECIPANTI QUESTA IMMANE FATICA FAVORE POPOLAZIONE COLPITA VADA ALTO APPREZZAMENTO CON MIO VIVISSIMO ELOGIO ET CORDIALE SALUTO.
DIRETTORE PIECHE
Con la dotazione dell'autogrù MACK vf 3901si intensificano i soccorsi per incidenti stradali anche se all'epoca i mezzi circolanti non erano poi tanti.
Questa situazione di aumento dei compiti istituzionali oltre al tipico incendio denota senz'altro una carenza numerica di personale infatti, nonostante l'esperienza acquisita (quasi tutti avevano 5 anni di guerra alle spalle), 39 unità per la provincia di Rovigo sono veramente poche.
I turni erano a dir poco massacranti: 24 ore di servizio e 24 ore di riposo, con l'impegno di lasciare la reperibilità e con il risultato che nei giorni liberi quasi sempre si era costretti a rientrare in caserma per sostituire il personale impegnato in qualche grosso intervento. Per sopperire a questa grave carenza di personale, stante la ristrettezza delle risorse finanziarie, il Ministero dell'Interno di intesa con il Ministero della Difesa, decide con la legge 13 Ottobre 1950 n. 913 di istituire il reclutamento annuale, a domanda, di Vigili Volontari Ausiliari per lo svolgimento del servizio di leva in alternativa alla prestazione dello stesso nelle Forze Armate.
Pertanto ciascun Corpo, secondo priorità, aumenta il numero dei vigili, anche se inesperti, di tante unità in rapporto alla propria pianta organica. Rovigo avrà circa 12 unità di Vigili Volontari Ausiliari, provvedimento questo rimasto fino a marzo 2005. Dai documenti esistenti nell’archivio del Comando risultano in servizio a Rovigo i sottonotati vigili volontari ausiliari: Donà Giobatta, Negrello Rizzieri, Benà Mario, Furini Adriano, Panagin Adamo e Bellinello Armando.
1951 - LA GRANDE PAURA
Nell'anno 1951 si verifica nel Corpo dei Vigili del Fuoco di Rovigo la sostituzione del Comandante De Peruta Nicola con il geometra, Ufficiale di II° classe, Chiorboli Vittorio. Pare, a detta dei bene informati, che la ragione di questo cambio sia stata determinata da una questione politica: il Comandante De Peruta partecipò ad una cerimonia del partito Comunista che per quei tempi e per dipendenza dal Ministero dell'Interno, costituiva un vero scandalo.
Il geometra Chiorboli, giovane ufficiale, è di Rovigo quindi conosce molto bene sia il territorio che gli uomini del Corpo Provinciale.
Nei primi mesi del '51 si continua l'opera di ampliamento del parco automezzi di soccorso e per il Corpo di Rovigo e Ferrara viene data precedenza ai mezzi nautici, quasi in previsione dell'evento che si andava maturando.
Rovigo dispone di 1 anfibio GMC VF 4396, 1 barca di legno tipo STURM BOAT con motore fuori bordo, 2 barche ARAR con motore fuoribordo, 2 battelli pneumatici.
Arriva il mese di novembre ed il tempo in tutta Italia è pessimo. In Calabria e nel meridione sono già in corso varie alluvioni che impegnano gran parte dei Vigili del Fuoco dell'Italia Centro-Meridionale.
A Torino piove da 5 giorni, tutti i confluenti si stanno riversando nei loro fiumi e il Po sta diventando una valanga.
Già nei primi giorni di novembre ci si comincia a chiedere se gli argini possano contenere la gran massa d'acqua senza provocare altre alluvioni e poi deve passare per il Polesine considerato il punto di maggior vulnerabilità.
Dalle cronache dei giornali si apprende che nella notte del 10-11 novembre 1951 si ebbe il primo tragico epilogo nella zona della valle del Cellio. Più di 300 frane, case distrutte, strade interrotte, migliaia di metri cubi di terreno da sgomberare, piante divelte, cascine devastate.
In questo disastrato scenario la tragedia, le prime vittime di quella che ormai viene definita l'alluvione del 51, a causa di una frana, viene travolta una casetta e con essa la buona madre di famiglia Giovanna Rossi in Migliaio e il di lei figlio Alfredo.
'Il Po cresceva continuamente e l'Adriatico non ce la faceva più a ricevere quella grande massa d'acqua.
Gli allarmi cominciano a circolare nei vari uffici interessati: Genio Civile - Prefettura - Comuni - Polizia - Vigili del Fuoco; è tutto un fermento di preoccupata organizzazione, mista alla segreta speranza che tutto passi senza che succeda niente.
Il giorno 14 Novembre 1951 alle ore 16 circa, al centralino dei Vigili del Fuoco di Rovigo viene segnalato che l'abitato di Polesella è stato invaso dall'acqua uscita dai molti fontanazzi e che si temeva il cedimento dell'argine a breve termine.
Il geom. Vincenzi, che sostituiva il Comandante Chiorboli in missione a Roma, immediatamente si portava sul luogo indicato con una squadra di vigili, segnalando la notizia anche ai vigili di Ferrara che erano più vicini alla zona. La situazione fu subito valutata gravissima: la piazza di Polesella era coperta da circa 20 cm d'acqua mentre sugli argini una massa numerosa fra uomini, donne e ragazzi si affannava silenziosamente a disporre sacchetti di sabbia per alzare l'argine.
Rientrato precipitosamente in sede, il geom. Vincenzi consapevole della imminente tragedia comunica la situazione all'Ispettorato della I' circoscrizione nella sede di Torino.
L'ispettore superiore ing. Moscato Guido avuta la chiara valutazione del disastro che si andava maturando, con intuizione di tecnico ed esperto predispone, anche in base alle disposizioni della D.G.S.A., tutto il piano di mobilitazione delle forze ai suoi ordini.
Alle 19 circa l'ispettore D'Acierno, comandante di Venezia, su disposizione dell'ing. Moscato, raggiunge il Corpo di Rovigo e assume la direzione delle operazioni di soccorso facendo affluire squadre di vigili con mezzi anfibi dei Corpi vicini: Padova - Venezia - Verona - Vicenza; comunica all'ispettore regionale il quadro della situazione preannunciando il possibile ed imminente invio di tutte le forze disponibili sia della zona nord che della zona centro.
Vengono costituiti due centri operativi: uno a nord del Po con base a Rovigo e uno a sud del Po con base a Ferrara.
Intanto tutte le squadre dei Comandi di Rovigo e Ferrara erano in piena attività. Due squadre di Rovigo da due giorni si trovavano impegnate nella zona di Scardovari a causa della violenta mareggiata che da una settimana martellava la costa causando la rottura degli argini di valle.
I pompieri rodigini, guidati dal vigile Equisetto Mario, si prodigavano ad evacuare tutte le persone, animali e cose dalla vasta campagna di Scardovari per trasferirli a Porto Tolle. Nella mattinata mentre con il loro grosso anfibio si dirigevano verso Scardovari vedevano in località Ca Lazzana un ragazzo dibattersi fra i flutti. Si trattava del dodicenne Rodolfo Mosca il quale, rovesciatosi con la propria barca, si teneva aggrappato a degli arbusti. Una rapida conversione dell’anfibio, una inversione della marcia e il mezzo raggiunse in un attimo il ragazzo, traendolo in salvo.
