6 maggio 1976
Il terremoto che sconvolse il Friuli
La sera del 6 maggio 1976, un violento sisma di magnitudo 6.5 della scala Richter, sconvolse il Friuli e molte zone circostanti, tanto da essere per la vastità dell’estensione territoriale, uno dei più gravi della storia italiana recente.
Alle ore 21.00 la terra friulana tremò talmente forte che in pochi secondi interi paesi vennero cancellati dalla geografia: Gemona, Artegna, Venzone, Buja, Majano, Tarcento, Meduno, Pinzano. 137 paesi coinvolti con 990 vittime e oltre 100.000 sfollati. Quelli che erano laboriosi paesi divennero cumuli di macerie.
20.000 case distrutte e 75.000 danneggiate. Un danno enorme per l’intera regione.
Immediatamente migliaia di vigili del fuoco da tutto il Paese si recarono sui crateri per fronteggiare l’enorme emergenza, aiutati da tantissimi giovani volontari e dagli alpini delle brigata Julia.
Il presidente del Consiglio Aldo Moro immediatamente nominò commissario straordinario per le zone terremotate Giuseppe Zamberletti e da quella esperienza, con il successivo terribile terremoto dell’Irpinia del 1980, grazie all’opera instancabile di Zamberletti, nacque la Protezione Civile italiana.
Purtroppo alle 18.31 dell’11 settembre, altre scosse riportò la regione nell’angoscia del terremoto, con una scossa di 5,8 gradi della scala Richter.
“Il Friuli ringrazia e non dimentica”. Questo scrisse sul muro di una casa friulana diroccata un abitante del luogo per esprimere la sua gratitudine per quanti aiutarono lui e i suoi tanti concittadini e corregionali, portando loro il soccorso, la solidarietà, del cibo e vestiti, o anche solo una parola di conforto a una popolazione profondamente segnata da quel terribile dramma.
Erano due minuti dopo le 21.00 del 6 maggio 1976, quando tutta la regione fu travolta da una violenta scossa di terremoto, definito poi uno dei più gravi mai accaduti nella regione.
Polvere, macerie, morte, distruzione, urla terrorizzate e urla di chi invocava da sotto le macerie un aiuto. Una situazione terribile già provata molte altre volte dalle comunità del nostro Paese e che si sarebbe ripetuta chissà quanto ancora.
“Il Friuli ringrazia e non dimentica”. Il terremoto colpì la tranquilla routine di una popolazione fiera ed essenziale nei suoi gesti e nella sua esistenza: quella della gente di montagna, abituata ad una vita poco incline a tutto ciò che non fosse necessario.
Una serata calda in cui la gente già pregustava il tepore della bella stagione che ormai si stava affacciando tra le vie anguste di bellissimi paesini.
Il terremoto colpì tutto questo. Una tremenda botta che cambiò tutto, creando un prima e un dopo. Una cesura netta tra la tranquilla esistenza del prima e il terrore, la morte e l’aver perso tutto del dopo.
Ma non fu così. Pochi giorni dopo tutto ricominciò con la popolazione superstite al fianco dei soccorritori per ricostruire insieme a loro, da quelle macerie sminuzzate che aveva portato via le vite di un migliaio di persone, una nuova speranza, una nuova vita.
E ci riuscirono!
| leggi il Quaderno n. 23 del maggio 2021 |
UN RICORDO DI ENZO ARIU
La primavera del 1976 fu per i Vigili del Fuoco di Torino molto impegnativa. I mesi di marzo, aprile e maggio, ripetuti casi di incendio coinvolsero stabilimenti produttivi, attività commerciali e luoghi della politica della città. Tutto ciò era strettamente connesso alla strategia del terrorismo imposto in quegli anni dalle “Brigate Rosse”.
La sera del 6 maggio 1976 alle ore 23.00 circa, l'ennesimo incendio scoppiò nei capannoni produttivi della FIAT Mirafiori, impegnando duramente per ore buona parte del personale in servizio di soccorso quella sera.
Poco prima, alle 21.00 di quella stessa sera, si verificò un grave terremoto di magnitudo 6.4 della scala Richter, con epicentro a nord della città di Udine. Colpì il Friuli ed i territori circostanti.
Le comunicazioni all'epoca non erano così sviluppate e presenti come oggi, tant'è che fu di particolare importanza e utilità il ruolo svolto in quei giorni dai radioamatori; le prime comunicazioni dal COMI (Centro Operativo presso il Ministero dell'Interno) verso i Comandi limitrofi, giunsero nel corso della notte, tramite telefono e il battito continuo delle telescriventi.
Contenevano poche notizie essenziali e davano disposizioni ai Comandi per l'invio di Sezioni Operative di Colonne Mobili.
A Torino, attesa la situazione sopra descritta, si dovette attendere la presa in servizio del personale della 2ª Sezione che montava alle 7,50.
Una parte del personale fu inviato a prelevare i mezzi della Colonna Mobile necessari, dal deposito della SNIA, ubicato a nord della Città e, solo nella tarda mattinata, l'intera colonna fu in grado di muoversi.
La colonna si avviò scortata dai Vigili motociclisti a bordo di due moto “Guzzi 500 Saturno” in dotazione, che aprivano e chiudevano l'intero corteo di automezzi (fu quella l'ultima volta in cui furono utilizzate).
