9 ottobre 1963. Il disastro del Vajont
di Michele Sforza
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Alle 22,39 del 9 ottobre 1963, la vita di Longarone e di tutti i paesi limitrofi, sia a monte della diga, sia nell’ampia valle del Piave, scorreva ancora normale, come, del resto, tutte le sere di quell’autunno uguale a tutti gli altri autunni precedenti. Nessuno poteva presagire cosa sarebbe accaduto di lì a pochi secondi.
Il monte Toc, la montagna che sovrastava la diga, aveva già dato qualche segnale di preoccupazione, tant’è che alcuni mesi prima una frana si era staccata ma si era persa nel bacino senza creare gravi danni. C’era la preoccupazione della gente che conosceva quelle montagne e la loro fragilità. C’erano le denunce della coraggiosa giornalista Tina Merlin. C’erano le fotoelettriche che già da alcuni giorni illuminavano la montagna per carpirne qualunque segnale anomalo. C’erano insomma tutte le condizioni per essere seriamente preoccupati. Nessuno però osava neanche immaginare cosa sarebbe accaduto qualora si fosse verificato quello che tutti sapevano: il cedimento della diga, quella meravigliosa e ardimentosa opera di ingegneria, “gloria della tecnica” italiana, che stava lì incuneata in una strettissima gola a poco più di 700 m. sul livello del mare, a contenere una massa immensa di acqua: 150 milioni di metri cubi. Ma non bastava il miraggio di una superba conquista tecnica a contenere e contrastare una natura non certo favorevole ad ospitare un simile manufatto. Un delicato equilibrio della montagna, rotto dall’insipiente temerarietà dell’uomo che ne aveva sottovalutato i potenziali effetti distruttivi e, fatto ancora più grave, aveva ignorato tutti i palesi annunci di un incombente pericolo, mettendo di fatto a rischio la vita di migliaia di persone che assolutamente non volevano quel mostro. Invece tutto accadde! E accadde nella maniera più tragica. Leggiamo la cronaca della drammatica catastrofe, così come era stata ricostruita all’indomani della tragedia dalla Commissione di inchiesta nominata dal Ministro dei Lavori Pubblici: «Alle ore 22,39 del 9 ottobre 1963 il movimento franoso alle pendici del Toc, già in atto da tempo, sulla sinistra del Vajont, assumeva un andamento precipite, irruento, irresistibile. L’acqua del lago artificiale, alla quota di 700,42 m. sul livello del mare, subiva una formidabile spinta: con andamento pauroso, si calcola di 50 chilometri all’ora, la frana avanzava su di un fronte di circa 2 chilometri a monte della diga; raggiungeva, così, la sponda destra, urtava contro questa, vi scorreva sopra, superando, in alcuni punti, di 100 metri la quota iniziale. La tremenda pressione della massa, che aveva conservato la sua unità, spostava, con violenza mai vista, un volume di 50 milioni di metri cubi di acqua. Fenomeno apocalittico, un’onda si sollevava fino a 200 metri, per ricadere, paurosa, irradiandosi in parte verso la diga, in parte verso il ramo interno del lago. Non più contenuta, la prima, con un volume di circa 25 milioni di metri cubi, superava la diga, si lanciava nella gola, proiettandosi poi, tumultuosa, verso la valle del Piave. Irrompeva, così, rapida – 1600 metri in quattro minuti circa – sull’ampio scenario, che si chiude di sotto. Le luci, palpiti di vita, d’industrie feconde, operose, di Longarone, di Pirago, della sponda di Fornace, di Villanova, di Faè, dei borghi di Castelvazzo e di Codissago, della cartiera, allo sbocco della gola, improvvisamente si spengono: con esse migliaia di vite umane. Il fiume, improvvisamente ingrossato, assume aspetto di piena mai vista; danneggia Soverzene, Belluno; prosegue, poi, dopo 80 chilometri, placato, a trovar pace verso il mare. Nell’interno del lago, l’acqua residuata dell’onda investe Pineta: l’onda si riflette, va a colpire S. Martino, risalendo verso il passo di Sant’Osvaldo: case, borghi, abitati da poveri contadini, sono distrutti: con essi, altre vite umane. Cinque rapidi intensi minuti sono stati sufficienti al compiersi della tragedia |…| una fiamma di luce bianchissima – la distruzione, in tempi brevemente differenziati, di due linee di trasporto ad alta tensione, a monte e a valle della gola – una colonna altissima di acqua, mista a sassi, che assumeva, nel bagliore della bianca luce, un colore denso, lattiginoso, grigiastro; l’arco dell’onda, proiettatesi nella valle; un fragore assordante, un precipitare di massi, di pietre, di terra. Sullo scenario di morte, sovrastava, intatta, la diga, creazione umana, gloria della tecnica italiana: non vinta, ma superata dalla natura.». Dopo il passaggio della disastrosa onda centinaia di corpi – 2000 forse 2500 – nudi, straziati, dilaniati, polverizzati, rimasero intrappolati in un immenso mare di fango o trasportati giù per chilometri e chilometri nella valle del Piave, accatastati, incastrati contro le griglie, sugli argini, tra i detriti, tra le tonnellate di legname. I pochi testimoni che rimasero in vita non ricordavano niente se non un tremendo soffio d’aria che avanzava sempre più forte, tanto da denudarli, scaraventarli contro le case, gli alberi, la terra. Qualcuno vide un’immensa nuvola bianca che si alzò altissima sulla diga, la scavalcò e si infilò nella gola puntando dritta su Longarone; poi il finimondo, lo schianto. Il silenzio! Uno spaventoso innaturale silenzio di morte. Dove prima c’erano case, strade, piazze, chiese, vita, non rimase che una landa desolata fatta di fango, macerie, morte. Alle 22,45, sei minuti dopo, i superstiti ancora sconvolti e in preda allo smarrimento cominciarono a prestare i