Operavano nella zona, oltre ai Vigili, un anfibio, due barche e un carro trasporto.
Le squadre del Comando di Ferrara erano impegnate nella zona di Occhiobello-Canaro ad evacuare le abitazioni golenali ubicate a ridosso degli argini e invase dall'acqua che usciva dai fontanazzi.
Alle ore 19.30 circa arriva la comunicazione che il Po ha rotto l'argine sinistro ad Occhiobello e l'acqua defluisce rovinosamente allagando tutti i centri abitati sottostanti dirigendosi verso Canaro-Frassinelle e quindi Rovigo.
Immediatamente partivano due squadre di Rovigo con anfibio e barca al comando dell'ufficiale Vincenzi onde verificare da vicino la situazione.
Giunti in prossimità di Paviole la situazione è apparsa nella sua tragica realtà: la grande massa d'acqua aveva provocato un'ampia apertura nell'argine sinistro del Po che si allargava a vista d'occhio. Dal buco enorme sempre più largo sempre più profondo una cascata d'acqua si riversava nella immensa campagna sommergendola.
Si rientrava in sede per fare il punto della situazione coll' ispettore D'Acierno e organizzare i soccorsi su vasta scala richiedendo l'invio di tutti i mezzi disponibili.
Da notare che a quell'epoca gli automezzi di soccorso non erano dotati di apparecchi ricetrasmittenti, per cui le notizie o i soccorsi, bisognava darli a viva voce o per mezzo di telefono pubblico, ma quest'ultimi erano già andati fuori servizio a causa dei violenti temporali dei giorni precedenti. A questo proposito è stato predisposto da parte dell'ing. Moscato il primo collegamento radio dei Vigili del Fuoco.
Per i vari collegamenti sono state utilizzate le prime stazioni automontate che a mano a mano venivano date in dotazione ai vari corpi.
Anche i radioamatori accorrono in forze con le loro attrezzature mettendosi a disposizione dei Vigili del Fuoco e istituendo la base operativa al Corpo di Padova.
L'attivazione di questo importantissimo servizio ha avuto precedenza assoluta e le stazioni, anche se insufficienti rispetto alla vastità degli interventi, hanno funzionato giorno e notte mettendo a dura prova gli operatori dei Vigili del Fuoco che per numero ed esperienza si trovarono in seria difficoltà.
Verso le ore 23 circa arrivò la segnalazione che nella zona del Comune di Frassinelle un camion carico di sfollati era rimasto bloccato dall'acqua. Veniva inviata una squadra per soccorso stradale con autogru e carro trasporto.
Giunti in prossimità di Frassinelle non fu possibile proseguire con i mezzi ruotati in quanto l'acqua aveva raggiunto l'altezza di 2-3 metri.
Per la notte le operazioni vennero interrotte poiché risultava impossibile vedere le strade ed orientarsi.
Nella mattinata successiva una barca dei Vigili del Fuoco condotta dal vigile Masin Mario navigava nell' immensa distesa di acqua alla ricerca di eventuali superstiti del camion che si era spostato durante la notte da Rovigo diretto a Fiesso Umbertiano.
Dalla notizia giunta al centralino del Corpo, circa 84 persone erano salite sul camion ma non erano giunte a destinazione.
L'acqua aveva ormai raggiunto il livello di 2-3 metri dal piano di campagna per cui si temeva per la sorte dei malcapitati. La barca di Masin girava in lungo ed in largo assieme ad altri soccorritori, con la nebbia fittissima che limitava la visibilità a pochi metri. Improvvisamente intravidero tra la massa di acqua e nebbia qualcosa galleggiare: erano due superstiti Bertin Ugo e Bellin Giorgio che attaccati fortunosamente ad un tronco, erano andati alla deriva per tutta la notte con stenti e sofferenze che è facile immaginare.
L'incontro è stato quantomai drammatico e nel contempo pieno di comprensibile gioia. Il vigile Masin avvolse con il suo cappotto il Bertin e diresse con tutta la celerità possibile verso il centro di raccolta.
Le ricerche sono proseguite per tutta la giornata e nei giorni e mesi successivi, con squadre provenienti da altri Corpi d’Italia, in modo particolare quello di Trieste, che all’epoca come suddetto non era in territorio italiano. Complessivamente furono salvate 19 persone, oltre il recupero di tutte le salme.
Intanto tutte le forze richieste cominciavano a concentrarsi su Rovigo e Ferrara secondo il piano predisposto dagli Ispettori Moscato e D'Acierno.
Arrivarono gli anfibi e le barche dei corpi VVF di Milano - Mantova - Piacenza - Novara - Pavia - Belluno - Udine - Trento - Como - Alessandria - Cremona - Torino - Genova - Trieste ancora territorio libero.
L'Ispettorato della II° Circoscrizione Centro Italia inviò anfibi e barche dei Corpi di Bologna - Firenze - Arezzo - Ravenna - Pescara - Ancona - Perugia.
Anche i grossi Corpi del sud come Roma - Napoli - Bari inviarono il proprio contingente nonostante fossero da varie settimane impegnati nelle alluvioni della Calabria e della Sicilia.
A detta delle testimonianze, in quanto non esistono agli atti del Corpo VVF documenti che descrivono momento per momento l'evoluzione delle operazioni di soccorso, circa 50 Corpi Provinciali hanno inviato il contingente composto essenzialmente da anfibi - barche - barconi - battelli pneumatici - carri trasporto.
Il primo problema che le squadre di soccorso esterne si sono trovate ad affrontare era quello della conoscenza dei luoghi.
In mezzo a quella distesa di acqua, senza punti di riferimento, era molto facile perdere l'orientamento e non riuscire a trovare la località del soccorso. Per questo motivo ad ogni squadra esterna veniva affiancato un vigile di Rovigo o di Ferrara che faceva loro da guida.
Un altro grave problema era costituito dalle linee elettriche e dai parapetti dei ponti. Se non si avvistavano in tempo i grovigli dei cavi elettrici e telefonici, gli anfibi rimanevano impigliati con l'elica e per poterli disincagliare occorrevano a volte ore di lavoro al vigile che sott'acqua provvedeva a tagliare ogni ostacolo.
Anche i parapetti dei ponti costituivano un serio pericolo per la navigazione degli anfibi in quanto bastava un lieve impatto per procurare uno squarcio nello scafo e quindi l'affondamento del mezzo.
Nella giornata del 15 ed in quelle successive, man mano che giungevano le richieste di soccorso ai due centri operativi di Rovigo e di Ferrara, le squadre venivano distribuite per tutto il territorio colpito.
L'anfibio di Torino, guidato dal vigile Casotti Paolo, parte alla volta di Polesella-Garofolo dove molte persone avevano trovato salvezza portandosi sui tetti delle case. Nella zona gravava una nebbia fittissima che ne rendeva difficile l'avvistamento. Seguendo il rumore dei colpi di fucile che ogni tanto venivano sparati, i soccorritori riuscirono a raggiungere la località Chiusina e imbarcare sull' anfibio circa 40 persone fra cui vecchi e bambini intirizziti dal freddo.