Fu individuato il Capo Convoglio nell'allora VCR Sommozzatore Alfredo Boretti.
Lungo il tragitto le sezioni operative degli altri Comandi del Piemonte e della Valle D'Aosta si unirono man mano; fu fatta una sola fermata per effettuare i rifornimenti degli automezzi a Brescia, dopodiché il convoglio proseguì per il luogo assegnato: Gemona del Friuli, dove arrivò a notte fonda.
Si consideri che il parco macchine dell'epoca era composto da automezzi che raggiungevano velocità di punta inferiori a 50 Km./h.
La località da raggiungere era stata individuata nei pressi della stazione ferroviaria di Gemona, a ridosso di un capannone tessile, in buona parte distrutto dalle scosse; mentre una parte del personale si dedicò ad allestire il campo base con le tende e i servizi disponibili, altri colleghi si dedicarono ad estrarre corpi di persone dalle macerie delle abitazioni circostanti.
I contatti con il Comando di Udine erano tenuti grazie all'impiego di una delle due “Guzzi 500 Falcone” pilotata (è il caso di dirlo) dal Vigile Aldo Barbieri che al mattino presto partiva e, percorrendo la strada della Carnia e passando a tutta velocità per i centri abitati con la sirena inserita, raggiungeva con la sua “borsa portaordini” il Comando dove prelevava o depositava le disposizioni da e per il Ministero.
Questi rapidi passaggi divennero in breve tempo noti agli abitanti delle località percorse, tanto da meritarsi in breve tempo il meritato nome di «Agostino ò pazzo», mimando il centauro acrobatico napoletano dei Quartieri Spagnoli che anni prima mise ripetutamente in scacco la polizia napoletana.
Nelle ore successive al nostro arrivo, l'impegno si accentuò, estendendosi al recupero di persone nelle abitazioni e nei locali pubblici, come il Cinema Sociale dove durante la proiezione del film l'operatore spaventato dalla forte scossa, si precipitò fuori dalla cabina e fu travolto dai crolli. Morirono anche alcuni militari che uscirono in strada.
Si consideri che Gemona del Friuli ebbe il più alto numero di vittime tra tutti i paesi coinvolti (circa 300 sul totale di 900 causate dal sisma).
Io, giovane vigile permanente ventitreenne, partii per la mia prima grande calamità, circa ventiquattr'ore dopo. Mi venne assegnato da guidare un «OM Tigrotto» furgonato, carico di apparati logistici per il Campo Base, in compagnia di un collega esperto di idraulica.
Il furgone che mi toccò guidare era di una rumorosità talmente assordante, che lungo il percorso ci fu difficile dialogare, in più non riuscivamo a capire perché e come mai i contadini dai campi lungo l'autostrada ci salutavano facendoci segno con le braccia; realizzammo che gli stessi erano attratti dal rumore del nostro passaggio.
Scoprimmo che la “sirena Sonora”, fissata sul tettuccio del furgone, col procedere entrava in autorotazione emettendo il suo tragico lamento; ci fermammo e con un pezzo di cartoncino infilato nella ventola, risolvemmo drasticamente il problema.
Arrivati al Campo Base “Piemonte”, scaricammo i materiali e mentre il collega svolgeva la propria opera di esperto idraulico, incurante del susseguirsi delle scosse, io fui destinato ad altri compiti quali portare materiali alle squadre operative. Prevalentemente dovevo trasportare con il mio “OM Tigrotto”, porzioni di macerie del Duomo di Gemona in particolare della navata destra e del campanile, che poi andavo a depositare in un'area dedicata alla raccolta di macerie da recuperare per la successiva riedificazione.
In quei giorni accadde che un collega ebbe un incidente sul lavoro schiacciandosi il dito di una mano; mi fu chiesto se ero disponibile a sostituirlo e a prolungare il mio turno di permanenza. Così col furgone sarebbe rientrato lui a Torino. Naturalmente accettai con entusiasmo ed iniziai a far squadra con il capo squadra Riccardo, con i vigili Gianfranco e Mariano e con l’ausiliario Amleto; diventai improvvisamente operativo a tutti gli effetti.
Furono esperienze professionali impegnative ed importanti per il mio percorso lavorativo futuro, fatto di valutazioni statiche, valutazioni dei rischi e dei possibili pericoli connessi, aperture di strade, demolizioni ed altro.
Ebbi anche un'esperienza che mi segnò alquanto e che racconterò.
La parte di “Gemona Alta” era caratterizzata dalla presenza di costruzioni umili in pietra, costituite da muri quasi a secco, se non si intende considerare il magro legante costituito da calce povera. Una di queste era crollata seppellendo un anziano, la nuora e la figlia di questa; ci fu segnalata l'esigenza di ricuperare quei corpi.
Ci avviammo e trovammo una persona sul posto ad attenderci con grande impazienza; era il capo famiglia, transfrontaliere in Svizzera, rientrato per l'evento; questi, chiuso in un mutismo micidiale e chino sulle macerie che imprigionavano i suoi cari, con poche ed essenziali parole ci disse che i corpi dei suoi morti li avrebbe recuperati da solo.