primi soccorsi, muovendosi nell’oscurità, tra i rottami e nell’acqua ancora nebulizzata. Tra questi Ado De Col, Vigile del Fuoco Volontario del Distaccamento di Longarone. Uno dei due vigili superstiti, con Raffaele Simonetti, unici superstiti di quello che era un piccolo e orgoglioso presidio antincendio. Il resto tutto distrutto: uomini, sede, autopompa. Ho conosciuto Ado De Col nel 1993 per i trent’anni del disastro. Sono stato fortunato perché conobbi una persona davvero eccezionale. Con estrema lucidità mi raccontò quei momenti e ancora ne piangeva. Ricordo il velo di tristezza dei suoi occhi - cosa dovevano aver visto quegli occhi -, la voce rotta dal ricordo del suo personale dramma, per aver perso i genitori e quattro fratelli con le rispettive famiglie, intrecciato a quello del soccorritore, il primo soccorritore. Mutuo da un giornale dell’epoca la cronaca del suo dramma. «… ascoltava i cani che abbaiavano inquieti, sentiva crescersi dentro il malumore, la tensione. Ed ecco il tremito, il boato. Fa in tempo a vedere dalla finestra una grande massa bianca al di sopra della diga; ma subito fugge di casa con la moglie e il bambino, tutti e tre male in arnese, in corsa verso l’altura di Tormen, mentre dal basso sale il sordo muggito delle acque in rivolta. Ma non passano che tre o quattro minuti, il tempo di fare pochi metri, di rincuorare la moglie e il bambino a salire più in alto, poi Ado De Col, lascia il ruolo di padre di famiglia per tornare pompiere, |…| E subito dopo Ado De Col comincia la traversata di Longarone, primo e solo, una specie di odissea fra i ruderi e il fango, nel paese del niente: La molla che lo spinge ad annaspare nella melma, due passi avanti e uno indietro, a procedere ad ogni costo, è l’ansia per la sorte del padre, della madre, dei fratelli, dei cognati, dei nipoti, tutti abitanti a Pirago. |…| un viaggio di mille metri, fatto di tante fermate ognuna delle quali segna un aiuto a persona in pericolo, la mano data a uno che geme, una trave spostata o le macerie rimosse con le mani per liberare un ferito, il ritorno sui propri passi per accompagnare una creatura malconcia, |…| All’una di notte il pompiere longaronese Ado De Col, sfinito, affranto, può infine assidersi sulle rovine della casa in cui era nato. C’era intorno, egli dice, un silenzio di tomba, solo il maledetto vento continuava a soffiare, anch’esso senza far rumore.». Dalle primissime ore del 10 ottobre e in quelle successive, furono 850 i Vigili del Fuoco provenienti da molti Comandi che operarono nella zona. Fu un lavoro durissimo anche per i vigili più esperti. Quei vigili che operarono già in grandi calamità, nel Polesine, in Olanda, persino nei quattro anni di bombardamenti. Questo fu un modo diverso di operare! Furono settanta giorni fatti soprattutto del recupero di cadaveri o di quello che ne rimaneva. Uno scenario di 50 chilometri – le sponde del Piave - lungo le quali in ogni angolo, cespuglio, pietra venivano recuperati corpi e brandelli. Una lunga, sfibrante ricerca ripetuta ben 1243 volte, tanti quanti furono i corpi recuperati dai Vigili del Fuoco. Il loro contributo è possibile dedurlo da queste scarne cifre:
Oggi la diga è ancora lì per fortuna innocua, mai più utilizzata. Ancora incombe sulla valle. Una presenza tetra che per sempre manterrà viva nella gente la memoria di quel maledetto 9 ottobre. |
“Siate benedetti voi che ci soccorreste nella tribolazione e ci infondeste coraggio quando ci stringeva il terrore e cercaste e seppelliste i nostri morti e foste i nostri fratelli quando tutto era crollato intorno a noi”.
(I superstiti di Longarone a tutti che vissero accanto a loro nei giorni della sventura).
“Un paese per bene, un paese innocente. È stato ucciso nel sonno all'ora dei delitti, in piena notte. Se ne è andato per sempre. E per me se n'è andato un pezzo d'anima. Addio vecchia Longarone, povera terra nostra, paese santo”.
(Andrea Pais).
“Un sasso è caduto in un bicchiere, l’acqua è uscita sulla tovaglia. Tutto qua. Solo che il sasso era grande come una montagna, il bicchiere alto centinaia di metri, e giù sulla tovaglia, stavano centinaia di creature umane che non potevano difendersi. E non che si sia rotto il bicchiere; non si può dar della bestia a chi lo ha costruito perché il bicchiere era fatto bene, a regola d’arte, testimonianza del coraggio e della tenacia umana. La diga del Vajont era ed è un capolavoro. Anche dal punto di vista estetico”.
(Dino Buzzati - Corriere della Sera dell’11 ottobre ‘63).
Una strana catena di mesi d’ottobre
La storia del Vajont nel ventesimo secolo è segnata da una insolita sequenza di mesi di ottobre.
Era il 24 ottobre 1917 quando il giovanissimo tenente Erwin Rommel, alla guida dei sui Fucilieri di montagna, partecipa alla battaglia di Caporetto. (Non è omonimia, si tratta dello stesso Rommel che nella seconda guerra mondiale si guadagnerà l’appellativo di “Volpe del Deserto” nelle battaglie dell’Africa settentrionale. Lo stesso che subì il fascino oscuro di Hitler, ma che mai fu accusato con il suo Afrika Korps di crimini contro la popolazione. Lo stesso che solo troppo tardi contrastò il Fuhrer, comprendendone la follia crudele, fino ad essere obbligato al suicidio il 14 ottobre 1944.) Con al sconfitta e la ritirata dell’esercito italiano Rommel con le sue truppe avanza a marcia forzata attraversa la gola del Vajont e cala a Longarone dove intercetta gli italiani, in ripiegamento sul Piave, facendo circa 10000 prigionieri. Non poteva immaginare cosa sarebbe accaduto di terribile e devastante in quella valle 47 anni più tardi.