Il viaggio di ritorno al luogo di raccolta durò quasi 3 ore a causa dei materiali che si impigliavano nell'elica.
La squadra del Comando di Padova con anfibio e barca, veniva inviata a Frassinelle-Canaro per trarre in salvo delle persone salite sul tetto della canonica. L'anfibio arriva ed imbarcati i poveretti, fra cui un vecchio di 80 anni, si dirige verso il centro di raccolta.
Fatti pochi chilometri l'anfibio andò a sbattere contro il parapetto di un ponte provocando nello scafo un grande squarcio. Istintivamente l'autista dirige il natante verso un vicino traliccio di alta tensione ed in pochissimi secondi i vigili provvedono ad issarvi le 5 persone che avevano a bordo legandole ai ferri per evitare che precipitassero in acqua; poi si issarono anche loro appena in tempo per vedere l'anfibio inabissarsi. Rimasero aggrappati al traliccio per circa 4 ore gridando aiuto con tutta la voce disponibile fino a quando il vigile che era rimasto con la barca sulla statale, vedendo galleggiare alcuni pezzi di anfibio (remi, sedili, salvagente), si mette in navigazione verso la canonica e avvistati i naufraghi li portò in salvo.
Questo avvenimento così drammatico rimase fortemente impressa nella mente di un protagonista ignoto che lo immortalò in un dipinto conservato nell’archivio storico del Corpo: i protagonisti di questa incredibile vicenda è doveroso ricordare il vigile Sartori Ermenegildo di Rovigo, i vigili Ramin Aldo e Temporin Pietro di Padova che con provvedimento Ministeriale furono insigniti di medaglia di bronzo con lode al valore civile, come riportato nella GU n. 2 del 3-01-1953 con la seguente motivazione: “In occasione della piena del Po che aveva allagato una vasta zona di terreno, non esitavano ad accorrere con un anfibio, in soccorso di quattro persone rifugiate sui tetti delle case pericolanti. Dopo averle raggiunte e sistemate a bordo, si accingevano a riportarle in salvo, ma il natante trascinato dalla violenta corrente, cozzava contro un ostacolo e ben presto affondava. Riuscivano ciò nonostante ad assicurare i pericolanti ad un pilone con una corda, rimanendo anch’essi in tale pericolosa situazione sino all’arrivo di altri soccorsi.”
Nella giornata del 16 si completava la mobilitazione di tutto il contingente dei Vigili del Fuoco predisposto dal piano di emergenza.
Il Corpo di Genova veniva dislocato nella zona Gaiba-Stienta; il contingente di Trieste, allora non Italiano, al comando del tenente Sgorbissa operava nella zona di Frassinelle.
Centri di soccorso furono istituiti a S. Maria Maddalena, Polesella, Corbola e Adria.
Intanto l'acqua era arrivata alle porte di Rovigo e minacciava di arrivare fino all'Adige, il centro di coordinamento zona nord fu trasferito in tutta fretta a Stanghella, nel palazzo municipale.
Con questa pianificazione dei centri di coordinamento e centri operativi, il dispositivo di soccorso era nella sua piena efficienza rendendo possibile la razionale distribuzione delle squadre e dei mezzi in modo da coprire tutta la vasta zona colpita dalla calamità.
Le richieste di soccorso giungevano da tutte le parti, moltissime, bisognava agire e prendere decisioni immediate.
Ci sono stati vigili che non hanno dormito per 48 ore, che sono stati senza vitto, si mangiava quello che si riusciva a trovare, si sono improvvisati cuochi, medici e bambinai.
Molti dei salvataggi eseguiti hanno il tono della tragedia, traboccano di eroismo come quello effettuato da una squadra di Ferrara composta da Anacleto Mangolini, Lino Artioli e Aroldo Artieri i quali impiegarono oltre un'ora per percorrere i 100 metri che li separavano da un naufrago, un salvatore che capovoltaglisi la barca era andato a finire sui rami di un albero appena emergente dai gorghi scuri. L'impresa si svolse sotto lo sguardo attonito di centinaia di persone fra cui i familiari e tutti i componenti delle forze di soccorso.
E’ nella stessa mattinata del giorno 15, che si è compiuto l'arditissimo salvataggio di una ventina di persone rifugiatesi nel troncone d'argine presso Occhiobello; episodio che ha avuto significativo risalto in tutta la stampa nazionale.
Ad Occhiobello, fra le due falle dell'argine, su un grosso troncone del medesimo, si erano rifugiate le persone ed abbondante bestiame. I disgraziati che erano in pericolo di essere travolti da un momento all'altro col troncone di argine stesso, urlavano disperatamente per tutta la notte invocando soccorso, mentre la nebbia li nascondeva alla vista dei temerari vigili, che, su fragili imbarcazioni, tentavano di avvicinarsi contrastati dall'impetuosissima corrente.
Per tutto il giorno continuarono i tentativi, ma nemmeno un grosso rimorchiatore fluviale riuscì nell'intento e così passò un'altra notte angosciosa. Al mattino del 16 in una breve schiarita della nebbia, i tre ardimentosi vigili su una barca a motore con una manovra arditissima e pericolosa, riuscivano ad attraversare la corrente impetuosa ed a raggiungere il troncone di argine ove si trovavano le persone in pericolo.
All'episodio assistevano in trepidante ansia le maggiori autorità cittadine che quando videro ripartire la motobarca col primo carico di scampati non trattennero più l'esplosione di ammirata riconoscenza per i coraggiosi vigili. Con altri viaggi furono tratti in salvo tutte le persone anzidette, fra cui donne, bambini ed ammalati. Ai su citati vigili del Fuoco tutti del Corpo di Ferrara, sono state concesse dal Ministero dell’Interno la medaglia al Valore Civile con lode.
Al terzo giorno di emergenza erano scesi in campo circa 750 unità dei Vigili del Fuoco tra ufficiali, sottufficiali e vigili, con oltre 200 automezzi.
Meritano di essere citati oltre all’ing. Moscato Ispettore della I° Circoscrizione e l'ing. D'Acierno coordinatore diretto delle operazioni di soccorso, i Comandanti di Rovigo e Ferrara geom. Chiorboli e geom. Tassinari, l'ing. Antenucci di Verona, l'ufficiale Negri di Alessandria, l'ing. Cappuccini di Padova, l'ing. Biancone primo comandante del 74° Corpo di Rovigo del dopo guerra, il geom. Locarni di Ancona, Caccamo e Ramaione di Genova, l'ing. Cappellini - ing. Malagamba - il geom. Sgorbissa di Trieste, il geom. Vincenzi di Rovigo, Baccheretti di Firenze, Attardi di Bologna.
Si deve scusare qualche omissione ma agli atti del Comando Provinciale non è stato trovato un elenco dettagliato del personale intervenuto.
Fare il calcolo degli interventi risulta abbastanza difficile in quanto le squadre operative non sempre rientravano in sede a compilare il rapporto della giornata.
Approssimativamente si può ritenere che tutta la forza Vigili del Fuoco ha effettuato 20.000 interventi trasportando 60.000 persone, 10.000 capi di bestiame e recuperando un ingente quantitativo di masserizie.