Il nostro capo capì la situazione e, agendo con delicatezza, conscio delle responsabilità gravanti sull'incolumità della persona a cui era rivolto, riuscì a convincerlo a recuperarli assieme. Fu un lavoro lungo, pesante e pericoloso ma alla fine, i tre corpi furono recuperati in totale silenzio.
Alla fine ci salutammo con una stretta di mano e uno sguardo profondo negli occhi fieri di quella persona, così duramente colpita negli affetti.
Il giorno dopo, al nostro ritorno al campo, dopo un'altra giornata di duro lavoro, un collega ci avvisò che era passata una persona e, in segno di riconoscenza, ci aveva lasciato un bottiglione di grappa friulana.
L'esperienza proseguì per giorni con interventi di vario genere, la temperatura si abbassò notevolmente e fummo costretti a lavorare sotto il freddo e lo sferzare di piogge molto intense che gonfiavano a dismisura l'alveo del Tagliamento, che si snodava sotto i nostri occhi nel fondo valle, ingrossandone la larghezza di almeno cinque volte.
Il campo in cui erano montate le nostre tende divenne un acquitrino; l'acqua raggiunse il piano dei “rimorchi Girino”, che trasportavano le macchine operatrici, sommergendone le ruote fino ai mozzi.
Fu in quel periodo che ai nostri colli cominciarono a comparire dei fazzoletti rossi, chiusi da uno scorsoio in cuoio che alcuni boy scout, che ci avevano presi a riferimento, realizzavano con le nostre cinghie dei pantaloni e le nostre fiammette.
Presto i fazzoletti comparvero anche al collo dei colleghi delle colonne mobili della Liguria e della Lombardia; i friulani avevano cominciato ad apprezzare ed avere in simpatia i Vigili del Fuoco dai fazzoletti rossi.
In quei giorni drammatici mi è accaduto di vedere collaborare soccorritori di paesi diversi, tutti con lo stesso impegno nostro; anche oggi mi rendo conto dell’importanza che ha avuto la solidarietà internazionale in quel frangente.
Mi è doveroso ricordare che a questo slancio di solidarietà presero parte oltre ai Vigili del Fuoco, reparti dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica, dei Carabinieri, di P.S., della CRI e numerose unità militari provenienti da Austria, Canada, Francia, Germania, Jugoslavia e USA.
Ricordo quando al mattino presto raggiungevamo i luoghi operativi presidiati da alcuni giovanissimi Carabinieri del centro di formazione di Moncalieri. Erano comandati in attività di anti sciacallaggio e quei ragazzi dopo aver trascorso la notte nei luoghi sconvolti dal sisma, quando al mattino presto ci vedevano tornare ad operare tra le macerie, si sentivano rincuorati dal nostro arrivo.
Capivo perfettamente lo stato d’animo di quei giovani Carabinieri, per giunta molti dei quali della mia stessa età. Ancora oggi mi rimane difficile descrivere l'atmosfera di un luogo terremotato le cui macerie custodiscono ancora corpi da ricuperare, il silenzio innaturale che viene a crearsi e lo stato d'animo conseguente di chi è comandato a sorvegliare, fino alla ripresa delle attività di ricerca dei soccorritori.
Una domenica mattina mi stupii nel vedere, nei pressi di una piazza del centro storico, una squadra di militari tedeschi intenti a smontare un motore da un camion e sostituirlo con un altro di ricambio già in loro possesso.
Ciò mi portò a fare un confronto tra le Organizzazioni presenti nel cratere dell'evento e sulla funzionalità delle diverse componenti presenti, compiacendomi di quanto avevo visto.
Una parola a parte va spesa per l’Associazione Nazionale Alpini, che fin dai primi giorni organizzò numerosissimi volontari. Dopo pochi giorni realizzò il Centro Base Operativo per la raccolta dei materiali che stavano affluendo da tutta Italia e i primi cantieri di lavoro. Nel corso dell’estate di quell’anno oltre 15.000 ex alpini si alternarono a svolgere le loro ferie di lavoro in Friuli.
In quei giorni drammatici è accaduto anche di vedere collaborare soccorritori di Paesi diversi, tutti con lo stesso impegno; anche oggi ci rendiamo conto dell’importanza che ha avuto la solidarietà internazionale in quella circostanza, con la partecipazione di numerose unità militari provenienti dall’Austria, Canada, Francia, Germania, Jugoslavia e dagli Stati Uniti d’America.
Per la prima volta venne dichiarato lo stato di calamità nelle zone del Friuli colpite dal sisma. Questo permise un diverso approccio all’operatività e alle prime azioni di contrasto allo stato di emergenza. Venne conferito al Ministro dell'Interno la direzione ed il coordinamento di tutti i servizi e gli interventi delle pubbliche amministrazioni, civili e militari - centrali e periferiche - di enti pubblici e di privati.
Venne nominato a Commissario del Governo per le zone terremotate del Friuli l’On. Giuseppe Zamberletti. Venne nominato Vice Commissario l'Ispettore Generale Capo del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco Ing. Alessandro Giomi.
Come tutte le cose che hanno un inizio, dopo pochi giorni anche quell'esaltante esperienza terminò. Fummo sostituiti da un altro contingente di colleghi che vennero a proseguire l'opera.