Undici anni dopo, nel 1928 si iniziò a pensare ad uno sfruttamento del bacino del Piave e dei suoi affluenti ai fini della produzione idroelettrica. La stretta gola del Vajont appare ideale per realizzare la diga più alta del mondo. Il progetto si ferma con lo scoppio del conflitto mondiale.
Seconda guerra mondiale, tra il 9 e il 16 di ottobre 1944 preceduto da un intenso bombardamento che fa fuggire la maggior parte della popolazione, l’esercito tedesco invade di nuovo il Vajont. Il parroco Don Giusto Pacini, trattando con i tedeschi, salva il paese di Erto, già destinato al rogo, facendo ricostruire ai propri parrocchiani un ponte fatto saltare mesi prima dai partigiani.
Terminata la guerra il progetto dello sfruttamento delle acque del Piave è ripreso, nel 58 vi è l’avvio dei lavori di costruzione della grande diga.
Di nuovo ottobre, il giorno 17 dell’anno 1961, la diga è finita e si svolge la cerimonia di inaugurazione mentre l’attività di invaso è già in corso ma i collaudi non sono ancora terminati. Pochi giorni dopo, il 30 di ottobre, muore Carlo Semenza progettista del manufatto della diga ma anche uno dei uno che oppose puntuali critiche al completo riempimento dell’invaso dopo essersi avveduto con il suo collaboratore Mueller dei gravi problemi di frane dal monte Toc.
La frana del Toc e l’esondazione della diga
22,39 del 9 ottobre 1963. Quella sera il monte Toc, che incombe sul bacino artificiale, fedele al suo nome (da “toc”: pezzo in lingua veneta e guasto, avariato, sfatto in friulano; ma anche da “patoc”: marcio, zuppo) si sgretola e scarica nell’acqua 270 milioni di metri cubi di detriti. Adesso “Vajont” sembra un ironico, tragico, presagio, Vajont in ladino vuol dire “và giù”.
L’ondata di piena che risale il torrente devastando diverse frazioni degli abitati di Erto è solo il drammatico preludio all’inferno chi si sta consumando a valle, 261 metri più sotto.
Acqua e pietre premono sulla diga ma i robusti muri di cemento reggono la spinta. Si alza un’onda di 50 milioni di metri cubi di acqua e detriti. Scavalca la barriera, la strada sul coronamento della diga è divelta, così come la palazzina della centrale di controllo. Un’onda d’urto, superiore a quella dell’atomica che distrusse Hiroshima, si abbatte sul fondo della valle.
“Una muraglia di acciaio della forza di centinaia di migliaia di treni in corsa, un bolide mostruoso sprigionante la stessa energia frantumatrice di una bomba termonucleare.” (Andrea Pais, Antincendio e Protezione Civile – Roma, edizione speciale ampliata del n°69, dedicato all’opera del Corpo Nazionale Vigili del Fuoco nella zona del Vajont Longarone 9 ottobre – 23 dicembre 1963).
Un muro di acqua e detriti alto 70 metri spazza la valle fino al Piave. Si infrange contro la montagna e nel suo reflusso livella quanto resta di Longarone sotto una spianata di fango.
22.43 del 09 ottobre 1963 Sono passati quattro minuti dalla frana. L’abitato di Longarone non esiste più, cancellata dalle fondamenta. Persone animali case scuole fabbriche; tutto è stato travolto e sepolto in un’unica distesa di fango e detriti. Occorreranno oltre dieci ore al Piave per smaltire l’enorme massa di acqua e tornare al suo normale deflusso.
È notte, l’illuminazione pubblica è distrutta, ma anche alla luce delle torce non occorre molto per capire la portata di quella tragedia. Ad un primo manipolo di soccorritori formato dagli stessi superstiti di quell’eccidio, citiamo tra loro il Carabiniere Riccardo Aste, il Vigile del Fuoco Volontario Ado De Col ed il medico Francesco Trevisan, si aggiungeranno presto aiuti provenienti da ogni parte d’Italia: Vigili del Fuoco, Militari, Carabinieri, Poliziotti, Finanzieri, Sanitari, semplici cittadini, tutti, senza distinzione di ceto o professione, accorrono a prestare aiuto ai sopravvissuti.
Una citazione particolare meritano i Vigili del Fuoco Volontari del Cadore e gli Alpini del Battaglione Cadore del 7° Alpini; sono i primi a giungere sul posto. Avanguardia di una mobilitazione straordinaria, a loro sono dovuti la maggior parte dei salvataggi di vite umane.
Il Corpo Nazionale Vigili del Fuoco manterrà i propri uomini sul Piave, a servizio delle popolazioni colpite per settanta giorni. Oltre 850 Vigili del Fuoco dei vari Corpi Provinciali, dotati di tre elicotteri e di 271 mezzi meccanici tra imbarcazioni, autogrù, pale meccaniche ecc., si alterneranno sui luoghi del disastro.
L’opera dei Vigili del Fuoco ha valso loro la Cittadinanza Onoraria del Comune di Longarone, conferita al Corpo Nazionale il 3 ottobre 2010 dal Sindaco Roberto Padrin che ha così espresso il suo omaggio ai Vigili del Fuoco: “la nostra comunità, nella notte del 9 ottobre di 47 anni fa è morta 1910 volte. Ma nei giorni successivi è rinata, grazie anche al lavoro di 850 persone davvero eccezionali, i Vigili del Fuoco”.
“Reggio Emilia mandate una squadra a Belluno….”
Libri, film, inchieste giornalistiche e spettacoli teatrali hanno narrato dei tragici fatti del Vajont. Ma la storia di uomini “normali” catapultati nel fango di quella notte merita di essere raccontata.
Di quegli 850 Vigili, che con la loro opera sulle rive del Piave, fecero meritare tali parole di riconoscenza al Corpo dei Vigili del Fuoco, sei partirono da Reggio Emilia.
Quella notte, tra il 9 ed il 10 novembre 1963, al Comando di Reggio Emilia i vigili del Fuoco sono tranquilli, la serata è passata senza che sia accaduto nulla di grave e i vigili si rilassano nelle proprie brande. L’ultimo intervento era stato effettuato nel pomeriggio, per una disattenzione una coppia era rimasta chiusa senza chiavi dal proprio appartamento con all’interno il figlio di pochi mesi.