Questa in sintesi l'opera di salvataggio svolta dai 750 pompieri del Po, come sono stati definiti.
Ma oltre a questa opera veniva svolto un altro compito di vitale importanza: rifornire la gente che non voleva abbandonare la propria casa, approvvigionare interi paesi città come Adria e Rovigo, distribuire i primi pasti alle popolazioni prima dell'arrivo dei militari.
Mirabile fu, a questo proposito, l'azione del corpo di Venezia che distribuiva giornalmente 100 quintali di pane e 20 ettolitri di latte.
Compito modesto questo ma se si pensa che la distribuzione doveva essere fatta casa per casa sempre con le barche l'azione diventava più gravosa; anche la razionale distribuzione di steridrolo alle popolazioni che dovevano bere l'acqua del Po è cosa da ricordare, senza provocare grosse epidemie.
E poi quando l'acqua comincia a ritirarsi l'opera di salvataggio rimane sempre difficile, gli anfibi affondano nel fango, le barche non possono navigare e la gente nelle case rimane tagliata fuori da una nuova barriera: il fango.
È una nuova tipologia d'intervento per i Vigili del Fuoco andare nella marea di fango, abbattere alberi, trovare materiale di ogni genere per costruire massicciate e portare così i soccorsi, trasferimento di animali, trasporto di ogni genere di cose, abbattimento strutture pericolanti ecc.
Come ultima considerazione va detto che proprio in questa dolorosa circostanza si affermava e consolidava la fondamentale importanza dell'unità organizzativa sul piano nazionale del Corpo dei Vigili del Fuoco. Solo un organismo inquadrato e diretto come un'unica inscindibile entità costituita da forze dislocate alla periferia ma dipendenti da un comune superiore comando possono agire e funzionare secondo le esigenze.
Nel polesine, come prima in Sicilia e in Calabria, il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco ha superato la grande prova imposta da una calamità senza precedenti andando oltre la pur illimitata fiducia che la nazione aveva riposto in questa nuova istituzione.
Ha dimostrato di essere sempre più una forza inquadrata ad altissimo potenziale morale, addestrata ed allenata in modo mirabile, con uomini che hanno scritto le più belle pagine di valore, che hanno commosso il cuore di tutti gli italiani.
Nel cuore di ognuno che ha vissuto quei momenti dolorosi è scolpita l'immagine caratteristica di quei gagliardi giovani chiusi nelle casacche marroni con i grandi stivali di gomma sino alle cosce con in capo la bustina dal caratteristico fregio metallico.
Valorosi soldati della pace, cavalieri della solidarietà nazionale, il popolo italiano presente e futuro, non deve dimenticarli.
Questo lo chiedono tutti i testimoni della loro silenziosa azione, questo con maggior gratitudine lo chiedono i centomila scampati dalla palude infernale del Po.
DOPO LA TEMPESTA LA QUIETE I VIGILI DEL FUOCO PER LA RICOSTRUZIONE DEL POLESINE
Passata la tragedia dell'alluvione cha ha toccato il cuore di tutti gli italiani con offerte di aiuto giunte da ogni parte della penisola, si cominciava a lavorare per sanare tutte le ferite e organizzare tutto ciò che la massa d'acqua aveva stravolto. L'aria di solidarietà, il desiderio di notizie, la voglia di fare qualcosa per qualcuno, una improvvisa familiarità con il Polesine e la sua gente mai vista e ne conosciuta, l'Italia appena uscita dal dopoguerra si mobilita per la prima grande campagna di solidarietà.
I Vigili del Fuoco, tenaci, infaticabili e modesti, (come recita il motto del Genio Militare di cui fanno parte i Vigili del fuoco in caso di guerra) si rendono conto che l'opera svolta è stata quantomai utile e indispensabile e che quindi occorreva impegnarsi a migliorare il servizio in tutte le direzioni: nello spirito degli uomini, nei mezzi, nell' organizzazione.
Si iniziava a conteggiare i danni subiti anche dagli stessi Vigili del Fuoco di Rovigo e l'Amministrazione, per i casi più gravi, concesse dei contributi che, se modesti, erano sufficienti a dimostrare la solidarietà oltre che della gente anche dalla direzione del Corpo.
La commovente gara di solidarietà si estese rapidamente con entusiasmo per tutti i corpi provinciali; anche gli sperduti distaccamenti come dimostra la nota inviata al 74° Corpo di Rovigo da Villa Lagarina Trento si uniscono a questa lodevole gara di solidarietà.
Tutti avevano nel cuore i fratelli Vigili del Fuoco di Rovigo.
Grande impulso negli anni successivi agli eventi disastrosi del 1951, venne dato alla propaganda intesa più che altro a portare l'immagine del Vigile del Fuoco come salvatore in ogni angolo d'Italia, in ogni cittadino.
Richiedere protezione attraverso una struttura pronta 24 ore su 24 è un grosso e oneroso impegno che, se dà i suoi frutti ed è sentita la necessità da parte della popolazione, è ben giustificata.
GLI ANNI '50 - IL CAMMINO DELLA SPERANZA
Gli anni '50 costituiscono per l'Italia e per gli Italiani l'inizio di una nuova era piena di speranze e di volontà di ricostruire tutto il distrutto. La guerra è finita da 6 anni ma le ferite sono ancora nelle strade e negli occhi di tutti. Messi da parte i sacrifici trascorsi e le vendette subite, si è pronti a rimboccarsi le maniche per edificare un avvenire nuovo, dimentichi delle cattiverie passate.
Anche i Vigili del Fuoco di Rovigo sono consapevoli del grande impegno che li attende; la situazione nella caserma di Vicolo Santa Barbara si può ritenere istituzionalmente soddisfacente. Il Comando è retto dall'Ufficiale di II° classe geom. De Peruta Nicola che si avvale della collaborazione saltuaria dell'ufficiale volontario Vincenzi Vladimiro, Comandante anche dei Vigili Urbani della città.
Stante la situazione di continui allarmi per alluvioni e allagamenti in tutto il territorio provinciale, la Direzione Generale dei Servizi Antincendi, (D.G.S.A.) con disposizione del 21 Gennaio 1950, ha comunicato al Comandante De Peruta la proposta di rinnovo definitivo del macchinario antiquato il cui numero è il seguente:
Stesso interessamento per il personale il cui organico è cosi articolato:
- Uff.le DE PERUTA Geom. Nicola sostituito nel 1951 dall’uff.le CHIORBOLI Geom. Vittorio
- Brig. BAÙ Pietro
- Brig. SCHITARELLI Giacomo
- V. Br. DONATONI Vittorio
- V. Br. LEGNARO Giuseppe
- V. Br. PELA’ Vittorio
- V. Br. FRANZOSO Mario
- V. Br. BARIONI Alessandro
- V. Sc. BODO Tullio
- V. Sc. SEGANTIN Luigi
- V. Sc. BORGATO Virgilio
- V. Sc. PORTESAN Leonardo
- V. Sc. ZEN Umberto
- Vigile ANDREOLI Rino
- Vigile MARZOLA Diego
- Vigile PANIN Antonio
- Vigile RUZZANTE Davide
- Vigile BRANCALEON Vittorio
- Vigile COMINATO Bruno
- Vigile EQUISETTO Mario
- Vigile GHIRELLO Luigi
- Vigile MASIN Mario
- Vigile MAZZETTO Arturo
- Vigile ROVERSI Marcello
- Vigile SARTORI Ermenegildo
- Vigile CASOTTI Paolo
- Vigile FERRARESE Antonio
- Vigile GIUNTA Aldo
- Vigile ZANIRATO Sante
- Vigile MORI Mario
- Vigile FANTINATI Mario
- Vigile COMINATO Danilo
- Vigile CAVAZZINI Armando
- Vigile CAVAZZINI Lino
- Vigile FRANZOSO Emilio
- Vigile SIVIERO Mario
- Vigile PREVIATO Luigi
- Vigile PORTESAN Gino
- Uff. Le Vol. VINCENZI Vladimiro
Già dall'inizio dell'anno '50 si verificano varie alluvioni nella bassa ferrarese e nel basso Polesine per cui oltre al citato rinnovo del macchinario si dispone la dotazione urgente di un mezzo anfibio.