Furono inviati colleghi esperti muratori e carpentieri in legno che iniziarono l'opera di puntellamento dei babbricati lesionati dal sisma, al fine di metterli in sicurezza e poter riaprire l'importante Via Giuseppe Bini, che collegava la zona del duomo con il municipio di Gemona del Friuli.
L'opera realizzata fu talmente imponente che per anni se ne parlò negli ambiti del CNVVF.
Essa fu supportata da un importante servizio fotografico realizzato dall'allora geom. Franco Sasso, che ancora oggi ne testimonia l'esecuzione.
A seguito del terremoto di L'Aquila del 2009 quelle immagini furono riproposte e diedero un importante contributo alla realizzazione dell'attuale nucleo NCP (Nucleo Coordinamento Opere Provvisionali del CNVVF).
Fu realizzato il “manuale STOP” un manuale di opere provvisionali per l'intervento tecnico urgente nelle emergenze sismiche in cui, nella parte dedicata alla storia delle medesime, alcune di quelle immagini realizzate dall'RTA Franco Sasso sono state riproposte.
Da Capannelle ci inviarono alcuni Bus Fiat 306 che sarebbero serviti per effettuare i cambi del personale. Con uno di quelli, guidato da Agostino, istruttore di guida, facemmo ritorno a Torino, dopo circa nove giorni di attività di soccorso.
Eravamo stanchi, provati dalle emozioni vissute, sporchi, le nostre divise logore, facemmo sosta in un autogrill nei pressi di Mestre per rifocillarci e fummo accolti in modo ostile da alcuni degli addetti, gli animi cominciarono a scaldarsi; alcuni nostri capi percepirono la situazione ed intervennero a calmare gli animi.
Il viaggio di rientro riprese nella consapevolezza di quanto ognuno di noi aveva dato, consci di aver fatto e dato quanto umanamente possibile, riassunto da un messaggio lasciato da alcuni di noi in terra friulana; la frase, apparsa sulla parete di un edificio diroccato di Gemona è stata la pratica testimonianza di tale umana corrispondenza fra i Vigili del Fuoco e le popolazioni friulane:
«I VIGILI DEL FUOCO
HANNO VISTO,
HANNO PIANTO,
UNO PER TUTTI».
La primavera del 1976 fu per i Vigili del Fuoco di Torino molto impegnativa. I mesi di marzo, aprile e maggio, ripetuti casi di incendio coinvolsero stabilimenti produttivi, attività commerciali e luoghi della politica della città. Tutto ciò era strettamente connesso alla strategia del terrorismo imposto in quegli anni dalle “Brigate Rosse”.
La sera del 6 maggio 1976 alle ore 23.00 circa, l'ennesimo incendio scoppiò nei capannoni produttivi della FIAT Mirafiori, impegnando duramente per ore buona parte del personale in servizio di soccorso quella sera.
Poco prima, alle 21.00 di quella stessa sera, si verificò un grave terremoto di magnitudo 6.4 della scala Richter, con epicentro a nord della città di Udine. Colpì il Friuli ed i territori circostanti.
Le comunicazioni all'epoca non erano così sviluppate e presenti come oggi, tant'è che fu di particolare importanza e utilità il ruolo svolto in quei giorni dai radioamatori; le prime comunicazioni dal COMI (Centro Operativo presso il Ministero dell'Interno) verso i Comandi limitrofi, giunsero nel corso della notte, tramite telefono e il battito continuo delle telescriventi.
Contenevano poche notizie essenziali e davano disposizioni ai Comandi per l'invio di Sezioni Operative di Colonne Mobili.
A Torino, attesa la situazione sopra descritta, si dovette attendere la presa in servizio del personale della 2ª Sezione che montava alle 7,50.
Una parte del personale fu inviato a prelevare i mezzi della Colonna Mobile necessari, dal deposito della SNIA, ubicato a nord della Città e, solo nella tarda mattinata, l'intera colonna fu in grado di muoversi.
La colonna si avviò scortata dai Vigili motociclisti a bordo di due moto “Guzzi 500 Saturno” in dotazione, che aprivano e chiudevano l'intero corteo di automezzi (fu quella l'ultima volta in cui furono utilizzate).
Fu individuato il Capo Convoglio nell'allora VCR Sommozzatore Alfredo Boretti.
Lungo il tragitto le sezioni operative degli altri Comandi del Piemonte e della Valle D'Aosta si unirono man mano; fu fatta una sola fermata per effettuare i rifornimenti degli automezzi a Brescia, dopodiché il convoglio proseguì per il luogo assegnato: Gemona del Friuli, dove arrivò a notte fonda.
Si consideri che il parco macchine dell'epoca era composto da automezzi che raggiungevano velocità di punta inferiori a 50 Km./h.
La località da raggiungere era stata individuata nei pressi della stazione ferroviaria di Gemona, a ridosso di un capannone tessile, in buona parte distrutto dalle scosse; mentre una parte del personale si dedicò ad allestire il campo base con le tende e i servizi disponibili, altri colleghi si dedicarono ad estrarre corpi di persone dalle macerie delle abitazioni circostanti.