Mancano pochi minuti alle 4 quando squilla il telefono, dall’altro capo il Comando di Bologna “.. inviate subito una squadra in appoggio ai colleghi di Belluno. È successo qualcosa di terribile …….”
Le notizie sono scarse, praticamente nulle. Con le sommarie informazioni disponibili i Vigili reggiani si organizzano. Occorre solo un quarto d’ora per preparare i mezzi, un autocarro 4x4 ed una campagnola, e i sei uomini destinati ad affrontare quella che entrerà nella storia come una delle più grandi tragedie “naturali” d’Italia.
La spedizione guidata dai Vigili Scelti Antonio Corbetti e Guido Costanzi è composta e dai Vigili Alfredo Zunino, Sergio Belli, Giuseppe Di Donato e Luigi De Santis.
Corbetti non ha molti anni di esperienza e non ha ancora raggiunto il grado di Brigadiere ma il suo biglietto da visita è una Croce di Bronzo al Valor militare conseguita nel corso della II guerra mondiale. Una decorazione non guadagnata in battaglia ma per il valore dimostrato, da giovane geniere, nell’intervenire per lo spegnimento di un bombardiere colpito in combattimento ed incendiatosi durante l’atterraggio di emergenza a Tirana in Albania.
È angosciante leggere le quattro pagine della relazione, redatta al suo rientro.
Le ultime righe del verbale di Corbetti esprimono chiaramente il peso sopportato da quegli Uomini in undici giorni sul Piave: “… Il sottoscritto avendo avuto l’incarico di essere stato assegnato come Capo squadra in rappresentanza di questo Corpo, mi sento in dovere di fare presente a questo Comando la tenacia e la buona volontà dei componenti della squadra durante le operazioni di recupero delle salme, in special modo, nei primi giorni che maggiormente richiedevano la prontezza di animo, possiamo dire in così ingrato lavoro di massima necessità, non vi è stato il minimo sbandamento coadiuvando nel massimo accordo. …”
I Vigili reggiani, partiti alle 4.15, arrivano al Comando del Corpo dei Vigili del Fuoco bellunesi alle 9.30 del mattino. Immediatamente sono dirottati nella zona di Nogarè ove perlustravano il letto del Piave fino all’imbrunire, recuperando 24 corpi senza vita.
Dopo una notte di riposo al distaccamento dei Vigili del Fuoco di Agordo i “nostri” si trasferiscono al Campo Base di Faè da dove, con i colleghi di Milano e Treviso, si dedicano alla verifica di un altro tratto del Piave in prossimità di quella che era una fabbrica di faesite. Di nuovo il triste rituale del recupero di corpi restituiti dalle acque; alla fine della giornata saranno 45. Corbetti, Costanzi, Belli e gli altri tornano per la notte ad Agordo, predisponendo il montaggio della tenda presso il campo base nel giorno seguente.
Il terzo giorno, poi il quarto, il quinto, il sesto. Fortogna, Trichiana, Ponte delle Alpi, Frari, Provagna cambiano le località, i paesi o purtroppo, ciò che resta di loro, ma è sempre fango acqua e corpi senza vita da recuperare ed avviare al riconoscimento (non è mai stato possibile fare un bilancio definitivo di quante vite umane costò quella catastrofe, la stima più attendibile parla di 1910 persone uccise).
Durante il duro lavoro di quei giorni Costanzi si infortuna al polso sinistro ed è medicato presso l’infermeria del campo mentre Di Donato si ammala ed è fatto rientrare a Reggio.
È passata una settimana da quell’ondata di morte e desolazione e i Vigili Reggiani sono sollevati da quel, tanto triste ingrato quanto necessario, compito di ricerca dei corpi. Essere destinati a rimuovere un ammasso di tronchi, che si sono accatastati in un’ansa del Piave in località Provagna, è un sollievo, nonostante la fatica ed il rischio.
Mettere in sicurezza il fiume da queste masse di detriti, che si accumulano e si muovono seguendo il variare della corrente è molto importante. Se raggiungessero le arcate dei ponti potrebbero creare sbarramenti e conseguenti straripamenti o sollecitarne oltre misura le strutture. Inoltre sotto queste masse di legame e detriti potrebbe nascondersi qualcuno dei fusti di cianuri che si trovavano nella fabbrica della faesite e sono stati trascinati via dall’ondata (Apposite squadre di Vigili del Fuoco furono dalle prime ore destinate alla ricerca, al recupero ed alla messa in sicurezza di questi fusti, che vennero tutti individuati e recuperati evitando un disastro nel disastro).
Il lavoro a Provogna dura 3 giorni, fino al 18 di ottobre. Gli ultimi due giorni i Vigili reggiani, oramai stremati, li trascorrono operando per la logistica del Campo Base fino al 21 quando alle 13.00 avranno l’ordine di rientrare al Comando di appartenenza, ove arriveranno in serata.
Il Prefetto di Reggio Emilia, Dott. Ravalli, vorrà congratularsi personalmente con questi Uomini, li riceverà accompagnati del Comandante Provinciale Ing. Piccinno, nel proprio ufficio. Colpito profondamente dal racconto di quei giorni, il Prefetto invierà ad ogni componente della squadra una foto dell’incontro recante sul retro parole di apprezzamento per l’opera svolta.
INTERVISTA CON ALFREDO ZUNINO
Con un po’ di soggezione, temendo di disturbare, contatto Alfredo. La voce che mi risponde al telefono è pronta giovane ed attiva. Rapidamente ci accordiamo per incontrarci dopo qualche giorno. Passa poco più di una settimana e ci risentiamo “sono a Brescia, domani verso mezzogiorno vengo a trovarla in ufficio”.