Gli interventi vengono effettuati con grande rapidità dato che quasi tutti i pompieri di Rovigo e Ferrara sono abili pescatori e nell'acqua si muovono con disinvoltura. In febbraio per lo straripamento del fiume Reno, i Vigili del Fuoco di Rovigo accorrono a dar man forte ai colleghi di Ferrara per portare soccorso alle popolazioni di Marcone, Gallo e Coronella.
L'impegno dei pompieri polesani è stato al massimo delle loro possibilità sì da meritarsi un diretto elogio da parte del Direttore Generale PIECHE, poche parole che danno quel giusto riconoscimento per l'opera utile ed altamente meritoria.
COMUNICASI COMPONENTI CODESTO CORPO AT ELEMENTI CORPI LIMITROFI COSTÀ AFFLUITI HANNO NELLA GRAVE CONTINGENZA ATTUALE DISASTRO ALLUVIONI RINNOVATA ENNESIMA PROVA ALTO SENSO DOVERE ET SPIRITO ABNEGAZIONE SACRIFICIO PUNTO AT TUTTI I PARTECIPANTI QUESTA IMMANE FATICA FAVORE POPOLAZIONE COLPITA VADA ALTO APPREZZAMENTO CON MIO VIVISSIMO ELOGIO ET CORDIALE SALUTO.
DIRETTORE PIECHE
Con la dotazione dell'autogrù MACK vf 3901si intensificano i soccorsi per incidenti stradali anche se all'epoca i mezzi circolanti non erano poi tanti.
Questa situazione di aumento dei compiti istituzionali oltre al tipico incendio denota senz'altro una carenza numerica di personale infatti, nonostante l'esperienza acquisita (quasi tutti avevano 5 anni di guerra alle spalle), 39 unità per la provincia di Rovigo sono veramente poche.
I turni erano a dir poco massacranti: 24 ore di servizio e 24 ore di riposo, con l'impegno di lasciare la reperibilità e con il risultato che nei giorni liberi quasi sempre si era costretti a rientrare in caserma per sostituire il personale impegnato in qualche grosso intervento. Per sopperire a questa grave carenza di personale, stante la ristrettezza delle risorse finanziarie, il Ministero dell'Interno di intesa con il Ministero della Difesa, decide con la legge 13 Ottobre 1950 n. 913 di istituire il reclutamento annuale, a domanda, di Vigili Volontari Ausiliari per lo svolgimento del servizio di leva in alternativa alla prestazione dello stesso nelle Forze Armate.
Pertanto ciascun Corpo, secondo priorità, aumenta il numero dei vigili, anche se inesperti, di tante unità in rapporto alla propria pianta organica. Rovigo avrà circa 12 unità di Vigili Volontari Ausiliari, provvedimento questo rimasto fino a marzo 2005. Dai documenti esistenti nell’archivio del Comando risultano in servizio a Rovigo i sottonotati vigili volontari ausiliari: Donà Giobatta, Negrello Rizzieri, Benà Mario, Furini Adriano, Panagin Adamo e Bellinello Armando.
1951 - LA GRANDE PAURA
Nell'anno 1951 si verifica nel Corpo dei Vigili del Fuoco di Rovigo la sostituzione del Comandante De Peruta Nicola con il geometra, Ufficiale di II° classe, Chiorboli Vittorio. Pare, a detta dei bene informati, che la ragione di questo cambio sia stata determinata da una questione politica: il Comandante De Peruta partecipò ad una cerimonia del partito Comunista che per quei tempi e per dipendenza dal Ministero dell'Interno, costituiva un vero scandalo.
Il geometra Chiorboli, giovane ufficiale, è di Rovigo quindi conosce molto bene sia il territorio che gli uomini del Corpo Provinciale.
Nei primi mesi del '51 si continua l'opera di ampliamento del parco automezzi di soccorso e per il Corpo di Rovigo e Ferrara viene data precedenza ai mezzi nautici, quasi in previsione dell'evento che si andava maturando.
Rovigo dispone di 1 anfibio GMC VF 4396, 1 barca di legno tipo STURM BOAT con motore fuori bordo, 2 barche ARAR con motore fuoribordo, 2 battelli pneumatici.
Arriva il mese di novembre ed il tempo in tutta Italia è pessimo. In Calabria e nel meridione sono già in corso varie alluvioni che impegnano gran parte dei Vigili del Fuoco dell'Italia Centro-Meridionale.
A Torino piove da 5 giorni, tutti i confluenti si stanno riversando nei loro fiumi e il Po sta diventando una valanga.
Già nei primi giorni di novembre ci si comincia a chiedere se gli argini possano contenere la gran massa d'acqua senza provocare altre alluvioni e poi deve passare per il Polesine considerato il punto di maggior vulnerabilità.
Dalle cronache dei giornali si apprende che nella notte del 10-11 novembre 1951 si ebbe il primo tragico epilogo nella zona della valle del Cellio. Più di 300 frane, case distrutte, strade interrotte, migliaia di metri cubi di terreno da sgomberare, piante divelte, cascine devastate.
In questo disastrato scenario la tragedia, le prime vittime di quella che ormai viene definita l'alluvione del 51, a causa di una frana, viene travolta una casetta e con essa la buona madre di famiglia Giovanna Rossi in Migliaio e il di lei figlio Alfredo.
'Il Po cresceva continuamente e l'Adriatico non ce la faceva più a ricevere quella grande massa d'acqua.
Gli allarmi cominciano a circolare nei vari uffici interessati: Genio Civile - Prefettura - Comuni - Polizia - Vigili del Fuoco; è tutto un fermento di preoccupata organizzazione, mista alla segreta speranza che tutto passi senza che succeda niente.
Il giorno 14 Novembre 1951 alle ore 16 circa, al centralino dei Vigili del Fuoco di Rovigo viene segnalato che l'abitato di Polesella è stato invaso dall'acqua uscita dai molti fontanazzi e che si temeva il cedimento dell'argine a breve termine.