I contatti con il Comando di Udine erano tenuti grazie all'impiego di una delle due “Guzzi 500 Falcone” pilotata (è il caso di dirlo) dal Vigile Aldo Barbieri che al mattino presto partiva e, percorrendo la strada della Carnia e passando a tutta velocità per i centri abitati con la sirena inserita, raggiungeva con la sua “borsa portaordini” il Comando dove prelevava o depositava le disposizioni da e per il Ministero.
Questi rapidi passaggi divennero in breve tempo noti agli abitanti delle località percorse, tanto da meritarsi in breve tempo il meritato nome di «Agostino ò pazzo», mimando il centauro acrobatico napoletano dei Quartieri Spagnoli che anni prima mise ripetutamente in scacco la polizia napoletana.
Nelle ore successive al nostro arrivo, l'impegno si accentuò, estendendosi al recupero di persone nelle abitazioni e nei locali pubblici, come il Cinema Sociale dove durante la proiezione del film l'operatore spaventato dalla forte scossa, si precipitò fuori dalla cabina e fu travolto dai crolli. Morirono anche alcuni militari che uscirono in strada.
Si consideri che Gemona del Friuli ebbe il più alto numero di vittime tra tutti i paesi coinvolti (circa 300 sul totale di 900 causate dal sisma).
Io, giovane vigile permanente ventitreenne, partii per la mia prima grande calamità, circa ventiquattr'ore dopo. Mi venne assegnato da guidare un «OM Tigrotto» furgonato, carico di apparati logistici per il Campo Base, in compagnia di un collega esperto di idraulica.
Il furgone che mi toccò guidare era di una rumorosità talmente assordante, che lungo il percorso ci fu difficile dialogare, in più non riuscivamo a capire perché e come mai i contadini dai campi lungo l'autostrada ci salutavano facendoci segno con le braccia; realizzammo che gli stessi erano attratti dal rumore del nostro passaggio.
Scoprimmo che la “sirena Sonora”, fissata sul tettuccio del furgone, col procedere entrava in autorotazione emettendo il suo tragico lamento; ci fermammo e con un pezzo di cartoncino infilato nella ventola, risolvemmo drasticamente il problema.
Arrivati al Campo Base “Piemonte”, scaricammo i materiali e mentre il collega svolgeva la propria opera di esperto idraulico, incurante del susseguirsi delle scosse, io fui destinato ad altri compiti quali portare materiali alle squadre operative. Prevalentemente dovevo trasportare con il mio “OM Tigrotto”, porzioni di macerie del Duomo di Gemona in particolare della navata destra e del campanile, che poi andavo a depositare in un'area dedicata alla raccolta di macerie da recuperare per la successiva riedificazione.
In quei giorni accadde che un collega ebbe un incidente sul lavoro schiacciandosi il dito di una mano; mi fu chiesto se ero disponibile a sostituirlo e a prolungare il mio turno di permanenza. Così col furgone sarebbe rientrato lui a Torino. Naturalmente accettai con entusiasmo ed iniziai a far squadra con il capo squadra Riccardo, con i vigili Gianfranco e Mariano e con l’ausiliario Amleto; diventai improvvisamente operativo a tutti gli effetti.
Furono esperienze professionali impegnative ed importanti per il mio percorso lavorativo futuro, fatto di valutazioni statiche, valutazioni dei rischi e dei possibili pericoli connessi, aperture di strade, demolizioni ed altro.
Ebbi anche un'esperienza che mi segnò alquanto e che racconterò.
La parte di “Gemona Alta” era caratterizzata dalla presenza di costruzioni umili in pietra, costituite da muri quasi a secco, se non si intende considerare il magro legante costituito da calce povera. Una di queste era crollata seppellendo un anziano, la nuora e la figlia di questa; ci fu segnalata l'esigenza di ricuperare quei corpi.
Ci avviammo e trovammo una persona sul posto ad attenderci con grande impazienza; era il capo famiglia, transfrontaliere in Svizzera, rientrato per l'evento; questi, chiuso in un mutismo micidiale e chino sulle macerie che imprigionavano i suoi cari, con poche ed essenziali parole ci disse che i corpi dei suoi morti li avrebbe recuperati da solo.
Il nostro capo capì la situazione e, agendo con delicatezza, conscio delle responsabilità gravanti sull'incolumità della persona a cui era rivolto, riuscì a convincerlo a recuperarli assieme. Fu un lavoro lungo, pesante e pericoloso ma alla fine, i tre corpi furono recuperati in totale silenzio.
Alla fine ci salutammo con una stretta di mano e uno sguardo profondo negli occhi fieri di quella persona, così duramente colpita negli affetti.
Il giorno dopo, al nostro ritorno al campo, dopo un'altra giornata di duro lavoro, un collega ci avvisò che era passata una persona e, in segno di riconoscenza, ci aveva lasciato un bottiglione di grappa friulana.
L'esperienza proseguì per giorni con interventi di vario genere, la temperatura si abbassò notevolmente e fummo costretti a lavorare sotto il freddo e lo sferzare di piogge molto intense che gonfiavano a dismisura l'alveo del Tagliamento, che si snodava sotto i nostri occhi nel fondo valle, ingrossandone la larghezza di almeno cinque volte.