Puntuale, anzi in anticipo come immagino si sia presentato ad ogni turno di servizio, Alfredo si presenta nel mio ufficio. Un fisico ancora atletico e una stretta di mano forte ma non superba sono la presentazione del Vigile del Fuoco Alfredo Zunino, classe 1934. Nato a Savona, ha svolto il servizio militare nei Vigili del Fuoco a Imperia nel 1955. Prosegue poi la sua carriera a Reggio Emilia, dove si stabilirà, prima come Vigile Temporaneo a partire dal ’58, e poi finalmente, vinto il concorso, come Vigile Permanente nel ‘63.
Ricorda perfettamente quella notte e i giorni successivi.
“Ero autista di terza partenza quella notte con Costanzi Caposquadra.” Inizia a raccontare “quando le luci si sono accese e ci hanno chiamato con l’altoparlante, ho confuso emergenza con ambulanza e sono sceso di corsa ad avviare l’autolettiga. Il richiamo di Costanzi mi ha fatto comprendere che non si trattava di un infortunato da andare a soccorrere.”
Mi sorprende con la nitidezza del suo racconto “non posso dimenticare è stato il mio primo grande intervento, la mia prima calamità”, torna al racconto di quella notte “ero magazziniere quindi ho iniziato a distribuire le attrezzature da portare con noi. Nulla da paragonare a quello che avete oggi, solo stivali, picconi, badili e poco più. Segno accuratamente tutto il materiale consegnato e poi mi metto alla guida della Campagnola e partiamo per Belluno.”
“Non sapevamo nulla di quello che era accaduto nel Vajont, e durante il viaggio facevamo le nostre supposizioni. Pur viaggiando con la fantasia nessuna ipotesi, per quanto tragica e terrificante, ci venne in mente fu paragonabile a quello che trovammo là!”
“Una smisurata distesa di fango che lentamente, passo dopo passo, restituiva i corpi delle vittime di quella sera. Nel freddo della notte tutto ghiacciava. Poi il sole sorgeva dietro i monti e batteva quella distesa. Man mano che l’aria diventava calda l’odore di quei poveri resti in decomposizione pervadeva l’aria.”
Non riesco ad interrompere quelle parole, semplici e crude, mi pare di sentire il rumore degli stivali che affondano nella melma, Zunino continua a parlare. “……durante il recupero di un corpo dentro al Piave; la salma era devastata dalla furia dell’acqua, l’odore era insopportabile stavamo per svenire, solo il passaggio provvidenziale dell’elicottero di Coppi (il Rag. Coppi era il comandante del Nucleo elicotteri dei Vigili del Fuoco di Modena, uno dei pionieri del soccorso aereo) con lo spostamento d’aria provocato dalle pale ci permise di terminare la operazioni di recupero.”
Vedo Alfredo cambiare espressione, le lacrime si affacciano a quegli occhi che hanno visto 40 anni di piccole e grandi tragedie umane. “Quella ragazza.” Racconta con un tono diverso, quasi parlasse di un amico, di qualcuno di famiglia “L’abbiamo trovata come tutti gli altri, quasi nuda, spogliata dall’ondata. Addosso i resti di un reggiseno e poco altro. Nel pugno destro stretto delle carte. Le guardiamo alla ricerca di qualcosa che ci permetta di identificarla. Due lettere, la prima del fidanzato fuori paese per il servizio militare; la seconda la risposta della ragazza, forse scritta quella sera stessa” Il racconto si interrompe col pensiero di quell’ultimo gesto, forse inconsapevole, della ragazza.
Cambio discorso e chiedo dei rapporti avuti con i sopravvisuti, con la popolazione. “non c’era nessuno, era tutto un deserto di fango, noi e i soldati. Le prime persone le abbiamo incontrate ne tornare a casa. No anzi c’era il figlio dei proprietari della segheria, unico sopravvissuto della famiglia. Ci ha raccontato che proprio quel giorno avevano acquistato la nuova macchina da scrivere Olivetti e che il rappresentante lo aveva invitato a cena fuori paese, stavano rientrando dal ristorante quando tutto è accaduto.”
Si interrompe e sorride, credo la prima volta dopo che ci siamo presentati, “mi viene in mente Corbetti. Dopo dieci giorni, riceviamo l’ordine di tornare a casa. Smontiamo la tenda, carichiamo tutte le nostre cose e partiamo. Appena fuori dall’area della tragedia. Corbetti, da buon veneto e anche per risollevarci lo spirito provato da quei giorni, ci ferma in una distilleria ad acquistare due bottiglie di grappa. Dall’azienda esce un uomo che si ferma immobile a fissare il nostro autocarro 639, poi abbraccia. Corbetti riconoscendolo nella persona che dieci giorni prima gli aveva salvato la madre. (di questo salvataggio nulla è riportato nel verbale di Corbetti. Probabilmente fu un comprensibile errore di persona) Quegli abbracci e quella accoglienza ci ripagarono di quei dieci terribili giorni e ci fecero rientrare a Reggio un po’ più sollevati.”
(I superstiti di Longarone a tutti che vissero accanto a loro nei giorni della sventura).
“Un paese per bene, un paese innocente. È stato ucciso nel sonno all'ora dei delitti, in piena notte. Se ne è andato per sempre. E per me se n'è andato un pezzo d'anima. Addio vecchia Longarone, povera terra nostra, paese santo”.
(Andrea Pais).
“Un sasso è caduto in un bicchiere, l’acqua è uscita sulla tovaglia. Tutto qua. Solo che il sasso era grande come una montagna, il bicchiere alto centinaia di metri, e giù sulla tovaglia, stavano centinaia di creature umane che non potevano difendersi. E non che si sia rotto il bicchiere; non si può dar della bestia a chi lo ha costruito perché il bicchiere era fatto bene, a regola d’arte, testimonianza del coraggio e della tenacia umana. La diga del Vajont era ed è un capolavoro. Anche dal punto di vista estetico”.
(Dino Buzzati - Corriere della Sera dell’11 ottobre ‘63).
Una strana catena di mesi d’ottobre
La storia del Vajont nel ventesimo secolo è segnata da una insolita sequenza di mesi di ottobre.