Il geom. Vincenzi, che sostituiva il Comandante Chiorboli in missione a Roma, immediatamente si portava sul luogo indicato con una squadra di vigili, segnalando la notizia anche ai vigili di Ferrara che erano più vicini alla zona. La situazione fu subito valutata gravissima: la piazza di Polesella era coperta da circa 20 cm d'acqua mentre sugli argini una massa numerosa fra uomini, donne e ragazzi si affannava silenziosamente a disporre sacchetti di sabbia per alzare l'argine.
Rientrato precipitosamente in sede, il geom. Vincenzi consapevole della imminente tragedia comunica la situazione all'Ispettorato della I' circoscrizione nella sede di Torino.
L'ispettore superiore ing. Moscato Guido avuta la chiara valutazione del disastro che si andava maturando, con intuizione di tecnico ed esperto predispone, anche in base alle disposizioni della D.G.S.A., tutto il piano di mobilitazione delle forze ai suoi ordini.
Alle 19 circa l'ispettore D'Acierno, comandante di Venezia, su disposizione dell'ing. Moscato, raggiunge il Corpo di Rovigo e assume la direzione delle operazioni di soccorso facendo affluire squadre di vigili con mezzi anfibi dei Corpi vicini: Padova - Venezia - Verona - Vicenza; comunica all'ispettore regionale il quadro della situazione preannunciando il possibile ed imminente invio di tutte le forze disponibili sia della zona nord che della zona centro.
Vengono costituiti due centri operativi: uno a nord del Po con base a Rovigo e uno a sud del Po con base a Ferrara.
Intanto tutte le squadre dei Comandi di Rovigo e Ferrara erano in piena attività. Due squadre di Rovigo da due giorni si trovavano impegnate nella zona di Scardovari a causa della violenta mareggiata che da una settimana martellava la costa causando la rottura degli argini di valle.
I pompieri rodigini, guidati dal vigile Equisetto Mario, si prodigavano ad evacuare tutte le persone, animali e cose dalla vasta campagna di Scardovari per trasferirli a Porto Tolle. Nella mattinata mentre con il loro grosso anfibio si dirigevano verso Scardovari vedevano in località Ca Lazzana un ragazzo dibattersi fra i flutti. Si trattava del dodicenne Rodolfo Mosca il quale, rovesciatosi con la propria barca, si teneva aggrappato a degli arbusti. Una rapida conversione dell’anfibio, una inversione della marcia e il mezzo raggiunse in un attimo il ragazzo, traendolo in salvo.
Operavano nella zona, oltre ai Vigili, un anfibio, due barche e un carro trasporto.
Le squadre del Comando di Ferrara erano impegnate nella zona di Occhiobello-Canaro ad evacuare le abitazioni golenali ubicate a ridosso degli argini e invase dall'acqua che usciva dai fontanazzi.
Alle ore 19.30 circa arriva la comunicazione che il Po ha rotto l'argine sinistro ad Occhiobello e l'acqua defluisce rovinosamente allagando tutti i centri abitati sottostanti dirigendosi verso Canaro-Frassinelle e quindi Rovigo.
Immediatamente partivano due squadre di Rovigo con anfibio e barca al comando dell'ufficiale Vincenzi onde verificare da vicino la situazione.
Giunti in prossimità di Paviole la situazione è apparsa nella sua tragica realtà: la grande massa d'acqua aveva provocato un'ampia apertura nell'argine sinistro del Po che si allargava a vista d'occhio. Dal buco enorme sempre più largo sempre più profondo una cascata d'acqua si riversava nella immensa campagna sommergendola.
Si rientrava in sede per fare il punto della situazione coll' ispettore D'Acierno e organizzare i soccorsi su vasta scala richiedendo l'invio di tutti i mezzi disponibili.
Da notare che a quell'epoca gli automezzi di soccorso non erano dotati di apparecchi ricetrasmittenti, per cui le notizie o i soccorsi, bisognava darli a viva voce o per mezzo di telefono pubblico, ma quest'ultimi erano già andati fuori servizio a causa dei violenti temporali dei giorni precedenti. A questo proposito è stato predisposto da parte dell'ing. Moscato il primo collegamento radio dei Vigili del Fuoco.
Per i vari collegamenti sono state utilizzate le prime stazioni automontate che a mano a mano venivano date in dotazione ai vari corpi.
Anche i radioamatori accorrono in forze con le loro attrezzature mettendosi a disposizione dei Vigili del Fuoco e istituendo la base operativa al Corpo di Padova.
L'attivazione di questo importantissimo servizio ha avuto precedenza assoluta e le stazioni, anche se insufficienti rispetto alla vastità degli interventi, hanno funzionato giorno e notte mettendo a dura prova gli operatori dei Vigili del Fuoco che per numero ed esperienza si trovarono in seria difficoltà.
Verso le ore 23 circa arrivò la segnalazione che nella zona del Comune di Frassinelle un camion carico di sfollati era rimasto bloccato dall'acqua. Veniva inviata una squadra per soccorso stradale con autogru e carro trasporto.
Giunti in prossimità di Frassinelle non fu possibile proseguire con i mezzi ruotati in quanto l'acqua aveva raggiunto l'altezza di 2-3 metri.
Per la notte le operazioni vennero interrotte poiché risultava impossibile vedere le strade ed orientarsi.
Nella mattinata successiva una barca dei Vigili del Fuoco condotta dal vigile Masin Mario navigava nell' immensa distesa di acqua alla ricerca di eventuali superstiti del camion che si era spostato durante la notte da Rovigo diretto a Fiesso Umbertiano.
Dalla notizia giunta al centralino del Corpo, circa 84 persone erano salite sul camion ma non erano giunte a destinazione.
L'acqua aveva ormai raggiunto il livello di 2-3 metri dal piano di campagna per cui si temeva per la sorte dei malcapitati. La barca di Masin girava in lungo ed in largo assieme ad altri soccorritori, con la nebbia fittissima che limitava la visibilità a pochi metri. Improvvisamente intravidero tra la massa di acqua e nebbia qualcosa galleggiare: erano due superstiti Bertin Ugo e Bellin Giorgio che attaccati fortunosamente ad un tronco, erano andati alla deriva per tutta la notte con stenti e sofferenze che è facile immaginare.
L'incontro è stato quantomai drammatico e nel contempo pieno di comprensibile gioia. Il vigile Masin avvolse con il suo cappotto il Bertin e diresse con tutta la celerità possibile verso il centro di raccolta.
Le ricerche sono proseguite per tutta la giornata e nei giorni e mesi successivi, con squadre provenienti da altri Corpi d’Italia, in modo particolare quello di Trieste, che all’epoca come suddetto non era in territorio italiano. Complessivamente furono salvate 19 persone, oltre il recupero di tutte le salme.
Intanto tutte le forze richieste cominciavano a concentrarsi su Rovigo e Ferrara secondo il piano predisposto dagli Ispettori Moscato e D'Acierno.
Arrivarono gli anfibi e le barche dei corpi VVF di Milano - Mantova - Piacenza - Novara - Pavia - Belluno - Udine - Trento - Como - Alessandria - Cremona - Torino - Genova - Trieste ancora territorio libero.
L'Ispettorato della II° Circoscrizione Centro Italia inviò anfibi e barche dei Corpi di Bologna - Firenze - Arezzo - Ravenna - Pescara - Ancona - Perugia.