Il campo in cui erano montate le nostre tende divenne un acquitrino; l'acqua raggiunse il piano dei “rimorchi Girino”, che trasportavano le macchine operatrici, sommergendone le ruote fino ai mozzi.
Fu in quel periodo che ai nostri colli cominciarono a comparire dei fazzoletti rossi, chiusi da uno scorsoio in cuoio che alcuni boy scout, che ci avevano presi a riferimento, realizzavano con le nostre cinghie dei pantaloni e le nostre fiammette.
Presto i fazzoletti comparvero anche al collo dei colleghi delle colonne mobili della Liguria e della Lombardia; i friulani avevano cominciato ad apprezzare ed avere in simpatia i Vigili del Fuoco dai fazzoletti rossi.
In quei giorni drammatici mi è accaduto di vedere collaborare soccorritori di paesi diversi, tutti con lo stesso impegno nostro; anche oggi mi rendo conto dell’importanza che ha avuto la solidarietà internazionale in quel frangente.
Mi è doveroso ricordare che a questo slancio di solidarietà presero parte oltre ai Vigili del Fuoco, reparti dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica, dei Carabinieri, di P.S., della CRI e numerose unità militari provenienti da Austria, Canada, Francia, Germania, Jugoslavia e USA.
Ricordo quando al mattino presto raggiungevamo i luoghi operativi presidiati da alcuni giovanissimi Carabinieri del centro di formazione di Moncalieri. Erano comandati in attività di anti sciacallaggio e quei ragazzi dopo aver trascorso la notte nei luoghi sconvolti dal sisma, quando al mattino presto ci vedevano tornare ad operare tra le macerie, si sentivano rincuorati dal nostro arrivo.
Capivo perfettamente lo stato d’animo di quei giovani Carabinieri, per giunta molti dei quali della mia stessa età. Ancora oggi mi rimane difficile descrivere l'atmosfera di un luogo terremotato le cui macerie custodiscono ancora corpi da ricuperare, il silenzio innaturale che viene a crearsi e lo stato d'animo conseguente di chi è comandato a sorvegliare, fino alla ripresa delle attività di ricerca dei soccorritori.
Una domenica mattina mi stupii nel vedere, nei pressi di una piazza del centro storico, una squadra di militari tedeschi intenti a smontare un motore da un camion e sostituirlo con un altro di ricambio già in loro possesso.
Ciò mi portò a fare un confronto tra le Organizzazioni presenti nel cratere dell'evento e sulla funzionalità delle diverse componenti presenti, compiacendomi di quanto avevo visto.
Una parola a parte va spesa per l’Associazione Nazionale Alpini, che fin dai primi giorni organizzò numerosissimi volontari. Dopo pochi giorni realizzò il Centro Base Operativo per la raccolta dei materiali che stavano affluendo da tutta Italia e i primi cantieri di lavoro. Nel corso dell’estate di quell’anno oltre 15.000 ex alpini si alternarono a svolgere le loro ferie di lavoro in Friuli.
In quei giorni drammatici è accaduto anche di vedere collaborare soccorritori di Paesi diversi, tutti con lo stesso impegno; anche oggi ci rendiamo conto dell’importanza che ha avuto la solidarietà internazionale in quella circostanza, con la partecipazione di numerose unità militari provenienti dall’Austria, Canada, Francia, Germania, Jugoslavia e dagli Stati Uniti d’America.
Per la prima volta venne dichiarato lo stato di calamità nelle zone del Friuli colpite dal sisma. Questo permise un diverso approccio all’operatività e alle prime azioni di contrasto allo stato di emergenza. Venne conferito al Ministro dell'Interno la direzione ed il coordinamento di tutti i servizi e gli interventi delle pubbliche amministrazioni, civili e militari - centrali e periferiche - di enti pubblici e di privati.
Venne nominato a Commissario del Governo per le zone terremotate del Friuli l’On. Giuseppe Zamberletti. Venne nominato Vice Commissario l'Ispettore Generale Capo del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco Ing. Alessandro Giomi.
Come tutte le cose che hanno un inizio, dopo pochi giorni anche quell'esaltante esperienza terminò. Fummo sostituiti da un altro contingente di colleghi che vennero a proseguire l'opera.
Furono inviati colleghi esperti muratori e carpentieri in legno che iniziarono l'opera di puntellamento dei babbricati lesionati dal sisma, al fine di metterli in sicurezza e poter riaprire l'importante Via Giuseppe Bini, che collegava la zona del duomo con il municipio di Gemona del Friuli.
L'opera realizzata fu talmente imponente che per anni se ne parlò negli ambiti del CNVVF.
Essa fu supportata da un importante servizio fotografico realizzato dall'allora geom. Franco Sasso, che ancora oggi ne testimonia l'esecuzione.
A seguito del terremoto di L'Aquila del 2009 quelle immagini furono riproposte e diedero un importante contributo alla realizzazione dell'attuale nucleo NCP (Nucleo Coordinamento Opere Provvisionali del CNVVF).
Fu realizzato il “manuale STOP” un manuale di opere provvisionali per l'intervento tecnico urgente nelle emergenze sismiche in cui, nella parte dedicata alla storia delle medesime, alcune di quelle immagini realizzate dall'RTA Franco Sasso sono state riproposte.