Era il 24 ottobre 1917 quando il giovanissimo tenente Erwin Rommel, alla guida dei sui Fucilieri di montagna, partecipa alla battaglia di Caporetto. (Non è omonimia, si tratta dello stesso Rommel che nella seconda guerra mondiale si guadagnerà l’appellativo di “Volpe del Deserto” nelle battaglie dell’Africa settentrionale. Lo stesso che subì il fascino oscuro di Hitler, ma che mai fu accusato con il suo Afrika Korps di crimini contro la popolazione. Lo stesso che solo troppo tardi contrastò il Fuhrer, comprendendone la follia crudele, fino ad essere obbligato al suicidio il 14 ottobre 1944.) Con al sconfitta e la ritirata dell’esercito italiano Rommel con le sue truppe avanza a marcia forzata attraversa la gola del Vajont e cala a Longarone dove intercetta gli italiani, in ripiegamento sul Piave, facendo circa 10000 prigionieri. Non poteva immaginare cosa sarebbe accaduto di terribile e devastante in quella valle 47 anni più tardi.
Undici anni dopo, nel 1928 si iniziò a pensare ad uno sfruttamento del bacino del Piave e dei suoi affluenti ai fini della produzione idroelettrica. La stretta gola del Vajont appare ideale per realizzare la diga più alta del mondo. Il progetto si ferma con lo scoppio del conflitto mondiale.
Seconda guerra mondiale, tra il 9 e il 16 di ottobre 1944 preceduto da un intenso bombardamento che fa fuggire la maggior parte della popolazione, l’esercito tedesco invade di nuovo il Vajont. Il parroco Don Giusto Pacini, trattando con i tedeschi, salva il paese di Erto, già destinato al rogo, facendo ricostruire ai propri parrocchiani un ponte fatto saltare mesi prima dai partigiani.
Terminata la guerra il progetto dello sfruttamento delle acque del Piave è ripreso, nel 58 vi è l’avvio dei lavori di costruzione della grande diga.
Di nuovo ottobre, il giorno 17 dell’anno 1961, la diga è finita e si svolge la cerimonia di inaugurazione mentre l’attività di invaso è già in corso ma i collaudi non sono ancora terminati. Pochi giorni dopo, il 30 di ottobre, muore Carlo Semenza progettista del manufatto della diga ma anche uno dei uno che oppose puntuali critiche al completo riempimento dell’invaso dopo essersi avveduto con il suo collaboratore Mueller dei gravi problemi di frane dal monte Toc.
La frana del Toc e l’esondazione della diga
22,39 del 9 ottobre 1963. Quella sera il monte Toc, che incombe sul bacino artificiale, fedele al suo nome (da “toc”: pezzo in lingua veneta e guasto, avariato, sfatto in friulano; ma anche da “patoc”: marcio, zuppo) si sgretola e scarica nell’acqua 270 milioni di metri cubi di detriti. Adesso “Vajont” sembra un ironico, tragico, presagio, Vajont in ladino vuol dire “và giù”.
L’ondata di piena che risale il torrente devastando diverse frazioni degli abitati di Erto è solo il drammatico preludio all’inferno chi si sta consumando a valle, 261 metri più sotto.
Acqua e pietre premono sulla diga ma i robusti muri di cemento reggono la spinta. Si alza un’onda di 50 milioni di metri cubi di acqua e detriti. Scavalca la barriera, la strada sul coronamento della diga è divelta, così come la palazzina della centrale di controllo. Un’onda d’urto, superiore a quella dell’atomica che distrusse Hiroshima, si abbatte sul fondo della valle.
“Una muraglia di acciaio della forza di centinaia di migliaia di treni in corsa, un bolide mostruoso sprigionante la stessa energia frantumatrice di una bomba termonucleare.” (Andrea Pais, Antincendio e Protezione Civile – Roma, edizione speciale ampliata del n°69, dedicato all’opera del Corpo Nazionale Vigili del Fuoco nella zona del Vajont Longarone 9 ottobre – 23 dicembre 1963).
Un muro di acqua e detriti alto 70 metri spazza la valle fino al Piave. Si infrange contro la montagna e nel suo reflusso livella quanto resta di Longarone sotto una spianata di fango.
22.43 del 09 ottobre 1963 Sono passati quattro minuti dalla frana. L’abitato di Longarone non esiste più, cancellata dalle fondamenta. Persone animali case scuole fabbriche; tutto è stato travolto e sepolto in un’unica distesa di fango e detriti. Occorreranno oltre dieci ore al Piave per smaltire l’enorme massa di acqua e tornare al suo normale deflusso.
È notte, l’illuminazione pubblica è distrutta, ma anche alla luce delle torce non occorre molto per capire la portata di quella tragedia. Ad un primo manipolo di soccorritori formato dagli stessi superstiti di quell’eccidio, citiamo tra loro il Carabiniere Riccardo Aste, il Vigile del Fuoco Volontario Ado De Col ed il medico Francesco Trevisan, si aggiungeranno presto aiuti provenienti da ogni parte d’Italia: Vigili del Fuoco, Militari, Carabinieri, Poliziotti, Finanzieri, Sanitari, semplici cittadini, tutti, senza distinzione di ceto o professione, accorrono a prestare aiuto ai sopravvissuti.
Una citazione particolare meritano i Vigili del Fuoco Volontari del Cadore e gli Alpini del Battaglione Cadore del 7° Alpini; sono i primi a giungere sul posto. Avanguardia di una mobilitazione straordinaria, a loro sono dovuti la maggior parte dei salvataggi di vite umane.
Il Corpo Nazionale Vigili del Fuoco manterrà i propri uomini sul Piave, a servizio delle popolazioni colpite per settanta giorni. Oltre 850 Vigili del Fuoco dei vari Corpi Provinciali, dotati di tre elicotteri e di 271 mezzi meccanici tra imbarcazioni, autogrù, pale meccaniche ecc., si alterneranno sui luoghi del disastro.