Anche i grossi Corpi del sud come Roma - Napoli - Bari inviarono il proprio contingente nonostante fossero da varie settimane impegnati nelle alluvioni della Calabria e della Sicilia.
A detta delle testimonianze, in quanto non esistono agli atti del Corpo VVF documenti che descrivono momento per momento l'evoluzione delle operazioni di soccorso, circa 50 Corpi Provinciali hanno inviato il contingente composto essenzialmente da anfibi - barche - barconi - battelli pneumatici - carri trasporto.
Il primo problema che le squadre di soccorso esterne si sono trovate ad affrontare era quello della conoscenza dei luoghi.
In mezzo a quella distesa di acqua, senza punti di riferimento, era molto facile perdere l'orientamento e non riuscire a trovare la località del soccorso. Per questo motivo ad ogni squadra esterna veniva affiancato un vigile di Rovigo o di Ferrara che faceva loro da guida.
Un altro grave problema era costituito dalle linee elettriche e dai parapetti dei ponti. Se non si avvistavano in tempo i grovigli dei cavi elettrici e telefonici, gli anfibi rimanevano impigliati con l'elica e per poterli disincagliare occorrevano a volte ore di lavoro al vigile che sott'acqua provvedeva a tagliare ogni ostacolo.
Anche i parapetti dei ponti costituivano un serio pericolo per la navigazione degli anfibi in quanto bastava un lieve impatto per procurare uno squarcio nello scafo e quindi l'affondamento del mezzo.
Nella giornata del 15 ed in quelle successive, man mano che giungevano le richieste di soccorso ai due centri operativi di Rovigo e di Ferrara, le squadre venivano distribuite per tutto il territorio colpito.
L'anfibio di Torino, guidato dal vigile Casotti Paolo, parte alla volta di Polesella-Garofolo dove molte persone avevano trovato salvezza portandosi sui tetti delle case. Nella zona gravava una nebbia fittissima che ne rendeva difficile l'avvistamento. Seguendo il rumore dei colpi di fucile che ogni tanto venivano sparati, i soccorritori riuscirono a raggiungere la località Chiusina e imbarcare sull' anfibio circa 40 persone fra cui vecchi e bambini intirizziti dal freddo.
Il viaggio di ritorno al luogo di raccolta durò quasi 3 ore a causa dei materiali che si impigliavano nell'elica.
La squadra del Comando di Padova con anfibio e barca, veniva inviata a Frassinelle-Canaro per trarre in salvo delle persone salite sul tetto della canonica. L'anfibio arriva ed imbarcati i poveretti, fra cui un vecchio di 80 anni, si dirige verso il centro di raccolta.
Fatti pochi chilometri l'anfibio andò a sbattere contro il parapetto di un ponte provocando nello scafo un grande squarcio. Istintivamente l'autista dirige il natante verso un vicino traliccio di alta tensione ed in pochissimi secondi i vigili provvedono ad issarvi le 5 persone che avevano a bordo legandole ai ferri per evitare che precipitassero in acqua; poi si issarono anche loro appena in tempo per vedere l'anfibio inabissarsi. Rimasero aggrappati al traliccio per circa 4 ore gridando aiuto con tutta la voce disponibile fino a quando il vigile che era rimasto con la barca sulla statale, vedendo galleggiare alcuni pezzi di anfibio (remi, sedili, salvagente), si mette in navigazione verso la canonica e avvistati i naufraghi li portò in salvo.
Questo avvenimento così drammatico rimase fortemente impressa nella mente di un protagonista ignoto che lo immortalò in un dipinto conservato nell’archivio storico del Corpo: i protagonisti di questa incredibile vicenda è doveroso ricordare il vigile Sartori Ermenegildo di Rovigo, i vigili Ramin Aldo e Temporin Pietro di Padova che con provvedimento Ministeriale furono insigniti di medaglia di bronzo con lode al valore civile, come riportato nella GU n. 2 del 3-01-1953 con la seguente motivazione: “In occasione della piena del Po che aveva allagato una vasta zona di terreno, non esitavano ad accorrere con un anfibio, in soccorso di quattro persone rifugiate sui tetti delle case pericolanti. Dopo averle raggiunte e sistemate a bordo, si accingevano a riportarle in salvo, ma il natante trascinato dalla violenta corrente, cozzava contro un ostacolo e ben presto affondava. Riuscivano ciò nonostante ad assicurare i pericolanti ad un pilone con una corda, rimanendo anch’essi in tale pericolosa situazione sino all’arrivo di altri soccorsi.”
Nella giornata del 16 si completava la mobilitazione di tutto il contingente dei Vigili del Fuoco predisposto dal piano di emergenza.
Il Corpo di Genova veniva dislocato nella zona Gaiba-Stienta; il contingente di Trieste, allora non Italiano, al comando del tenente Sgorbissa operava nella zona di Frassinelle.
Centri di soccorso furono istituiti a S. Maria Maddalena, Polesella, Corbola e Adria.
Intanto l'acqua era arrivata alle porte di Rovigo e minacciava di arrivare fino all'Adige, il centro di coordinamento zona nord fu trasferito in tutta fretta a Stanghella, nel palazzo municipale.
Con questa pianificazione dei centri di coordinamento e centri operativi, il dispositivo di soccorso era nella sua piena efficienza rendendo possibile la razionale distribuzione delle squadre e dei mezzi in modo da coprire tutta la vasta zona colpita dalla calamità.
Le richieste di soccorso giungevano da tutte le parti, moltissime, bisognava agire e prendere decisioni immediate.
Ci sono stati vigili che non hanno dormito per 48 ore, che sono stati senza vitto, si mangiava quello che si riusciva a trovare, si sono improvvisati cuochi, medici e bambinai.
Molti dei salvataggi eseguiti hanno il tono della tragedia, traboccano di eroismo come quello effettuato da una squadra di Ferrara composta da Anacleto Mangolini, Lino Artioli e Aroldo Artieri i quali impiegarono oltre un'ora per percorrere i 100 metri che li separavano da un naufrago, un salvatore che capovoltaglisi la barca era andato a finire sui rami di un albero appena emergente dai gorghi scuri. L'impresa si svolse sotto lo sguardo attonito di centinaia di persone fra cui i familiari e tutti i componenti delle forze di soccorso.
E’ nella stessa mattinata del giorno 15, che si è compiuto l'arditissimo salvataggio di una ventina di persone rifugiatesi nel troncone d'argine presso Occhiobello; episodio che ha avuto significativo risalto in tutta la stampa nazionale.
Ad Occhiobello, fra le due falle dell'argine, su un grosso troncone del medesimo, si erano rifugiate le persone ed abbondante bestiame. I disgraziati che erano in pericolo di essere travolti da un momento all'altro col troncone di argine stesso, urlavano disperatamente per tutta la notte invocando soccorso, mentre la nebbia li nascondeva alla vista dei temerari vigili, che, su fragili imbarcazioni, tentavano di avvicinarsi contrastati dall'impetuosissima corrente.