Da Capannelle ci inviarono alcuni Bus Fiat 306 che sarebbero serviti per effettuare i cambi del personale. Con uno di quelli, guidato da Agostino, istruttore di guida, facemmo ritorno a Torino, dopo circa nove giorni di attività di soccorso.
Eravamo stanchi, provati dalle emozioni vissute, sporchi, le nostre divise logore, facemmo sosta in un autogrill nei pressi di Mestre per rifocillarci e fummo accolti in modo ostile da alcuni degli addetti, gli animi cominciarono a scaldarsi; alcuni nostri capi percepirono la situazione ed intervennero a calmare gli animi.
Il viaggio di rientro riprese nella consapevolezza di quanto ognuno di noi aveva dato, consci di aver fatto e dato quanto umanamente possibile, riassunto da un messaggio lasciato da alcuni di noi in terra friulana; la frase, apparsa sulla parete di un edificio diroccato di Gemona è stata la pratica testimonianza di tale umana corrispondenza fra i Vigili del Fuoco e le popolazioni friulane:
«I VIGILI DEL FUOCO
HANNO VISTO,
HANNO PIANTO,
UNO PER TUTTI».
UN RICORDO DI SILVANO AUDENINO
Il terremoto del Friuli per me è stato il primo terremoto al quale ho partecipato. Era il secondo turno e all’arrivo a Gemona, il primo impatto fu molto toccante nel vedere la città quasi completamente diroccata. Il campo Piemonte era situato alle porte della città in un prato, dove vennero sistemate le tende da otto posti, quelle color marrone chiaro, che ci hanno accompagnato ancora per parecchi anni.
Il primo lavoro affidatomi, fu quello di recarmi al fiume Tagliamento con un tigrotto e l'escavatore cingolato Fiat FL 4 a caricare ghiaia per bonificare il campo base che purtroppo, anche a causa delle continue ed intense piogge cadute dopo il sisma, si era trasformato in un enorme acquitrino.
Non nascondo che fin lì l'organizzazione del campo era stata essenziale, dovendosi occupare, quasi tutto il personale del primo contingente inviato, del primo soccorso: i bagni erano stati realizzati con una fossa scavata nel terreno, due tavole di traverso alla buca e una tenda e delle lamiere che riparavano alla meno peggio chi se ne serviva.
Racconto un fatto increscioso che mi accadde, che ripensandoci oggi fa ridere, ma vissuto allora provocò in me una reazione tutt’altro che bonaria; mentre ero in bagno dalla tasca dei pantaloni fuoriuscì il portafoglio e lascio immaginare dove andò a finire. Lo vedevo galleggiare e senza pensarci troppo mi calai all’interno della buca, contando sul fatto che il liquame non fosse troppo alto. Ma purtroppo gli stivali, che in quel periodo erano molto bassi (li chiamavamo tronchetti), non mi protessero affatto e in pochi secondi furono pieni di ciò che non dico. Recuperato il tutto andai in tenda a cambiarmi dalla testa ai piedi e a lavarmi nei lavandini sotto abbondanti getti d’acqua.
Al di là di questa disavventura si lavorava per il recupero di eventuali salme, carcasse di animali o cose che ancora si potevano salvare. Un mattino ancora presto giunse al nostro campo un signore a bordo di una Fiat 600 di colore verdino e avvicinatosi ad un capo squadra chiese che gli venisse recuperata dalle macerie della loro casa la salma della moglie, pregandoci di non rovinarla nell’estrarla. Immediatamente la squadra seguì quella persona per compiere la pietosa opera. Lavorarono buona parte della giornata e finalmente nel primo pomeriggio i colleghi riuscirono a recuperare il corpo della moglie. La sera vedemmo ricomparire la Fiat 600 verde e il signore consegnò a tutta la squadra che aveva effettuato il recupero della moglie, una damigianetta di vino in segno di riconoscenza per il lavoro svolto con attenzione e scrupolo professionale. Non nego l’emozione provata in quel momento per la compostezza e la generosità di quel signore, consapevoli che aveva perso tutto oltre la moglie e nonostante tutto, volle ugualmente dare quel poco che aveva per ringraziare.
Come in altre circostanze era già accaduto, invece non cambiava nulla nella nostra organizzazione logistica.
Nei primi giorni ci eravamo attrezzati alla meno peggio, recuperando qua e là una bombola di gas e cucinando quello che si trovava.
Una volta, mentre si cercava tra le macerie di una casa, abbiamo trovato una gabbia con dei conigli, alcuni già morti e due ancora in vita; consapevoli che in quelle condizioni non sarebbero sopravvissuti ancora per molto, abbiamo pensato bene di alleviare le loro sofferenze!
A parte questi due episodi un po’ particolari, si lavorava chi ai puntellamenti, chi a recuperi vari, chi come noi addetti ai mezzi movimento terra ad aprire strade, mettere in sicurezza edifici pericolanti e creare spazi tra le macerie.
Con il passare del tempo sono tornato una seconda volta a Gemona del Friuli, la situazione era migliorata notevolmente anche per noi vigili, potendo lavorare con una migliorata organizzazione.
Voglio far notare ancora una cosa che ben caratterizza la gente del Friuli; come tutti sanno, nella prima fase del sisma, tanti cittadini, da ogni parte d'Italia, avevano donato in prestito ai terremotati le loro roulotte.