L’opera dei Vigili del Fuoco ha valso loro la Cittadinanza Onoraria del Comune di Longarone, conferita al Corpo Nazionale il 3 ottobre 2010 dal Sindaco Roberto Padrin che ha così espresso il suo omaggio ai Vigili del Fuoco: “la nostra comunità, nella notte del 9 ottobre di 47 anni fa è morta 1910 volte. Ma nei giorni successivi è rinata, grazie anche al lavoro di 850 persone davvero eccezionali, i Vigili del Fuoco”.
“Reggio Emilia mandate una squadra a Belluno….”
Libri, film, inchieste giornalistiche e spettacoli teatrali hanno narrato dei tragici fatti del Vajont. Ma la storia di uomini “normali” catapultati nel fango di quella notte merita di essere raccontata.
Di quegli 850 Vigili, che con la loro opera sulle rive del Piave, fecero meritare tali parole di riconoscenza al Corpo dei Vigili del Fuoco, sei partirono da Reggio Emilia.
Quella notte, tra il 9 ed il 10 novembre 1963, al Comando di Reggio Emilia i vigili del Fuoco sono tranquilli, la serata è passata senza che sia accaduto nulla di grave e i vigili si rilassano nelle proprie brande. L’ultimo intervento era stato effettuato nel pomeriggio, per una disattenzione una coppia era rimasta chiusa senza chiavi dal proprio appartamento con all’interno il figlio di pochi mesi.
Mancano pochi minuti alle 4 quando squilla il telefono, dall’altro capo il Comando di Bologna “.. inviate subito una squadra in appoggio ai colleghi di Belluno. È successo qualcosa di terribile …….”
Le notizie sono scarse, praticamente nulle. Con le sommarie informazioni disponibili i Vigili reggiani si organizzano. Occorre solo un quarto d’ora per preparare i mezzi, un autocarro 4x4 ed una campagnola, e i sei uomini destinati ad affrontare quella che entrerà nella storia come una delle più grandi tragedie “naturali” d’Italia.
La spedizione guidata dai Vigili Scelti Antonio Corbetti e Guido Costanzi è composta e dai Vigili Alfredo Zunino, Sergio Belli, Giuseppe Di Donato e Luigi De Santis.
Corbetti non ha molti anni di esperienza e non ha ancora raggiunto il grado di Brigadiere ma il suo biglietto da visita è una Croce di Bronzo al Valor militare conseguita nel corso della II guerra mondiale. Una decorazione non guadagnata in battaglia ma per il valore dimostrato, da giovane geniere, nell’intervenire per lo spegnimento di un bombardiere colpito in combattimento ed incendiatosi durante l’atterraggio di emergenza a Tirana in Albania.
È angosciante leggere le quattro pagine della relazione, redatta al suo rientro.
Le ultime righe del verbale di Corbetti esprimono chiaramente il peso sopportato da quegli Uomini in undici giorni sul Piave: “… Il sottoscritto avendo avuto l’incarico di essere stato assegnato come Capo squadra in rappresentanza di questo Corpo, mi sento in dovere di fare presente a questo Comando la tenacia e la buona volontà dei componenti della squadra durante le operazioni di recupero delle salme, in special modo, nei primi giorni che maggiormente richiedevano la prontezza di animo, possiamo dire in così ingrato lavoro di massima necessità, non vi è stato il minimo sbandamento coadiuvando nel massimo accordo. …”
I Vigili reggiani, partiti alle 4.15, arrivano al Comando del Corpo dei Vigili del Fuoco bellunesi alle 9.30 del mattino. Immediatamente sono dirottati nella zona di Nogarè ove perlustravano il letto del Piave fino all’imbrunire, recuperando 24 corpi senza vita.
Dopo una notte di riposo al distaccamento dei Vigili del Fuoco di Agordo i “nostri” si trasferiscono al Campo Base di Faè da dove, con i colleghi di Milano e Treviso, si dedicano alla verifica di un altro tratto del Piave in prossimità di quella che era una fabbrica di faesite. Di nuovo il triste rituale del recupero di corpi restituiti dalle acque; alla fine della giornata saranno 45. Corbetti, Costanzi, Belli e gli altri tornano per la notte ad Agordo, predisponendo il montaggio della tenda presso il campo base nel giorno seguente.
Il terzo giorno, poi il quarto, il quinto, il sesto. Fortogna, Trichiana, Ponte delle Alpi, Frari, Provagna cambiano le località, i paesi o purtroppo, ciò che resta di loro, ma è sempre fango acqua e corpi senza vita da recuperare ed avviare al riconoscimento (non è mai stato possibile fare un bilancio definitivo di quante vite umane costò quella catastrofe, la stima più attendibile parla di 1910 persone uccise).
Durante il duro lavoro di quei giorni Costanzi si infortuna al polso sinistro ed è medicato presso l’infermeria del campo mentre Di Donato si ammala ed è fatto rientrare a Reggio.
È passata una settimana da quell’ondata di morte e desolazione e i Vigili Reggiani sono sollevati da quel, tanto triste ingrato quanto necessario, compito di ricerca dei corpi. Essere destinati a rimuovere un ammasso di tronchi, che si sono accatastati in un’ansa del Piave in località Provagna, è un sollievo, nonostante la fatica ed il rischio.
Mettere in sicurezza il fiume da queste masse di detriti, che si accumulano e si muovono seguendo il variare della corrente è molto importante. Se raggiungessero le arcate dei ponti potrebbero creare sbarramenti e conseguenti straripamenti o sollecitarne oltre misura le strutture. Inoltre sotto queste masse di legame e detriti potrebbe nascondersi qualcuno dei fusti di cianuri che si trovavano nella fabbrica della faesite e sono stati trascinati via dall’ondata (Apposite squadre di Vigili del Fuoco furono dalle prime ore destinate alla ricerca, al recupero ed alla messa in sicurezza di questi fusti, che vennero tutti individuati e recuperati evitando un disastro nel disastro).