Per tutto il giorno continuarono i tentativi, ma nemmeno un grosso rimorchiatore fluviale riuscì nell'intento e così passò un'altra notte angosciosa. Al mattino del 16 in una breve schiarita della nebbia, i tre ardimentosi vigili su una barca a motore con una manovra arditissima e pericolosa, riuscivano ad attraversare la corrente impetuosa ed a raggiungere il troncone di argine ove si trovavano le persone in pericolo.
All'episodio assistevano in trepidante ansia le maggiori autorità cittadine che quando videro ripartire la motobarca col primo carico di scampati non trattennero più l'esplosione di ammirata riconoscenza per i coraggiosi vigili. Con altri viaggi furono tratti in salvo tutte le persone anzidette, fra cui donne, bambini ed ammalati. Ai su citati vigili del Fuoco tutti del Corpo di Ferrara, sono state concesse dal Ministero dell’Interno la medaglia al Valore Civile con lode.
Al terzo giorno di emergenza erano scesi in campo circa 750 unità dei Vigili del Fuoco tra ufficiali, sottufficiali e vigili, con oltre 200 automezzi.
Meritano di essere citati oltre all’ing. Moscato Ispettore della I° Circoscrizione e l'ing. D'Acierno coordinatore diretto delle operazioni di soccorso, i Comandanti di Rovigo e Ferrara geom. Chiorboli e geom. Tassinari, l'ing. Antenucci di Verona, l'ufficiale Negri di Alessandria, l'ing. Cappuccini di Padova, l'ing. Biancone primo comandante del 74° Corpo di Rovigo del dopo guerra, il geom. Locarni di Ancona, Caccamo e Ramaione di Genova, l'ing. Cappellini - ing. Malagamba - il geom. Sgorbissa di Trieste, il geom. Vincenzi di Rovigo, Baccheretti di Firenze, Attardi di Bologna.
Si deve scusare qualche omissione ma agli atti del Comando Provinciale non è stato trovato un elenco dettagliato del personale intervenuto.
Fare il calcolo degli interventi risulta abbastanza difficile in quanto le squadre operative non sempre rientravano in sede a compilare il rapporto della giornata.
Approssimativamente si può ritenere che tutta la forza Vigili del Fuoco ha effettuato 20.000 interventi trasportando 60.000 persone, 10.000 capi di bestiame e recuperando un ingente quantitativo di masserizie.
Questa in sintesi l'opera di salvataggio svolta dai 750 pompieri del Po, come sono stati definiti.
Ma oltre a questa opera veniva svolto un altro compito di vitale importanza: rifornire la gente che non voleva abbandonare la propria casa, approvvigionare interi paesi città come Adria e Rovigo, distribuire i primi pasti alle popolazioni prima dell'arrivo dei militari.
Mirabile fu, a questo proposito, l'azione del corpo di Venezia che distribuiva giornalmente 100 quintali di pane e 20 ettolitri di latte.
Compito modesto questo ma se si pensa che la distribuzione doveva essere fatta casa per casa sempre con le barche l'azione diventava più gravosa; anche la razionale distribuzione di steridrolo alle popolazioni che dovevano bere l'acqua del Po è cosa da ricordare, senza provocare grosse epidemie.
E poi quando l'acqua comincia a ritirarsi l'opera di salvataggio rimane sempre difficile, gli anfibi affondano nel fango, le barche non possono navigare e la gente nelle case rimane tagliata fuori da una nuova barriera: il fango.
È una nuova tipologia d'intervento per i Vigili del Fuoco andare nella marea di fango, abbattere alberi, trovare materiale di ogni genere per costruire massicciate e portare così i soccorsi, trasferimento di animali, trasporto di ogni genere di cose, abbattimento strutture pericolanti ecc.
Come ultima considerazione va detto che proprio in questa dolorosa circostanza si affermava e consolidava la fondamentale importanza dell'unità organizzativa sul piano nazionale del Corpo dei Vigili del Fuoco. Solo un organismo inquadrato e diretto come un'unica inscindibile entità costituita da forze dislocate alla periferia ma dipendenti da un comune superiore comando possono agire e funzionare secondo le esigenze.
Nel polesine, come prima in Sicilia e in Calabria, il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco ha superato la grande prova imposta da una calamità senza precedenti andando oltre la pur illimitata fiducia che la nazione aveva riposto in questa nuova istituzione.
Ha dimostrato di essere sempre più una forza inquadrata ad altissimo potenziale morale, addestrata ed allenata in modo mirabile, con uomini che hanno scritto le più belle pagine di valore, che hanno commosso il cuore di tutti gli italiani.
Nel cuore di ognuno che ha vissuto quei momenti dolorosi è scolpita l'immagine caratteristica di quei gagliardi giovani chiusi nelle casacche marroni con i grandi stivali di gomma sino alle cosce con in capo la bustina dal caratteristico fregio metallico.
Valorosi soldati della pace, cavalieri della solidarietà nazionale, il popolo italiano presente e futuro, non deve dimenticarli.
Questo lo chiedono tutti i testimoni della loro silenziosa azione, questo con maggior gratitudine lo chiedono i centomila scampati dalla palude infernale del Po.
DOPO LA TEMPESTA LA QUIETE I VIGILI DEL FUOCO PER LA RICOSTRUZIONE DEL POLESINE
Passata la tragedia dell'alluvione cha ha toccato il cuore di tutti gli italiani con offerte di aiuto giunte da ogni parte della penisola, si cominciava a lavorare per sanare tutte le ferite e organizzare tutto ciò che la massa d'acqua aveva stravolto. L'aria di solidarietà, il desiderio di notizie, la voglia di fare qualcosa per qualcuno, una improvvisa familiarità con il Polesine e la sua gente mai vista e ne conosciuta, l'Italia appena uscita dal dopoguerra si mobilita per la prima grande campagna di solidarietà.
I Vigili del Fuoco, tenaci, infaticabili e modesti, (come recita il motto del Genio Militare di cui fanno parte i Vigili del fuoco in caso di guerra) si rendono conto che l'opera svolta è stata quantomai utile e indispensabile e che quindi occorreva impegnarsi a migliorare il servizio in tutte le direzioni: nello spirito degli uomini, nei mezzi, nell' organizzazione.
Si iniziava a conteggiare i danni subiti anche dagli stessi Vigili del Fuoco di Rovigo e l'Amministrazione, per i casi più gravi, concesse dei contributi che, se modesti, erano sufficienti a dimostrare la solidarietà oltre che della gente anche dalla direzione del Corpo.
La commovente gara di solidarietà si estese rapidamente con entusiasmo per tutti i corpi provinciali; anche gli sperduti distaccamenti come dimostra la nota inviata al 74° Corpo di Rovigo da Villa Lagarina Trento si uniscono a questa lodevole gara di solidarietà.
Tutti avevano nel cuore i fratelli Vigili del Fuoco di Rovigo.
Grande impulso negli anni successivi agli eventi disastrosi del 1951, venne dato alla propaganda intesa più che altro a portare l'immagine del Vigile del Fuoco come salvatore in ogni angolo d'Italia, in ogni cittadino.
Richiedere protezione attraverso una struttura pronta 24 ore su 24 è un grosso e oneroso impegno che, se dà i suoi frutti ed è sentita la necessità da parte della popolazione, è ben giustificata.