Al cessare dell’emergenza le stesse erano state rese ai legittimi proprietari e, siccome al Comando di Torino era stato affidato il compito del ritiro delle stesse dai vagoni ferroviari, ho avuto modo di constatare che oltre ad essere state rese in perfetto stato di conservazione, all’interno di ognuna era stato messo un grosso cesto di vivande friulane, quale ringraziamento a chi, senza alcuna condizione, le aveva messe a disposizione di quanti in quel frangente ne avevano necessità.
Il terremoto del Friuli per me è stato il primo terremoto al quale ho partecipato. Era il secondo turno e all’arrivo a Gemona, il primo impatto fu molto toccante nel vedere la città quasi completamente diroccata. Il campo Piemonte era situato alle porte della città in un prato, dove vennero sistemate le tende da otto posti, quelle color marrone chiaro, che ci hanno accompagnato ancora per parecchi anni.
Il primo lavoro affidatomi, fu quello di recarmi al fiume Tagliamento con un tigrotto e l'escavatore cingolato Fiat FL 4 a caricare ghiaia per bonificare il campo base che purtroppo, anche a causa delle continue ed intense piogge cadute dopo il sisma, si era trasformato in un enorme acquitrino.
Non nascondo che fin lì l'organizzazione del campo era stata essenziale, dovendosi occupare, quasi tutto il personale del primo contingente inviato, del primo soccorso: i bagni erano stati realizzati con una fossa scavata nel terreno, due tavole di traverso alla buca e una tenda e delle lamiere che riparavano alla meno peggio chi se ne serviva.
Racconto un fatto increscioso che mi accadde, che ripensandoci oggi fa ridere, ma vissuto allora provocò in me una reazione tutt’altro che bonaria; mentre ero in bagno dalla tasca dei pantaloni fuoriuscì il portafoglio e lascio immaginare dove andò a finire. Lo vedevo galleggiare e senza pensarci troppo mi calai all’interno della buca, contando sul fatto che il liquame non fosse troppo alto. Ma purtroppo gli stivali, che in quel periodo erano molto bassi (li chiamavamo tronchetti), non mi protessero affatto e in pochi secondi furono pieni di ciò che non dico. Recuperato il tutto andai in tenda a cambiarmi dalla testa ai piedi e a lavarmi nei lavandini sotto abbondanti getti d’acqua.
Al di là di questa disavventura si lavorava per il recupero di eventuali salme, carcasse di animali o cose che ancora si potevano salvare. Un mattino ancora presto giunse al nostro campo un signore a bordo di una Fiat 600 di colore verdino e avvicinatosi ad un capo squadra chiese che gli venisse recuperata dalle macerie della loro casa la salma della moglie, pregandoci di non rovinarla nell’estrarla. Immediatamente la squadra seguì quella persona per compiere la pietosa opera. Lavorarono buona parte della giornata e finalmente nel primo pomeriggio i colleghi riuscirono a recuperare il corpo della moglie. La sera vedemmo ricomparire la Fiat 600 verde e il signore consegnò a tutta la squadra che aveva effettuato il recupero della moglie, una damigianetta di vino in segno di riconoscenza per il lavoro svolto con attenzione e scrupolo professionale. Non nego l’emozione provata in quel momento per la compostezza e la generosità di quel signore, consapevoli che aveva perso tutto oltre la moglie e nonostante tutto, volle ugualmente dare quel poco che aveva per ringraziare.
Come in altre circostanze era già accaduto, invece non cambiava nulla nella nostra organizzazione logistica.
Nei primi giorni ci eravamo attrezzati alla meno peggio, recuperando qua e là una bombola di gas e cucinando quello che si trovava.
Una volta, mentre si cercava tra le macerie di una casa, abbiamo trovato una gabbia con dei conigli, alcuni già morti e due ancora in vita; consapevoli che in quelle condizioni non sarebbero sopravvissuti ancora per molto, abbiamo pensato bene di alleviare le loro sofferenze!
A parte questi due episodi un po’ particolari, si lavorava chi ai puntellamenti, chi a recuperi vari, chi come noi addetti ai mezzi movimento terra ad aprire strade, mettere in sicurezza edifici pericolanti e creare spazi tra le macerie.
Con il passare del tempo sono tornato una seconda volta a Gemona del Friuli, la situazione era migliorata notevolmente anche per noi vigili, potendo lavorare con una migliorata organizzazione.
Voglio far notare ancora una cosa che ben caratterizza la gente del Friuli; come tutti sanno, nella prima fase del sisma, tanti cittadini, da ogni parte d'Italia, avevano donato in prestito ai terremotati le loro roulotte.
Al cessare dell’emergenza le stesse erano state rese ai legittimi proprietari e, siccome al Comando di Torino era stato affidato il compito del ritiro delle stesse dai vagoni ferroviari, ho avuto modo di constatare che oltre ad essere state rese in perfetto stato di conservazione, all’interno di ognuna era stato messo un grosso cesto di vivande friulane, quale ringraziamento a chi, senza alcuna condizione, le aveva messe a disposizione di quanti in quel frangente ne avevano necessità.