Il lavoro a Provogna dura 3 giorni, fino al 18 di ottobre. Gli ultimi due giorni i Vigili reggiani, oramai stremati, li trascorrono operando per la logistica del Campo Base fino al 21 quando alle 13.00 avranno l’ordine di rientrare al Comando di appartenenza, ove arriveranno in serata.
Il Prefetto di Reggio Emilia, Dott. Ravalli, vorrà congratularsi personalmente con questi Uomini, li riceverà accompagnati del Comandante Provinciale Ing. Piccinno, nel proprio ufficio. Colpito profondamente dal racconto di quei giorni, il Prefetto invierà ad ogni componente della squadra una foto dell’incontro recante sul retro parole di apprezzamento per l’opera svolta.
INTERVISTA CON ALFREDO ZUNINO
Con un po’ di soggezione, temendo di disturbare, contatto Alfredo. La voce che mi risponde al telefono è pronta giovane ed attiva. Rapidamente ci accordiamo per incontrarci dopo qualche giorno. Passa poco più di una settimana e ci risentiamo “sono a Brescia, domani verso mezzogiorno vengo a trovarla in ufficio”.
Puntuale, anzi in anticipo come immagino si sia presentato ad ogni turno di servizio, Alfredo si presenta nel mio ufficio. Un fisico ancora atletico e una stretta di mano forte ma non superba sono la presentazione del Vigile del Fuoco Alfredo Zunino, classe 1934. Nato a Savona, ha svolto il servizio militare nei Vigili del Fuoco a Imperia nel 1955. Prosegue poi la sua carriera a Reggio Emilia, dove si stabilirà, prima come Vigile Temporaneo a partire dal ’58, e poi finalmente, vinto il concorso, come Vigile Permanente nel ‘63.
Ricorda perfettamente quella notte e i giorni successivi.
“Ero autista di terza partenza quella notte con Costanzi Caposquadra.” Inizia a raccontare “quando le luci si sono accese e ci hanno chiamato con l’altoparlante, ho confuso emergenza con ambulanza e sono sceso di corsa ad avviare l’autolettiga. Il richiamo di Costanzi mi ha fatto comprendere che non si trattava di un infortunato da andare a soccorrere.”
Mi sorprende con la nitidezza del suo racconto “non posso dimenticare è stato il mio primo grande intervento, la mia prima calamità”, torna al racconto di quella notte “ero magazziniere quindi ho iniziato a distribuire le attrezzature da portare con noi. Nulla da paragonare a quello che avete oggi, solo stivali, picconi, badili e poco più. Segno accuratamente tutto il materiale consegnato e poi mi metto alla guida della Campagnola e partiamo per Belluno.”
“Non sapevamo nulla di quello che era accaduto nel Vajont, e durante il viaggio facevamo le nostre supposizioni. Pur viaggiando con la fantasia nessuna ipotesi, per quanto tragica e terrificante, ci venne in mente fu paragonabile a quello che trovammo là!”
“Una smisurata distesa di fango che lentamente, passo dopo passo, restituiva i corpi delle vittime di quella sera. Nel freddo della notte tutto ghiacciava. Poi il sole sorgeva dietro i monti e batteva quella distesa. Man mano che l’aria diventava calda l’odore di quei poveri resti in decomposizione pervadeva l’aria.”
Non riesco ad interrompere quelle parole, semplici e crude, mi pare di sentire il rumore degli stivali che affondano nella melma, Zunino continua a parlare. “……durante il recupero di un corpo dentro al Piave; la salma era devastata dalla furia dell’acqua, l’odore era insopportabile stavamo per svenire, solo il passaggio provvidenziale dell’elicottero di Coppi (il Rag. Coppi era il comandante del Nucleo elicotteri dei Vigili del Fuoco di Modena, uno dei pionieri del soccorso aereo) con lo spostamento d’aria provocato dalle pale ci permise di terminare la operazioni di recupero.”
Vedo Alfredo cambiare espressione, le lacrime si affacciano a quegli occhi che hanno visto 40 anni di piccole e grandi tragedie umane. “Quella ragazza.” Racconta con un tono diverso, quasi parlasse di un amico, di qualcuno di famiglia “L’abbiamo trovata come tutti gli altri, quasi nuda, spogliata dall’ondata. Addosso i resti di un reggiseno e poco altro. Nel pugno destro stretto delle carte. Le guardiamo alla ricerca di qualcosa che ci permetta di identificarla. Due lettere, la prima del fidanzato fuori paese per il servizio militare; la seconda la risposta della ragazza, forse scritta quella sera stessa” Il racconto si interrompe col pensiero di quell’ultimo gesto, forse inconsapevole, della ragazza.
Cambio discorso e chiedo dei rapporti avuti con i sopravvisuti, con la popolazione. “non c’era nessuno, era tutto un deserto di fango, noi e i soldati. Le prime persone le abbiamo incontrate ne tornare a casa. No anzi c’era il figlio dei proprietari della segheria, unico sopravvissuto della famiglia. Ci ha raccontato che proprio quel giorno avevano acquistato la nuova macchina da scrivere Olivetti e che il rappresentante lo aveva invitato a cena fuori paese, stavano rientrando dal ristorante quando tutto è accaduto.”
Si interrompe e sorride, credo la prima volta dopo che ci siamo presentati, “mi viene in mente Corbetti. Dopo dieci giorni, riceviamo l’ordine di tornare a casa. Smontiamo la tenda, carichiamo tutte le nostre cose e partiamo. Appena fuori dall’area della tragedia. Corbetti, da buon veneto e anche per risollevarci lo spirito provato da quei giorni, ci ferma in una distilleria ad acquistare due bottiglie di grappa. Dall’azienda esce un uomo che si ferma immobile a fissare il nostro autocarro 639, poi abbraccia. Corbetti riconoscendolo nella persona che dieci giorni prima gli aveva salvato la madre. (di questo salvataggio nulla è riportato nel verbale di Corbetti. Probabilmente fu un comprensibile errore di persona) Quegli abbracci e quella accoglienza ci ripagarono di quei dieci terribili giorni e ci fecero rientrare a Reggio un po’ più sollevati.”














